Un nostro laboratorio…

Un laboratorio di TheAlbero è

uno spazio ludico e al tempo stesso profondo, in cui, attraverso il gioco, conosciamo noi stessi/e e gli altri/le altre,

uno spazio creativo e di liberta’, in cui, quando creiamo, dispieghiamo le ali della liberta’ di espressione piu’ autentica e diventiamo narratori e narratrici della nostra storia,

uno spazio di condivisione e ascolto attivo, in cui raccontiamo e ci raccontiamo, protette/i nella frontiera tra realta’ e immaginazione,

uno spazio trasformativo che permette di vedere l’immagine della realta’ e la realta’ delle immagini, in un quarto tempo in cui l’impossibile diventa possibile,

uno spazio per la teatralita’ essenziale per attori e attrici ma soprattutto per non attori e non attrici,

uno spazio di esplorazione artistica in cui cerchiamo corrispondenze e interconnessioni tra il linguaggio visivo, corporeo, verbale, lo spazio che ci circonda e le persone che incontriamo.

Ilaria Olimpico, Uri Noy Meir

Immagini e Storie sulla diversità a scuola

Grazie ai ragazzi e alle ragazze della Scuola Pablo Neruda di Roma
per essersi messi in cerchio con noi, per aver condiviso storie di esclusione, per essere andati in scena mostrando la solidarietà e la valorizzazione della diversità.
Di seguito le loro riflessioni sul laboratorio*:

un grande insegnamento di vita… di non fermarsi all’apparenza.
in questo laboratorio ho esplorato le mie emozioni in modo non superficiale.
sento di non essere più quello di una volta ma sono cambiato dentro.
Ho provato emozioni uniche e indimenticabili.
Abbiamo iniziato a scoprire nuove tecniche di comunicazione attraverso giochi, immagini e teatro.
Questo progetto mi ha fatto capire ancor di più che è bello essere diversi, nessuno deve essere giudicato.
Prima del progetto, prendevo in giro.
…ci insegnano a capire che siamo ciò che siamo…
In questo progetto, mi sono sentita diversa ma sono stata felice di esserlo.
Siamo riusciti a diventare più uniti e solidali tra di noi.
È stato bello perchè nessuno imponeva le sue cose all’altro.
Abbiamo imparato a lavorare in gruppo e la modalità del cerchio è molto utile perchè ci dà la possibilità di ascoltare di più gli altri.
…soprattutto ci ascoltiamo.
potevamo dire ciò che pensavamo a turno senza essere contraddetti da nessuno.
Abbiamo scoperto cose nuove dei compagni,come paure, idee.
Credo che ha aiutato ognuno di noi.

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*Il laboratorio Immagini e Storie è stato svolto nell’ambito del progetto sulla diversità della Cooperativa Nuovi Orizzonti, grazie ai fondi del Municipio XIV. Approccio interculturale, Metodologia integrata: teatro dell’oppresso, fotografia partecipativa, narrazione partecipata, stop motion.

Lo sguardo sull’Altro: rappresentazioni e dinamiche di potere

(Stralci dall’intervento in occasione della presentazione del libro ‘Counseling e psicoterapia: un approccio culturalmente sensibile’ di Marwan Dwairy, curato da Alfredo Ancora, edito da Franco Angeli – evento organizzato da ‘Programma integra’ e ‘Interculturando Roma’ in convenzione con il Dipartimento Servizi sociali, Sussidiarietà e Salute di Roma Capitale, 17 aprile 2015)

Se siete accanto a un altro … potete figurarvi come un mendicante davanti a una porta in cui non potrà mai entrare: chi vi entra non sarete mai voi, col vostro mondo dentro, come lo vedete e lo toccate, ma uno ignoto a voi, come quell’altro nel suo mondo impenetrabile vi vede e vi tocca … (Enrico IV, Pirandello)

Pirandello rende in poche righe tutta la complessita’ della relazione tra me e l’Altro da me, evidenziando il ruolo delle rappresentazioni nella comunicazione e nella conoscenza reciproca. Cio’ che arriva di me all’Altro non sono io ma e’ la rappresentazione di me cosi’ come l’ha scelta l’altro, parafrasando Pirandello, l’immagine di me che percepisce l’altro non e’ l’immagine che ho io di me stesso, e analogamente l’immagine che ho io dell’Altro non e’ l’Altro ma la mia rappresentazione dell’Altro.

La questione della rappresentazione dell’Altro assume maggiore complessita’ quando l’alterita’ non abita solamente la dimensione io-tu ma anche la dimensione noi-loro, ossia fa’ riferimento a identita’ di gruppo.

Quando la rappresentazione dell’Altro diventa una narrazione sull’Altro, un sapere sull’Altro, un “discorso” direbbe Foucault, nella complessita’ rientrano le dinamiche di potere, perche’ come direbbe Foucault il “discorso” esercita un potere.

Chiederci sempre chi narra? Chi e’ narrato? Ci permette di prendere consapevolezza delle strutture di potere, per lo piu’ implicite, sottaciute e per questo autoperpetuantesi, tra due individui, due gruppi.

L’Altro assume tutte le stranezze, e’ piu’ o meno qualcosa, ma non si esplicita mai quale e’ la normalita’, il canone, la norma a cui si fa riferimento, il termine di paragone assoluto. Tacere o non rendersi conto che il metro di giudizio, di paragone preso e’ quello di colui che narra, produce delle distorsioni nella comprensione e nella relazione nonche’ produce e riproduce rapporti di potere.

La conoscenza dell’Altro non e’ mai neutra, mai oggettiva. Il sapere e’ strettamente connesso al potere. La sola esistenza di una “disciplina” come l’Orientalismo priva di un equivalente nelle culture orientali, è l’indizio di una dissimetria tra Est e Ovest scrive Edward Said.

Colui che narra, narra, quasi sempre, piu’ o meno inconsapevolmente, da una prospettiva culturocentrica, per cui la sua cultura e’ considerata la norma, l’universale.

Questa riflessione sullo sguardo sull’Altro puo’ essere applicata alla relazione interpersonale io-tu, alle relazioni tra persone di diversi gruppi culturali, alle relazioni tra i generi.

A proposito del concetto di Alterita’ riguardo al genere, scrive Simone de Beauvoir:

Il soggetto si pone solo opponendosi: vuole affermarsi come essenziale e costituisce l’Altro come inessenziale, come oggetto…. la donna si determina e si differenzia in relazione all’uomo, non l’uomo in relazione a lei: lei e’ l’Altro.

Nel caso dell’Altro in relazione all’appartenenza etnica, geografica o culturale, potremmo dire con certe forzature, che l’arabo, l’africano, il popolo x, vengono raccontati e presentati in relazione all’uomo bianco europeo cattolico, perche’ loro sono l’Altro.

Scrive Edward Said, nel suo celebre libro “Orientalismo”:

… esiste il presupposto che l’intero Oriente possa essere dominato da un unico punto di osservazione.

… All’Oriente viene negata la contemporaneità, la potenzialità di cambiamento, la storicità, la dinamicità, la complessità, la varietà.

… I caratteri dell’arabo diventano metastorici e metaindividuali.

Lo sguardo sull’Altro, non e’ mai neutro, mai oggettivo, mai scientifico. Non esiste un Altro “oggetto” di studio o di ricerca, esiste una relazione, in cui lo sguardo che va “da me all’Altro”, piu’ che dirmi qualcosa sull’Altro, mi dice qualcosa su come guardo, mi dice qualcosa su di me.

Nell’approccio di Margalite Cohen Emerique, l’analisi dello shock culturale non mi serve per capire l’altro ma piuttosto mi serve per individuare le mie zone sensibili.

Un altro esempio lampante della complessita’ dello sguardo sull’Altro riguarda il caso delle cosiddette Veneri steatopigie, le statuette del Paleolitico ritrovate in un’ampia area geografica, dalla Francia alla Turchia, dai Balcani alla Siberia. Queste statuette sono state interpretate come appunto Veneri, come espressioni dell’erotismo maschile o come riti di fertilita’ primitivi osceni. La maggioranza degli studiosi continua a proiettare sulle statuette preistoriche la propria visione del mondo ritenendola “universale”, o meglio non ponendosi alcuna questione sulla propria visione del mondo, dando per scontato che la loro visione sia “oggettiva”. Lo sguardo sull’Altro , in questo caso l’Altro del passato, e in particolare lo sguardo “maschile” sull’Altro, rivela una prospettiva “androcentrica” di chi guarda l’Altro.

Per passare da una prospettiva culturocentrica a una prospettiva transculturale, nel senso che viene dato anche nel libro di Dwayri, di attraversamento delle culture, il primo passaggio e’ un decentramento, una relativizzazione delle proprie categorie concettuali. Mi piace molto l’espressione usata nella prefazione “dissoluzione del centro”.

Una volta presa consapevolezza dell’elemento culturale e quindi di relativita’ delle nostre matrici percettive-valutative-epistemologiche, si apre la questione del limite tra il riconoscimento della relativita’ della propria cultura e la presa di posizione relativista.

La sfida del nostro tempo e’ non cadere ne’ nella tentazione di un universalismo che di universale ha solo le pretese perche’ figlio di una determinata cultura, ne’ nella tentazione di un relativismo che porta a un nichilismo morale (coem ha scritto l’antropologo Claudio Marta) e a una feticizzazione delle culture.

Quando ho letto le indicazioni di Dwayri che esortano il terapeuta a non entrare in conflitto con la cultura del cliente perche’ la terapia non e’ il luogo per cambiare la cultura, ho sentito delle resistenze (sono state toccate delle mie zone sensibili nel linguaggio di Cohen Emerique) per quanto riguarda la descrizione di casi in cui la famiglia ha un ruolo determinante/soffocante, ma forse perche’ nel mio lavoro agisco su un piano socio-politico e non terapeutico.

Mi e’ venuto alla mente un aneddoto di Julian Boal, figlio di Augusto Boal, fondatore del metodo del Teatro dell’Oppresso: Julian racconta che una donna disse a Boal padre di essere picchiata dal marito non piu’ di quanto meritasse. In questo caso disse Julian il Teatro dell’Oppresso non puo’ fare molto perche’ si ha a che fare con una vittima non con un soggetto oppresso che cerca di cambiare la propria situazione.

Per quanto riguarda le questioni di genere con approccio transculturale, vale la pena ricordare le riflessioni di Leyla Ahmed: e’ esistita ed esiste una connivenza tra certe posizioni femministe e il colonialismo, “l’adozione di un’altra cultura come rimedio alla misoginia della propria , è non solo assurdo ma impossibile”.

Come direbbe Freire: nessuno libera nessuno, ci si libera insieme in solidarieta’.

Tra l’altro, purtroppo, l’oppressione delle donne e’ trasversale a molte culture. Come acutamente osserva la sociologa marocchina Fatima Mernissi, se nel mondo arabo-musulmano c’e’ un harem di tipo spaziale, nel mondo occidentale c’e’ l’harem della taglia 42, io aggiungerei c’e’ un harem di tipo temporale, alle donne non e’ permesso invecchiare.

Come facilitatrice di teatro sociale, ho trovato nella “terapia della metafora” (scavare il tunnel metaforico, riportare la tovaglia sulla tomba dei genitori, etc), che propone Dwairy delle analogie con degli atti che definirei “psicomagici” e che sono agiti spesso nel teatro sociale, spazio protetto, liberato, luogo metaforico e al tempo stesso trasformativo.

 Ilaria Olimpico

 

 

Communitas

Communitas è il termine latino per indicare l’ideale della comunità, fa riferimento allo spirito dello stare insieme in maniera solidale. Communitas è oggi anche il nome di un’esperienza-ricerca del collettivo artistico TheAlbero, un luogo che riunisce le persone che vogliono recuperare la relazione perduta con la natura, in cui sperimentare concretamente la riscoperta dell’essere comunità attraverso il teatro, i rituali e la narrazione.

Communitas diventa così un cerchio pulsante che si apre e si chiude a seconda delle persone che arrivano e vanno, un tempo fuori dall’ordinario in cui ri-pensare se stesse/i nella relazione con gli altri e con la natura. Ma Communitas è anche la possibilità di vivere non con un’economica del debito, ma con un’economia del dono, un invito a fare rete per sognare insieme e sperimentare qui e ora un progetto che cambia la relazione tra umanità e natura, tra comunità e ambiente.

Communitas si svolgerà in due periodi (14-22 giugno e 5-13 luglio) a Casalbordino, in provincia di Chieti.

L’idea è nata dall’esigenza personale di cercare nuove modalità di relazioni tra umani e tra umani e natura. Questa esigenza ha portato TheAlbero a sognare di lasciare la megalopoli romana per trasferirsi in un paesino abruzzese e svolgere i laboratori in un terreno dove sperimentare la permacultura e l’ecobuilding, il teatro e la comunità. L’esigenza personale riecheggia nelle questioni collettive poste dai movimenti delle transition town, degli orti urbani e degli ecovillaggi.

Secondo la metodologia del Dragon Dreaming per realizzare i propri sogni personali si deve creare un dream team (un gruppo del sogno) che decide di realizzare al 100 per cento i sogni del gruppo, sapendo che i sogni personali devono morire per rinascere come sogno collettivo. Per questo TheAlbero invita a far parte di Communitas come un sogno-progetto collettivo. Una communitas si riappropria dell’arte come una fonte di trasformazione, liberazione ed espressione. L’arte nella communitas è celebrazione creativa delle stagioni della vita, rito per la rigenerazione personale e collettiva nella quale tutte e tutti possono partecipare, luogo di conoscenza attraverso il corpo, i sensi e la bellezza. Per questo, il 21 giugno in occasione del solstizio e il 12 luglio in occasione della luna piena si svolgerà un rituale performativo nella Communitas.

Durante il seminario, attraverso il teatro immagine – teatro dell’oppresso – si rendono visibili le rappresentazioni della comunità e della società, si conosce attraverso il corpo ciò che si dà per scontato e ciò che si vuole trasformare, ciò che ci opprime, ciò che desideriamo e i passaggi per superare le oppressioni e raggiungere il desiderato. Il teatro fisico permette di entrare con il corpo nell’esperienza della comunità come “antistruttura” (la comunità, secondo Turner, si presenta come la parte non strutturata dei legami sociali, fa riferimento alla solidarietà, alla semplicità e alla spontaneità, contrapponendosi alla parte strutturata, che fa riferimento alle istituzioni, alle gerarchie e all’organizzazione della società). Il teatro forum (teatro dell’oppresso) inscena i conflitti presenti nelle società e nelle comunità offrendo l’opportunità di provare i cambiamenti possibili. L’esperienza laboratoriale sulle metodologie volte al consenso propone strumenti per gestire i conflitti e prendere decisioni in comune. Attraverso il teatro-giornale si prendono in considerazione testi non drammatici che pongono questioni sulle relazioni sociali e sulla relazione tra ambiente antropico e natura. Il teatro permette di intrecciare la storia dei movimenti sociali nel Mediterraneo degli ultimi anni e le storie personali delle ricerche di cambiamenti sociali, chiedendosi verso quali relazioni a livello macroscopico aspiriamo e con quali mezzi e modi vogliamo raggiungerle. La danza, il teatro, l’arte marziale, la comunicazione delle emozioni sono esperienze che ri-cercano l’armonia tra il corpo, la mente e lo spirito; in una communitas l’armonia tra i membri dipende dall’armonia con se stessi/e e con ciò che ci circonda. La permacultura insegna una nuova relazione con la natura, in cui si impara dagli ecosistemi naturali la conservazione dell’energia, della biodiversità e della sostenibilità.

Communitas ha l’ambizione di mettere insieme tutto questo perché crede che per avvicinarsi alla communitas ci sia bisogno di un cambiamento paradigmatico. Non si tratta solo di rivedere le leggi che regolano i rapporti tra persone, ma le pratiche e le visioni che regolano il rapporto tra i generi, tra il corpo, la mente e lo spirito, tra l’umanità e la natura, tra i gruppi.

L’arte può promuovere l’immaginazione e l’immaginazione è il presupposto imprescindibile per essere capaci di pensare cambiamenti paradigmatici e aprire le porte ad altri mondi possibili. Non è un caso che la natura e il corpo siano simbolicamente affini e siano entrambi oppressi dalle società che hanno perso gli elementi della communitas. Il corpo è considerato gerarchicamente inferiore alla mente e ridotto a mero oggetto vuoto. La natura è considerata inerte e ridotta a insieme di metalli, terra e acqua da sfruttare. La riappropriazione della natura e del corpo come forme vive e senzienti fa parte del processo di ri-creazione e ri-generazione della communitas.

Partendo da queste premesse, restano tante domande da cercare ed esplorare attraverso la pratica, il corpo, il lavoro della terra e lo stare insieme in cerchio…

Ilaria Olimpico e Uri Noy Meir


pubblicato su http://comune-info.net/2014/06/communitas-il-cambiamento-e-comunitario/

 

“Teatro dell’oppresso” di Belén Apolo

Seguono le riflessioni di Belén Apolo, Partecipante del laboratorio ‘Oltre La Violenza’


Eccomi qui, distesa sul mio letto riflettendo sulla mia vita. A due passi della fine di un percorso della mia vita, cerco di immaginare cosa succederà dopo. Mille idee attraversano per la mia testa. Mille sogni sono rinchiusi nel mio cassetto del quale ho paura aprire.
Ansia; Timore; Paura ed oppressione sono presente in ogni momento delle mie giornate.
Sono stanca. Stanca di averle intorno a me. Stanca di sentirmi cosi vuota. Stanca di avere paura di dimostrare come sono veramente. Ho paura di risultare ridicola, di essere giudicata. Penso che se non posso dimostrare al mondo ciò che sono… la vita non abbia un senso, uno scopo. Non so cosa fare. In questo momento dovrei stare 24 ore su 24 concentrata sugli esami che valuteranno il mio livello di maturità. Non ci riesco. Non perché non abbia voglia di fare, ma perché voglio anche un po’ di allegria, divertimento e follia. Accettare o non. Mettermi in gioco… oppure restare ancora una volta in un angolo nascosta?

Si chiama teatro dell’oppresso. Ricordo quando decisi di frequentare il laboratorio di teatro per diventare più sicura di me, meno timida. Non aveva funzionato. Perché dovrei accettare questo progetto? Alla fine sicuramente sarà come l’altro. Senza nessun risultato. Premo il tasto off della mia mente. Ora basta. Basta con queste paure. Basta con queste incertezze. Basta con il pessimismo. Se vuoi ottenere qualcosa devi essere pronta a lottare per averlo. Ho deciso. Questa volta mi metterò in gioco. Cercherò di affrontare il mondo. Di scavalcare ogni ostacolo. Di radere al suolo chiunque mi impedisca di stare bene.

Nuovi volti ho di fronte a me. Persone delle quali non conosco nemmeno il nome. Iniziamo con dei giochi sulla fiducia. Divertente! Io non mi fido nemmeno della mia ombra.. ma ci provo. Divento lo specchio uno di loro e allo stesso modo questa persona riflette i miei movimenti. Camminiamo ad occhi chiusi per la stanza. Camminiamo ad occhi chiusi da soli. Camminiamo ad occhi chiusi guidati solo dal tatto o dal rumore.
Fiducia. Fiducia in è stessi. Fiducia verso glia altri. Fiducia è ciò che manca nel mondo. Una virtù che potrebbe porre fine alla guerra e alla violenza. Fiducia è ciò che mi ha reso ora più sicura di me. E’ incredibile come attraverso la camminata si possa capire la personalità di una persona. Bisogna solo imitarla ed esagerare quel movimento.Scelgo uno del gruppo. Di fronte a me lo guardo negli occhi e cerco di vedere nei suoi occhi colui che mi fa star male. L’elemento che causa dell’oppressione in me. Come l’esercizio richiede… gli pongo mille domande e cerco il modo per porre fine a tutto ciò. Ci sto male, ma mi sfogo.

Sono bastati solo quattro incontri. Quattro incontri per cambiarmi completamente. Quattro incontri per farmi diventare più solare, positiva e vivace. Quattro incontri per creare un’amicizia, un legame forte con le persone che hanno aderito a questo progetto. Arrivata la settimana nella quale bisognava incontrare Uri mi sentivo pronta. Sapevo che l’ultimo giorno sarebbe stato aperto al pubblico il lavoro che svolgevamo. Paura? Per nulla Sono pronta a mettermi in gioco. Sarò ridicola? Va bene. Non mi preoccupo. Sono io. Sono cosi. Ringrazio la vita, il destino per avermi dato l’occasione di cambiare la mia percezione della vita. Ringrazio il “teatro dell’oppresso” che mi ha fatto conoscere nuove persone, splendide. Per avermi fatto capire che può esistere un mondo senza violenza. Senza oppressione. Per avermi fatto capire che la violenza non è solo verso glia altri ma anche verso noi stessi. I due incontri con Uri li abbiamo affrontati presso la Caritas dal mattino al pomeriggio gustando a pranzo le ottime delizie preparate dal Tavolo della Pace. Bisogna ringraziare assolutamente queste due associazione. Senza chiedere niente a cambio si sono preoccupati di noi. E’ bello sapere che esistono persone pronte a dare una mano senza aspettarsi nulla a cambio. Arrivato il momento di salutarci… ognuno di noi deve decidere se tenere la tessera che ha in mano e condividerla con il gruppo o di buttarla. Questa tessera ci è stata donata da Uri. Nella mia c’è scritto MESSAGGIO. Rifletto su cosa potrei dire. Arrivato il mio turno decido di condividerla con il gruppo pronunciano queste parole che automaticamente escono dalle mie labbra come una leggera brezza mattutina, limpide e piene di emozioni. “Molto spesso… sin da bambina, mi sono domandata su quale fosse il vero scopo della vita. Perché esiste l’uomo? Perché deve essere lui a governare sulla terra? Qual è la ragione della esistenza di ciascuno di noi in questo mondo? Ora. Qui. In questo momento. Dopo aver condiviso insieme a vuoi tutte le mie paure. Dopo aver deciso di affrontare con più grinta ogni giorno. Ho capito finalmente il senso della vita. La vita è fatta di esperienze che accumuliamo giorno dopo giorno. Esperienze che sono alla base per creare un tesoro. Un tesoro che quando arriverà al suo livello finale ognuno di noi dovrà condividere con il mondo. Lo scopo di ogni essere umano è quello di trasmettere un messaggio. Un messaggio che alcuni di noi non riescono ad individuare. Un messaggio che è il frutto delle nostre esperienze quotidiane. Non solo ognuno di noi ne possiede uno, ma anche un gruppo. Come noi. Come noi che facciamo parte del teatro dell’oppresso. Il nostro messaggio è quello di far capire all’umanità che un mondo senza violenza può esistere, non è solo un’utopia. La violenza non è solo verso gli altri, ma anche verso noi stessi. Per porle fine bisogna innanzitutto amare noi stessi. Penso che questo sia il messaggio di questo progetto poiché se penso a come ero prima di iniziare questi incontri e a come sono adesso. C’è una differenza enorme. Sicurezza ed ottimismo sono le nuove protagoniste delle mie giornate. Ho capito di volermi bene. Non ho più bisogno di farmi del male allontanandomi dal mondo per paura di essere ferita. Condivido questa tessera perché anche voi riusciate a trovare il vostro messaggio sperando che allo stesso modo decidiate di condividerlo. Un mondo senza guerra può esistere. Si può andare oltre la violenza. Bisogna solo che ognuno di noi, iniziando da qui metta al centro di queste quattro mura un granello di sabbia, insieme questi granelli possono formare una spiaggia”


Belén Apolo

 https://www.facebook.com/Sonoiosenzapensieri

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Auto-riflessioni insieme sul TDO – Self-reflecting together on TO

by/di Ilaria Olimpico e Uri Noy Meir

Followed by English translation 

Cos’è il TDO?

Ilaria: Posso dire cosa è il TDO per me. Dire “il TDO di Boal” è tradire Boal stesso che, essendo un uomo intelligente, ha sempre rivisto il suo metodo, a seconda dei contesti in cui si trovava. Dire ““il TDO di Boal” è come dire “marxismo” che ha perso Marx. Dunque, il TDO per me è un metodo pertinente ed efficace per il mio lavoro nel campo dell’educazione e della formazione, così come, nella facilitazione di processi creativi di gruppo. Uso il termine “educazione” nel suo significato etimologico di e-ducere, cioè “tirare fuori”; e uso il termine “formazione” impropriamente perché la formatrice più che “formare, forgiare, fissare, definire” dovrebbe “de-formare, de-costruire, ri-definire” con il gruppo, mettendo in discussione. In questi due campi, quindi, dell’educazione come processo maieutico e della formazione come processo di indagine e critica, il metodo del TDO mi permette di interagire con il gruppo coinvolgendo più dimensioni e più canali di dialogo e apprendimento: mentale, corporeo ed emozionale. In particolare, faccio uso del Teatro Immagine come strumento di indagine per rendere visibile, attraverso “statue corporee”, ciò che di solito è dato per scontato, ciò che il corpo conosce ma la mente dimentica, ciò che si sente ma non si riesce a dire; questo strumento si rivela ricco di scoperte sia con le bambine sia con le adulte e, in entrambi i casi, la facilitatrice dovrebbe avere l’atteggiamento dell’osservatrice e della raccoglitrice prima di tutto, per essere aperta a ciò che viene fuori e accoglierlo, e in seguito dovrebbe avere una grande capacità di analisi e restituzione, per riflettere al gruppo quanto emerso e stimolarlo a nuove osservazioni. Per quanto riguarda l’uso del TDO nella facilitazione di processi creativi di gruppo, intendo l’uso di diverse tecniche che provengono in maggior parte dal teatro tout court, ma che il TDO ha traslato su un piano più giocoso. Facilitare un processo creativo di un gruppo di non-attrici significa per me promuovere la ri-appropriazione dell’arte come momento catartico, rigenerativo, celebrativo delle stagioni della vita e della morte, talvolta come riscatto e denuncia sociale, talvolta come espressione di sé e dei propri bisogni, desideri e paure in linguaggio simbolico e sensibile.

Uri: Condivido che non dovremmo “copiare e incollare” il lavoro di Boal senza impegnarci in una critica attiva e un adattamento continuo al contesto del tempo e del luogo in cui operiamo e in cui siamo. Sì, il TDO ha una base e delle “radici ideologiche” che devono essere riconosciute, studiate e onorate. E’ un Teatro nato durante la dittatura militare e la censura, un teatro che cerca di promuovere la consapevolezza delle ingiustizie nel mondo, che punta ad attivare le persone perché siano impegnate nel “cambiamento del mondo” per renderlo migliore. Un mondo migliore non è inteso in termini assoluti ma relativi, in una battaglia senza fine in itinere verso ideali irrangiungibili di giustizia, verità e amore. La mia esperienza e la mia pratica mi hanno portato a credere che il modo migliore di “cambiare il mondo” (preferirei “riparare il mondo”) è cambiare se stessi e in un effetto di propagazione gli altri. Credo che questo si possa fare tirando fuori (come in e-ducare) il nostro sé essenziale, quello che non è separato dal resto dell’umanità. Così rinforziamo il nostro sé comune e la qualità dell’empatia, sim-patia (essere empatici insieme), tolleranza e solidarietà. In questo viaggio individuale, individuale nel senso di in-divisibile aspetto delle esperienze personali e collettive, ho appreso, sin da quando ho incontrato il Teatro dell’Oppresso di Boal, la sua metodologia e filosofia.

Quali sono le immagini-momenti piu’ significative del tuo lavoro con il teatro?

Ilaria: Prima di tutto ricordo (nel senso latino di avere memoria nel cuore) I laboratori di teatro (non dell’oppresso) nelle scuole che ho seguito con Anita Mosca, perche’ segna “il momento” in cui ho capito cosa mi piaceva fare nella vita. Mi viene in mente il laboratorio di “Lettura animata e drammatizzazione” in una scuola primaria di Miano, zona periferica di Napoli; il laboratorio di teatro e narrazione “Regina di Saba” che e’ poi diventato un seminario che integra teatro, narrazione e studio di testi per esplorare gli intrecci tra questioni di genere e questioni interculturali; il mio primo processo di Arcobaleno del Desiderio condotto in modo assolutamente non “ortodosso” su un caso di violenza domestica; infine, ultimo in ordine di tempo, il laboratorio sull’orientamento scolastico in una scuola del Pigneto di Roma, in cui ho ri-adattato le tecniche di “immagini e storie”.

Uri: Sono riconoscente a queste immagini preziose nella mia mente: Da una stretta aula di una scuola di bambini lavoratori sulle sponde di un fiume orribilmente nquinato vicino Kathmandu, creando e trasformando delle immagini con loro sulle loro oppressioni quotidiane, fino a uno studio bianco di un college di arti nella serenità dei canali di Amsterdam per decostruire I messaggi nascosti nei giornali economici, attraverso il teatro giornale. Dal “giocare” con le testimonianze e le immagini dai Territori Occupati degli ex-soldati israeliani, al giocare a calcio e creare delle immagini teatrali di resistenza creativa con I bambini palestinesi del villaggio di At-tuwani. Dal condurre un laboratorio per più di 40 praticanti di TDO (per la maggior parte più esperti di me) nel 4° Festival Muktadhara di Jana Sankriti, all’organizzare un laboratorio familiare con le tecniche di Immagini e Storie per il 70° compleanno di mia madre. Molte immagini, suoni, odori e parole ancora mi vengono in mente quando penso alla mia vita nel TDO e il TDO nella mia mia vita, per tutti questi momenti devo ringraziare un uomo che non ho mai incontrato, Augusto Boal.

Chi sono gli oppressi?

Ilaria: Anche per questa domanda, rispondo premettendo “per me” (sì, è un atteggiamento post-moderno, lo so). Inoltre, anche richiamandomi a Boal e a ciò che accennavo prima circa il suo continuo ricercare e adattarsi a seconda dei contesti, posso dire che anche per lui le oppresse non erano sempre gli stessi gruppi e in Europa la sua prospettiva sulle oppressioni cambiò totalmente e diede vita alle tecniche di Arcobaleno del Desiderio e Poliziotti nella Testa per affrontare “le oppressioni internalizzate”. Quali criteri scelgo per individuare chi sono le oppresse? Un criterio economico, sociale, psicologico? E all’interno di questi criteri dovrò sempre sceglierne altri e saranno scelti a seconda della mia particolare weltanschauung, ad esempio se le oppresse sono scelte in base a criteri economici, potrò accontentarmi di sceglierle in base al reddito? E se la mia visione del mondo ampliasse la concezione dell’oppressione e mi facesse considerare oppresse tutte le persone che credono che il capitalismo sia l’unico sistema economico? La mia concezione di oppressione, o meglio il tipo di oppressione con cui mi sento di voler (dover) lavorare in questo momento della mia vita, ha a che fare proprio con “l’oppressione dell’immaginario”. Il metodo del TDO mi permette di scalfire i territori della mente colonizzati dai main stream culturali, questo si traduce nella messa in discussione degli stereotipi di genere e dell’ “altro” in senso sociologico, del sistema economico, etc. Da questa concezione è nata anche l’idea di “Altri Mondi Possibili in Praxis”.

Uri: Chi sono gli Oppressi? Nessuno, tutti? Per me è il corpo il più oppresso: il corpo del lavoratore della fabbrica “moderna” che è addestrato a lavorare nella ripetitività di una linea di produzione senza fine, è il mio corpo che ricorda l’esperienza, nell’estate dei miei 16 anni, selezionando lychees per più di 13 ore al giorno per 30 giorni. E’ il corpo degli uomini addestrati a non mostrare debolezza e a dominare, è il mio corpo addestrato a essere un soldato e a uccidere un altro essere umano. E’ l’umanità meccanizzata dalla violenza e dall’avidità. E’ la madre terra e la mente umana che sono umiliate e danneggiate dai prodotti chimici. Questi sono i corpi che hanno bisogno di liberarsi, questi sono gli oppressi che hanno bisogno di riscattarsi. Solo i corpi sono oppressi? Il corpo umano è la manifestazione fisica dell’oppressione della mente e dello spirito che sono diventati oppressi: menti riempite di voci esterne che le forzano in strutture e paradigmi, spiriti che cercano la redenzione sotto le ali delle religioni istituzionali o nella fredda logica del pensiero scientifico. Tutti questi hanno bisogno di essere liberati e agire, esperire, muovere il corpo teatrale è un portale per questo.

Ti definisci una praticante di TDO?

Ilaria: Sento sempre disagio nelle definizioni di me stessa; ci sono persone che si sentono sicure nelle forme fissate, sono soddisfatte quando riescono a dire “chi sono professionalmente” perché dà loro una forma specifica, altre che al contrario si sentono bene solo nella fluidità, forse perché non si definiscono a seconda di quello che fanno oppure perché sanno che fanno cose diverse e continueranno a cambiare le cose che fanno; io sono tra queste ultime. Pratico il TDO ma non mi definirei “una praticante di TDO” perché sottointenderebbe azioni e pratiche che non mi appartengono. Inoltre, utilizzo il metodo del TDO sempre coniugato ad altre pratiche e metodi, collegati inevitabilmente a ciò che sono e ciò che ho fatto, ad esempio la narrazione partecipata, lo storytelling improvvisato, alcune pratiche di gestione nonviolenta dei conflitti e alcune tecniche dell’educazione non formale.

Uri: Come ho detto prima, il TDO è diventato parte della mia vita, e sì, lo pratico, non come ‘e’stato praticato’ ma come ‘potrebbe essere o diventare.’ Non nel modo in cui ‘ero’ ma nel modo in cui ‘sono e posso essere’. Agisco e rifletto, provo e fallisco, sbaglio e celebro i miei sbagli, provando sempre a essere sul cammino e diventare migliore di quanto possa pensare di diventare.

L’uso del genere grammaticale femminile è una provocazione, non deve far pensare che abbia lavorato con soli gruppi femminili, così come l’uso del genere grammaticale maschile non fa pensare che si tratti di soli maschi.

English version

What is TO?

Ilaria: I can only say what is the TO for me. Saying this is “the TO of Boal” is to betray Boal himself , who, being an intelligent man, always has revised an re-invented his method, depending on the context in which he operated in. Saying “the TO of Boal” is like saying “Marxism” who has lost Marx. For me TO is a relevant and effective method for my work in the field of education and training, as well as in facilitation of group creative processes.


I use the term “education” in its etymological meaning of e- ducere, or “pull out”, and I use the term “training” loosely because the trainer (in Italian “formatore/rice”) more than “forming, forging, fix, define” should “re- form, re-build, re-define” with the group through questioning. In these two fields, therefore, the field of education as a Socratic process and the field of training as a process of criticism and of inquiry, the TO method allows me to interact with the group involving multiple dimensions and multiple channels of dialogue and learning: the mental, the body and the emotional one. In particular, I make use of Image Theatre as an investigative tool to make visible, through “bodily statues”, what is usually taken for granted, what the body knows and the mind forgets, what you feel you can not say. This tool proves to be very revealing both with children and with the adults, in both cases, the facilitator should have the attitude of an observer and be open and welcome what comes out of it, and as a result should have a great ability to analyze and reflect the findings to the group and so encourage them to new observations.
Regarding the use of TO in the facilitation of group creative processes, I mean the use of different techniques that appear in most forms of the theater per se, only that TO has a more playful approach. Facilitate a creative process of a group of non-actresses means for me to promote the re-appropriation of art as a cathartic moment, regenerative, celebrating the seasons of life and death, sometimes as an up-rising and social commentary, sometimes as expression of needs, desires and fears in symbolic and sensitive language.

Uri: I agree we shouldn’t just “Copy Paste” Boal’s work without engaging in active criticism and adapting to the context of time and place in which we operate and which we are. Yes, TO has a base and “ideological roots” that must be recognized, studied and honored. It is a Theater born in midst of a military dictatorships and censorship, a theater that seeks to bring consciousness to the injustices of the world, that acts to activate people to engage themselves in “changing the world” and bring about a better world. A better world is not meant in absolute terms but in relative terms, in never-ending on-going struggle towards our unreachable ideals of justice, beauty, truth and love. It is my experience and my practice that leads me to believe that the best way to “change the world” (or I prefer to think on it as “repairing the world”) is to change one-self and in a ripple effect in others. It is my belief that this is done by “pulling/bringing out” (e- ducere) our essential self, the self that is not separated from the whole of humanity. To this we reinforce in our common “selves” the quality of empathy, sym-pathy (being emphatic bi-laterally), tolerance and solidarity. In this individual voyage, individual in the sense of in-divisible aspect of the personal and collective experiences, I gained much since I first encountered Boal’s Theatre of the Oppressed, the book, the methodology and philosophy.

What are for you the most memorable Images/moments from your work with the theater ?

Uri: I am thankful of this precious images in my mind: From a tiny classroom of a school for working children on the banks of the horribly polluted river crossing Kathmandu creating images of their daily oppressions and transforming them, to a white studio of an arts college positioned in the serenity of Amsterdam canals to ‘deconstruct’ the hidden messages in economical news, through newspaper theater. From a “playing with” testimonies and images from the occupied territories with Israeli ex-soldiers, to playing football and creating theater images as creative resistance with children of the Palestinian village At- Tuwani. From leading a workshop to more then 40 Theater of the oppressed practitioners (many of them much more experienced then me) in Jana Sankriti’s 4th Muktadhara festival, to organizing a family workshop of the techniques Images and Stories for my mother’s 70’s birthday. Many more images, sounds, tastes, smells and words come to my mind when I think about my life in the TO and TO in my life, for all of those moments I need to thank a man I never met, Augusto Boal.

Ilaria: First of all I remember (in the Latin sense of “ri-cord-are”: having memory in the heart) the theater workshops (not TO) in the schools that I have assisted in, led by theater director Anita Mosca, because it marked “the moment” when I realized what I liked to do in life. I remind the workshop “Animated reading and dramatization” in a primary school of Miano, a suburb of Naples; the storytelling and theater workshop I led, “Queen of Sheba”, that later became a seminar that integrates theater, storytelling and texts, and that explores the interweaving of gender and intercultural issues; my first try at the Rainbow of Desire, conducted so absolutely not in an “orthodox” way on a story of domestic violence; and finally, the orientation workshops in a school at Pigneto (Rome), in which I re-created the technique of “Images and Stories”.

Who are the oppressed ?

Ilaria: For this question, I answer again on the premise “for me” (yes, it is a post-modern attitude I know). As mentionaed before, re-calling Boal’s continuous search to adapt to different contexts, I can say that also for him the oppressed were not always the same groups, in Europe he totally changed his perspective on oppression and gave birth to Rainbow of Desire and Cops in the Head techinques to deal with “internalized oppression”. Which criteria I choose to identify who are the oppressed? An economic, social, psychological one? And within these criteria, will I not always choose according to my particular weltanschauung?, for example, if the oppressed are chosen on the basis of economic criteria, will I be content to choose them based on income? And if, in my vision of the world, my own concept of oppression and the oppressed, would make me consider all people who believe that capitalism is the only possible economic system?
My conception of oppression, or rather the kind of oppression with which I would want to (have to) work at this time in my life, has to do with the “oppression of the imagination”. And the method of TO allows me to explore the territories of the mind colonized by the main stream culture, this translates into questioning stereotypes about gender and “the other/s” in the sociological sense, the economic system, etc. From this concept is born the idea of “Other Possible Worlds in Praxis”.

Uri: Who are the Oppressed? Nobody, everybody, anybody? For me it is the body that is the most oppressed: It is the body of the “modern” fabric worker that is trained to work in the receptivity of a never-ending production line, it is my body remembering the experience, in a summer job at 16 years old, sorting out Lychees for 13 hours a day for 30 days. It is the body of men trained to show no weakness and dominate , it is my body trained to be a solider and kill my fellow-men. It is humanity mechanized by violence and greed. It is mother earth and human mind humiliated and degraded by chemicals. Those are the bodies that need release, those are the oppressed that need to redeem themselves.


Only the bodies are oppressed? The human body is the physical manifestation of oppression of the minds and souls that have become oppressed: Minds filled with external voices forcing them into structures and paradigms, and souls that seek redemption under the wings of institutional religion or in the cold logic of scientific thought. All of those need to be liberated and moving, acting, experiencing theatrical body is a great portal to do this.

You call yourself a practitioner of TO?

Ilaria: I always feel uncomfortable to define myself, there are people who feel better by saying “who they are professionally” because it gives them a specific form, others, on the contrary, they feel good only in the fluidity, perhaps because they do not define themselves according to what they do, or because they know they do different things and will continue to change the things they do, I am one of the latter.


I practice TO but would not call myself “a practitioner of TO” because maybe it would mean some actions and practices that do not belong to me. In addition, I always use the method of TO combined with other practices and methods, linked inevitably to what I am and what I have done , such as participatory narration,  improvised storytelling, nonviolent conflict management and non-formal education .

Uri:  Like I said before from TO has become an inseparable part of my being and yes, I practice it, but not in the way ‘it always was’ but in the way ‘it could always be or become’. Not in the way ‘I was’ but in the way ‘I am and can become’. I act and reflect, try and fail, make mistakes and celebrates them, trying always to be on the way and become better then I think I could be.

Cosa e’ successo al Festival “Teatro in Comune”?

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Dal 13 al 17 Novembre 2013 si e’ svolto il Festival “Teatro in Comune” a Casalbordino (CH).

Il Festival e’ stato organizzato da TheAlbero in collaborazione con ImaginAction, Aradia e Nuova Arcadia.

Il Comune di Casalbordino ha dato in concessione il Centro Giovani, un ex mercato coperto trasformato in uno spazio colorato per attivita’ giovanili, ma non ancora in funzione. Il Festival e’ stata un’occasione per aprire lo spazio e dare ai ragazzi e alle ragazze di Casalbordino un assaggio delle potenzialita’ del centro e dell’arte come strumento di trasformazione perrsonale e sociale.

Il Festival ha colto di sorpresa circa duecento bambini e bambine in grembiulino che hanno visto arrivare artisti e artiste in maschere e trampoli la mattina del 13 novembre nella propria scuola! Gran parte di questi/e bambini/e e’ tornato al Centro Giovani per incontrare i “personaggi strani che parlavano lingue diverse” e ha poi partecipato alle attivita’.

La cerimonia di apertura si e’ svolta la sera del 13 novembre con una vivace Carnival Parade per le strade del centro storico, partendo dal Centro Giovani, “attaccadno con la bellezza e la musica” passanti e commercianti, a cui venivano dedicate canzoni e balli.

Durante la serata, si e’ raccontata una storia in cerchio col tamburo e si sono fatti dei giochi per favorire lo scambio e la conoscenza tra locali e artiste/i internazionali.

Durante le mattinate (dal 14 al 17 novembre) si e’ svolto il laboratorio avanzato “Re-weaving the stories of the community”, con Alessia Cartoni e Hector Aristizabal, esplorando tecniche del metodo del Teatro dell’Oppresso, dello Storytelling e del Teatro di Testimonianza. Il laboratorio e la vita comunitaria nella “Villa del Festival” hanno reso possibile la tessitura di una comunita’ artistica pronta a condividere storie personali intense e profonde.

Durante i pomeriggi si sono svolti laboratori aperti alla comunita’ che hanno coinvolto circa cento persone.

Il centro e’ stato allegramente invaso soprattutto da bambini e bambine dai 6 ai 10 anni e ragazzi e ragazze adolescenti. Laboratori di maschere della Commedia dell’Arte, di pupazzi di carta, di vestiti con giornali, di burattini con materiale da riciclo, attivita’ di disegno, face painting e giochi in cerchio, sono stati momenti per risvegliare insieme il grande potere della creativita’ e la magia della trasformazione di materiali semplici in qualcosa di vivo.

Per i laboratori in programma e le attivita’ nate spontaneamente per iniziativa di artisti/e del Festival, per bambini/e e ragazzi/e, si ringraziano: Aradia (Laura e Diana Capriotti), Giulia Frova e Alessia Cartoni, Silvia Liberati, Hector Aristizabal, Julie Rose Stevenson, Tasso Barbasso (Marina Mansi e Stefano Seproni), Ilaria Olimpico e Uri Noy Meir.

Gli/le adolescenti hanno partecipato ai laboratori di teatro unendosi spesso agli/alle adulti/e in uno scambio intergenerazionale orizzontale in cui si sono confrontati/e con la tecnica del Teatro di Testimonianza, mettendo in scena storie personali; con il metodo del Teatro dell’Oppresso affrontando questioni relative alle identita’ di genere, all’aggressivita’, alla creativita’.

Facilitatori e facilitatrici con diversi stili e metodi si sono sperimentati nella conduzione di laboratori che mettevano insieme praticanti di Teatro dell’Oppresso, ragazzi/e che non avevano mai fatto teatro e adulti/e incuriositi/e.

Si sono susseguiti i laboratori:

– “Living with resilience” di Diol Mouhamadou dal Senegal, che ha parlato il linguaggio universale del movimento, del ritmo, del canto, portando in piazza il suo gruppo coinvolgendo cittadini e cittadine in giochi-esercizi teatrali del teatro forum africano;

– “Weaving a basket as metaphor of a community” di Francesco D’Ingiullo da Palmoli, laboratorio di cesteria che ha aperto la tessitura reale e metaforica della comunita’ del festival;

– “Al di la’ degli intellettualismi” di Luciano Marradi da Roma, sul ruolo del TdO nelle rivendicazioni sociali;

– “De-construct your look” del gruppo Curcuma (Inma Pascual Sanchez, Mariona Arner, Nando Carnero) dalla Spagna, che ha indagato, attraverso giochi-esercizi, la costruzione delle identita’ di genere, sfidando il senso comune e il dato per scontato;

– “Riscaldamento per Voce” di Caterina Palmucci da Sulmona, un cerchio rilassato e allo stesso tempo vibrante che ha riscaldato lo spazio con i respiri e le vocalizzazioni di tutta la comunita’;

– “Ouverture” di Philippe Tordeaux dall’Abruzzo, un laboratorio conclusivo che ha raccolto tutta l’energia accumulata durante il festival, in cui, negli esercizi di clownerie, partecipanti, adulti/e e bambini/e, artisti/e e non, hanno dato il meglio di se’!

Durante le serate, si sono condivisi spettacoli, work in progress e corti teatrali.

– Lo spettacolo della compagnia “Mure’ Teatro” ha regalato alla comunita’ un viaggio appassionato alla ricerca della citta’ futura, incontrando personaggi e persone reali della Pescara di ieri e oggi (Tento Tanto, storie di vita nella citta’).

– La compagnia “Tasso Barbasso” ha provocato la comunita’ con sei tableaux sulla violenza di genere, fisica, mediatica e psicologica (Con(m)passione); in conclusione dello spettacolo, in maniera non prevista, Ilaria e Uri di TheAlbero hanno coinvolto il pubblico, soprattutto bambini presenti allo spettacolo, a intervenire sulle immagini viste per vedere le trasformazioni possibili, utilizzando tecniche di teatro immagine.

– Hector Aristizabal ha condiviso la sua performance “Nightwind”, uno spettacolo sulla tortura raccontato dal torturato stesso, con delicatezza, forza, ironia e verita’; dopo, Hector ha coinvolto la comunita’ in una risposta in immagini corporee alla performance.

– Yke Van Dok ha mostrato il video “I’m here” sulla vita dei giovani rifugiati in Olanda, particolarita’ del video e’ l’apporccio partecipativo utilizzato nel montaggio: i rifugiati sono protagonisti e artefici del video, appropriandosi della loro storia e della narrazione della loro storia.

– Ilaria Olimpico ha presentato “Speriamo che sia ribelle”, una lettura drammatizzata di un testo originale basato sull’esperienza della gravidanza come status privilegiato per mettere a fuoco derive socio-culturali e sistemi ideologici rigidi e giudicanti.

– Uri Noy Meir ha condiviso il suo work in progress “Warrior of light”, un testo originale che ripercorre la sua esperienza di ex combattente israeliano.

– Giusi Ciccio’, in maniera ironica, ha mostrato i risvolti del precariato raccontando la sua storia esilarante in “Forse, forse, forse”, alle prese con un wc intasato senza possibilita’ economica di ripararlo.

– Antun Blazevic ha regalato alla Festa Castrum DiVino in centro storico, “Zingaro felice”, squarci di vita zingara, a tratti poetici e a tratti irriverenti, la sua voce roca e unica era interrotta da una bambina del pubblico che correggeva il suo italiano “balcanico” e dalle musiche allegre e accattivanti dei suoi musicisti.

Il Festival si e’ concluso con una Carnival Parade finale a cui si sono aggiunti/e bambini/e con le loro creazioni, ragazzi e ragazze che sono partiti/e dal Centro Giovani con ritmi ed energia.

Il Festival era auto-finanziato, e’ stato possibile solo grazie a tutte le eprsone che hanno creduto nella nostra folle idea:

Si ringrazia la municipalita’ di Casalbordino, in particolare l’Assessore alla Cultura e al Turismo, Vincenzo Cocchino, per la grande fiducia, l’aiuto logisitco e la generosa disponibilita’.

Si ringrazia tutta la comunita’ di Casalbordino per l’accoglienza calorosa.

Si ringraziano i/le partecipanti del Festival venuti/e da vicino e da lontano (Estonia, Marche, Abruzzo, Lazio, California, Spagna, Sardegna, Lombardia, Germania, Toscana, Russia, Campania, Olanda, Umbria, Emilia Romagna, Colombia, Senegal), per aver condiviso storie, intessuto reti, giocato, riso, ballato con noi!

Si ringrazia Giancarlo e Cantina Casalbordino per aver offerto del buonissismo vino locale durante le serate del festival!

Si ringraziano mamma e nonna “Aradia” per il cibo gustoso e fatto con amore!

 

Uri Noy Meir & Ilaria Olimpico