Ferite di donne, Medicine di donne

Laboratorio di teatro e narrazione per donne

Il laboratorio si propone come spazio-tempo fuori dall’ordinario per ritrovarSI, ritrovare la relazione con le altre e con l’ambiente, attraverso l’arte vista come strumento di conoscenza, presa di consapevolezza e trasformazione personale e sociale.

Il tema del laboratorio riguarda le “ferite” delle donne, viste come momenti di passaggio, “fessure” da dove puo’ passare la luce, opportunita’ per trovare delle “medicine”, viste come risorse interiori che portano alla resilienza e all’empowerment.

Per organizzare un laboratorio ferite-donne-medicine-donne

Grazie Fatima

Paralizzate dai confini, le donne partorivano paesaggi e mondi interi”. “I sogni sono come i profumi, invisibili ma potentissimi (Fatima Mernissi, La terrazza proibita)

Ti ho citato spesso nelle mie ricerche di corrispondenze tra approcci interculturali e approcci di genere,

Ti ho letto tanto, sono stata sognante sulle terrazze della tua infanzia in Marocco e sono stata affascinata dalle sultane in terre di Islam da te riportate alla memoria, smentendo Bernard Lewis, ulema e islamofobi…

Grazie Fatima Mernissi!

Ilaria

(la sociologa e femminista Fatima Mernissi è morta il 30 novembre a Rabat)

La mia recensione del libro “La terrazza proibita. Vita nell’harem” di Fatima Mernissi (ed. Giunti, 1996)

Una “terrazza, spaziosa e invitante, tutta imbiancata a calce” è il luogo magico dove prendono vita le storie delle Mille e una notte, dove i ragazzi e le ragazze si scambiano sguardi furtivi d’amore, dove, nelle notti di luna piena, le donne recitano formule magiche in lingue sconosciute, dove una bambina si nasconde in una giara di olive per imparare a non avere paura.

Fatima Mernissi racconta la Fez degli anni Quaranta con la semplicità tenera e l’arguzia innocente della bambina che è stata.

La curiosità infantile passa dal desiderio di capire cos’è un harem o il perché della guerra, alla voglia di imparare formule magiche d’amore, dall’esigenza di capire cosa sono i hudud (confini), alla voglia di sapere cos’è la felicità “piena e tonda, al cento per cento”.

Chi legge, così come la piccola Fatima, impara che le parole sono come cipolle, “più pelli togli, più significati incontri”. Così, la parola harem evocherà allo stesso tempo: un cortile di una famiglia allargata in cui non c’è né discrezione, né autonomia; una terrazza incantata dove si recita e si gioca; una prigione dove si schiacciano “talenti e desideri”, una comunità di donne che solidarizzano e sognano “una vita di deliberata indulgenza”.

Le donne del romanzo sono sia coloro che, sulla terrazza, inneggiano alle eroine del mondo arabo, da Sherazad a Huda Sharawi, consapevoli dell’impellenza della libertà e della modernità, sia quelle che concordano con gli uomini sulla reclusione delle donne e si autorecludono nei limiti della tradizione.

Le note dell’autrice sono illuminanti circa i particolari personaggi evocati o taluni eventi storici a cui si fa riferimento, inoltre, sono utili le note esplicative sulla cultura islamica per chi non è esperto.

Ciò che percorre l’intero romanzo sono il potere simbolico e di riscatto delle storie e delle drammatizzazioni e la tenacia dei sogni.

Paralizzate dai confini, le donne partorivano paesaggi e mondi interi”. “Certo un sogno da solo, senza il potere contrattuale necessario a perseguirlo, non basta a trasformare il mondo o ad abbatterei muri, però aiuta a conservare la dignità”.

A chi si lascia affascinare, rimangono i profumi, di henné e di thé, e i sogni. E i sogni sono come i profumi: “invisibili ma potentissimi”.

Ilaria Olimpico

Riscoprire la relazione con la Terra

In Nome della Madre è un laboratorio itinerante di teatro e narrazione che nasce dal bisogno di andare oltre l’importante informazione sulla crisi ecologica e sulla critica all’ideologia sviluppista, oltre la diffusione delle buone pratiche “sostenibili” e dei comportamenti ecologicamente virtuosi, per poter sanare, ri-creare, ri-trovare una relazione profonda e autentica con la Terra, riconoscendola come Madre.

Abbiamo subito, abbiamo agito, un allontanamento dalla natura e dalla campagna, in senso geografico (per lo piu’ viviamo in paesi, città o megalopoli dove la natura è ridotta a parchi, alberi di abbellimento e aiuole), in senso esperienziale e cognitivo (nella nostra infanzia non facciamo le grandi esperienze che solo vivendo a contatto con la natura si possono fare, non impariamo gli usi delle piante, non riconosciamo da dove vengono i cibi, non esperiamo il ciclo vita-morte-rinascita) e in senso valoriale (ci hanno fatto credere che abitare in città e meglio che vivere “sperduti” nella natura).

Se non avviene una trasformazione nel rapporto “personale” con la Natura sarà sentito come faticoso qualsiasi comportamento ecologicamente virtuoso continuativo, se non ci si mette in relazione con la Madre Terra, si rischierà di prendere posizioni “ambientaliste” in maniera ideologica o, peggio, di essere parte della moda green delle energie rinnovabili a fini speculativi. Il progetto In nome della Madre si propone quindi come ri-cerca attraverso i sensi, il corpo e le emozioni, del rapporto con la natura.

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Il progetto si articola in una serie di laboratori brevi e interviste in diverse città italiane ed europee e in un laboratorio residenziale di cinque giorni. Durante i laboratori, si sperimenta l’integrazione di diversi linguaggi, passando dal linguaggio corporeo alla poesia e viceversa, dall’immagine al suono/movimento, dall’immagine al racconto orale. Si attinge alle tecniche di Teatro dell’Oppresso (in particolare Teatro Immagine ed Estetica dell’Oppresso), metodo di indagine e trasformazione della realtà personale e sociale. Si pratica la narrazione partecipata che fa riferimento al cerchio narrativo, rituale diffuso in tutte le culture antiche, pratica di ascolto attivo e orizzontalità.

I laboratori brevi a volte si inseriscono in spazi più ampi di incontro per il cambiamento. Il laboratorio a Lucca è ospitato dal Festival Mitos (Meeting Italiano di Teatro Sociale) che all’ottava edizione si chiede se il teatro sociale può rivoluzionare la società. Il laboratorio a Bologna è proposto durante Teatro per la Transizione – Villaggio di apprendimento, il primo incontro per condividere pratiche, strumenti e visioni sul ruolo del teatro partecipativo per la transizione verso modelli resilienti di vita insieme, in armonia tra noi e con la Terra. Il laboratorio residenziale si svolgerà nella comunità di Mas Franch a Girona, in Catalogna, una comunità che sta già vivendo e sperimentando un altro stile di vita, più sostenibile, che lascia una minore impronta ecologica.

Alcuni laboratori brevi saranno per sole donne, per sondare il legame che intercorre tra tematiche di genere e rapporto con la Natura. Attraverso un linguaggio estetico, simbolico e non verbale, ci si chiederà quanto hanno in comune le violenze sui corpi delle donne e le violenze sulla Natura, che tipo di relazione c’è tra la riduzione del corpo della donne a oggetto di piacere e la riduzione della Natura a pacchetto di risorse da sfruttare.

In nome della Madre” risponde anche al desiderio di sperimentarsi con l’economia del dono nel cammino di una transizione da un sistema economico del debito, della crescita infinta, del profitto per il profitto e della logica vince-perde, a un sistema che è a favore della vita, che poggia sui valori della cura materna, della solidarietà tra le persone, tra i popoli e le comunità, che crede in un’economia del dono e della generosita’ radicale.

Non a caso, “In nome della Madre” è in realtà già iniziato, raccogliendo immagini, suoni e parole durante il Giftival (Festival del dono) e durante il convegno “Le radici materne dell’economia del dono” alla Casa Internazionale delle Donne (26 aprile – 1 maggio), chiedendo ai praticanti e alle praticanti dell’economia del dono provenienti da tutto il mondo di lasciare una poesia, un’immagine corporea, una danza, una canzone “In nome della Madre Terra” .

L’economia del dono prende come esempio la relazione tra madre e figlio e quella tra Madre Terra e gli esseri viventi che la abitano” ha detto Genevieve Vaughan. Per economia del dono, nel contesto del progetto “In nome della Madre”, TheAlbero intende quel sistema che esisteva, esiste ancora e vuole ri-nascere intorno a noi, in cui sappiamo e scegliamo di credere che chi dà è colui che riceve di più, ci sono risorse sufficienti per tutti e tutte, avere di più non è necessariamente meglio, ci sono sempre alternative. Si sperimenterà durante i laboratori brevi tutta la complessità della transizione, essendo tesi tra la volontà della trasformazione radicale e la difficoltà di praticarla in un sistema ancora dominante, pervasivo e invasivo. Ma aspettiamo il futuro che emerge in modo collettivo e plurale.

Ilaria Olimpico

Pubblicato su comune-info.net il 31 maggio 2015

 

Lo sguardo sull’Altro: rappresentazioni e dinamiche di potere

(Stralci dall’intervento in occasione della presentazione del libro ‘Counseling e psicoterapia: un approccio culturalmente sensibile’ di Marwan Dwairy, curato da Alfredo Ancora, edito da Franco Angeli – evento organizzato da ‘Programma integra’ e ‘Interculturando Roma’ in convenzione con il Dipartimento Servizi sociali, Sussidiarietà e Salute di Roma Capitale, 17 aprile 2015)

Se siete accanto a un altro … potete figurarvi come un mendicante davanti a una porta in cui non potrà mai entrare: chi vi entra non sarete mai voi, col vostro mondo dentro, come lo vedete e lo toccate, ma uno ignoto a voi, come quell’altro nel suo mondo impenetrabile vi vede e vi tocca … (Enrico IV, Pirandello)

Pirandello rende in poche righe tutta la complessita’ della relazione tra me e l’Altro da me, evidenziando il ruolo delle rappresentazioni nella comunicazione e nella conoscenza reciproca. Cio’ che arriva di me all’Altro non sono io ma e’ la rappresentazione di me cosi’ come l’ha scelta l’altro, parafrasando Pirandello, l’immagine di me che percepisce l’altro non e’ l’immagine che ho io di me stesso, e analogamente l’immagine che ho io dell’Altro non e’ l’Altro ma la mia rappresentazione dell’Altro.

La questione della rappresentazione dell’Altro assume maggiore complessita’ quando l’alterita’ non abita solamente la dimensione io-tu ma anche la dimensione noi-loro, ossia fa’ riferimento a identita’ di gruppo.

Quando la rappresentazione dell’Altro diventa una narrazione sull’Altro, un sapere sull’Altro, un “discorso” direbbe Foucault, nella complessita’ rientrano le dinamiche di potere, perche’ come direbbe Foucault il “discorso” esercita un potere.

Chiederci sempre chi narra? Chi e’ narrato? Ci permette di prendere consapevolezza delle strutture di potere, per lo piu’ implicite, sottaciute e per questo autoperpetuantesi, tra due individui, due gruppi.

L’Altro assume tutte le stranezze, e’ piu’ o meno qualcosa, ma non si esplicita mai quale e’ la normalita’, il canone, la norma a cui si fa riferimento, il termine di paragone assoluto. Tacere o non rendersi conto che il metro di giudizio, di paragone preso e’ quello di colui che narra, produce delle distorsioni nella comprensione e nella relazione nonche’ produce e riproduce rapporti di potere.

La conoscenza dell’Altro non e’ mai neutra, mai oggettiva. Il sapere e’ strettamente connesso al potere. La sola esistenza di una “disciplina” come l’Orientalismo priva di un equivalente nelle culture orientali, è l’indizio di una dissimetria tra Est e Ovest scrive Edward Said.

Colui che narra, narra, quasi sempre, piu’ o meno inconsapevolmente, da una prospettiva culturocentrica, per cui la sua cultura e’ considerata la norma, l’universale.

Questa riflessione sullo sguardo sull’Altro puo’ essere applicata alla relazione interpersonale io-tu, alle relazioni tra persone di diversi gruppi culturali, alle relazioni tra i generi.

A proposito del concetto di Alterita’ riguardo al genere, scrive Simone de Beauvoir:

Il soggetto si pone solo opponendosi: vuole affermarsi come essenziale e costituisce l’Altro come inessenziale, come oggetto…. la donna si determina e si differenzia in relazione all’uomo, non l’uomo in relazione a lei: lei e’ l’Altro.

Nel caso dell’Altro in relazione all’appartenenza etnica, geografica o culturale, potremmo dire con certe forzature, che l’arabo, l’africano, il popolo x, vengono raccontati e presentati in relazione all’uomo bianco europeo cattolico, perche’ loro sono l’Altro.

Scrive Edward Said, nel suo celebre libro “Orientalismo”:

… esiste il presupposto che l’intero Oriente possa essere dominato da un unico punto di osservazione.

… All’Oriente viene negata la contemporaneità, la potenzialità di cambiamento, la storicità, la dinamicità, la complessità, la varietà.

… I caratteri dell’arabo diventano metastorici e metaindividuali.

Lo sguardo sull’Altro, non e’ mai neutro, mai oggettivo, mai scientifico. Non esiste un Altro “oggetto” di studio o di ricerca, esiste una relazione, in cui lo sguardo che va “da me all’Altro”, piu’ che dirmi qualcosa sull’Altro, mi dice qualcosa su come guardo, mi dice qualcosa su di me.

Nell’approccio di Margalite Cohen Emerique, l’analisi dello shock culturale non mi serve per capire l’altro ma piuttosto mi serve per individuare le mie zone sensibili.

Un altro esempio lampante della complessita’ dello sguardo sull’Altro riguarda il caso delle cosiddette Veneri steatopigie, le statuette del Paleolitico ritrovate in un’ampia area geografica, dalla Francia alla Turchia, dai Balcani alla Siberia. Queste statuette sono state interpretate come appunto Veneri, come espressioni dell’erotismo maschile o come riti di fertilita’ primitivi osceni. La maggioranza degli studiosi continua a proiettare sulle statuette preistoriche la propria visione del mondo ritenendola “universale”, o meglio non ponendosi alcuna questione sulla propria visione del mondo, dando per scontato che la loro visione sia “oggettiva”. Lo sguardo sull’Altro , in questo caso l’Altro del passato, e in particolare lo sguardo “maschile” sull’Altro, rivela una prospettiva “androcentrica” di chi guarda l’Altro.

Per passare da una prospettiva culturocentrica a una prospettiva transculturale, nel senso che viene dato anche nel libro di Dwayri, di attraversamento delle culture, il primo passaggio e’ un decentramento, una relativizzazione delle proprie categorie concettuali. Mi piace molto l’espressione usata nella prefazione “dissoluzione del centro”.

Una volta presa consapevolezza dell’elemento culturale e quindi di relativita’ delle nostre matrici percettive-valutative-epistemologiche, si apre la questione del limite tra il riconoscimento della relativita’ della propria cultura e la presa di posizione relativista.

La sfida del nostro tempo e’ non cadere ne’ nella tentazione di un universalismo che di universale ha solo le pretese perche’ figlio di una determinata cultura, ne’ nella tentazione di un relativismo che porta a un nichilismo morale (coem ha scritto l’antropologo Claudio Marta) e a una feticizzazione delle culture.

Quando ho letto le indicazioni di Dwayri che esortano il terapeuta a non entrare in conflitto con la cultura del cliente perche’ la terapia non e’ il luogo per cambiare la cultura, ho sentito delle resistenze (sono state toccate delle mie zone sensibili nel linguaggio di Cohen Emerique) per quanto riguarda la descrizione di casi in cui la famiglia ha un ruolo determinante/soffocante, ma forse perche’ nel mio lavoro agisco su un piano socio-politico e non terapeutico.

Mi e’ venuto alla mente un aneddoto di Julian Boal, figlio di Augusto Boal, fondatore del metodo del Teatro dell’Oppresso: Julian racconta che una donna disse a Boal padre di essere picchiata dal marito non piu’ di quanto meritasse. In questo caso disse Julian il Teatro dell’Oppresso non puo’ fare molto perche’ si ha a che fare con una vittima non con un soggetto oppresso che cerca di cambiare la propria situazione.

Per quanto riguarda le questioni di genere con approccio transculturale, vale la pena ricordare le riflessioni di Leyla Ahmed: e’ esistita ed esiste una connivenza tra certe posizioni femministe e il colonialismo, “l’adozione di un’altra cultura come rimedio alla misoginia della propria , è non solo assurdo ma impossibile”.

Come direbbe Freire: nessuno libera nessuno, ci si libera insieme in solidarieta’.

Tra l’altro, purtroppo, l’oppressione delle donne e’ trasversale a molte culture. Come acutamente osserva la sociologa marocchina Fatima Mernissi, se nel mondo arabo-musulmano c’e’ un harem di tipo spaziale, nel mondo occidentale c’e’ l’harem della taglia 42, io aggiungerei c’e’ un harem di tipo temporale, alle donne non e’ permesso invecchiare.

Come facilitatrice di teatro sociale, ho trovato nella “terapia della metafora” (scavare il tunnel metaforico, riportare la tovaglia sulla tomba dei genitori, etc), che propone Dwairy delle analogie con degli atti che definirei “psicomagici” e che sono agiti spesso nel teatro sociale, spazio protetto, liberato, luogo metaforico e al tempo stesso trasformativo.

 Ilaria Olimpico

 

 

Auto-riflessioni insieme sul TDO – Self-reflecting together on TO

by/di Ilaria Olimpico e Uri Noy Meir

Followed by English translation 

Cos’è il TDO?

Ilaria: Posso dire cosa è il TDO per me. Dire “il TDO di Boal” è tradire Boal stesso che, essendo un uomo intelligente, ha sempre rivisto il suo metodo, a seconda dei contesti in cui si trovava. Dire ““il TDO di Boal” è come dire “marxismo” che ha perso Marx. Dunque, il TDO per me è un metodo pertinente ed efficace per il mio lavoro nel campo dell’educazione e della formazione, così come, nella facilitazione di processi creativi di gruppo. Uso il termine “educazione” nel suo significato etimologico di e-ducere, cioè “tirare fuori”; e uso il termine “formazione” impropriamente perché la formatrice più che “formare, forgiare, fissare, definire” dovrebbe “de-formare, de-costruire, ri-definire” con il gruppo, mettendo in discussione. In questi due campi, quindi, dell’educazione come processo maieutico e della formazione come processo di indagine e critica, il metodo del TDO mi permette di interagire con il gruppo coinvolgendo più dimensioni e più canali di dialogo e apprendimento: mentale, corporeo ed emozionale. In particolare, faccio uso del Teatro Immagine come strumento di indagine per rendere visibile, attraverso “statue corporee”, ciò che di solito è dato per scontato, ciò che il corpo conosce ma la mente dimentica, ciò che si sente ma non si riesce a dire; questo strumento si rivela ricco di scoperte sia con le bambine sia con le adulte e, in entrambi i casi, la facilitatrice dovrebbe avere l’atteggiamento dell’osservatrice e della raccoglitrice prima di tutto, per essere aperta a ciò che viene fuori e accoglierlo, e in seguito dovrebbe avere una grande capacità di analisi e restituzione, per riflettere al gruppo quanto emerso e stimolarlo a nuove osservazioni. Per quanto riguarda l’uso del TDO nella facilitazione di processi creativi di gruppo, intendo l’uso di diverse tecniche che provengono in maggior parte dal teatro tout court, ma che il TDO ha traslato su un piano più giocoso. Facilitare un processo creativo di un gruppo di non-attrici significa per me promuovere la ri-appropriazione dell’arte come momento catartico, rigenerativo, celebrativo delle stagioni della vita e della morte, talvolta come riscatto e denuncia sociale, talvolta come espressione di sé e dei propri bisogni, desideri e paure in linguaggio simbolico e sensibile.

Uri: Condivido che non dovremmo “copiare e incollare” il lavoro di Boal senza impegnarci in una critica attiva e un adattamento continuo al contesto del tempo e del luogo in cui operiamo e in cui siamo. Sì, il TDO ha una base e delle “radici ideologiche” che devono essere riconosciute, studiate e onorate. E’ un Teatro nato durante la dittatura militare e la censura, un teatro che cerca di promuovere la consapevolezza delle ingiustizie nel mondo, che punta ad attivare le persone perché siano impegnate nel “cambiamento del mondo” per renderlo migliore. Un mondo migliore non è inteso in termini assoluti ma relativi, in una battaglia senza fine in itinere verso ideali irrangiungibili di giustizia, verità e amore. La mia esperienza e la mia pratica mi hanno portato a credere che il modo migliore di “cambiare il mondo” (preferirei “riparare il mondo”) è cambiare se stessi e in un effetto di propagazione gli altri. Credo che questo si possa fare tirando fuori (come in e-ducare) il nostro sé essenziale, quello che non è separato dal resto dell’umanità. Così rinforziamo il nostro sé comune e la qualità dell’empatia, sim-patia (essere empatici insieme), tolleranza e solidarietà. In questo viaggio individuale, individuale nel senso di in-divisibile aspetto delle esperienze personali e collettive, ho appreso, sin da quando ho incontrato il Teatro dell’Oppresso di Boal, la sua metodologia e filosofia.

Quali sono le immagini-momenti piu’ significative del tuo lavoro con il teatro?

Ilaria: Prima di tutto ricordo (nel senso latino di avere memoria nel cuore) I laboratori di teatro (non dell’oppresso) nelle scuole che ho seguito con Anita Mosca, perche’ segna “il momento” in cui ho capito cosa mi piaceva fare nella vita. Mi viene in mente il laboratorio di “Lettura animata e drammatizzazione” in una scuola primaria di Miano, zona periferica di Napoli; il laboratorio di teatro e narrazione “Regina di Saba” che e’ poi diventato un seminario che integra teatro, narrazione e studio di testi per esplorare gli intrecci tra questioni di genere e questioni interculturali; il mio primo processo di Arcobaleno del Desiderio condotto in modo assolutamente non “ortodosso” su un caso di violenza domestica; infine, ultimo in ordine di tempo, il laboratorio sull’orientamento scolastico in una scuola del Pigneto di Roma, in cui ho ri-adattato le tecniche di “immagini e storie”.

Uri: Sono riconoscente a queste immagini preziose nella mia mente: Da una stretta aula di una scuola di bambini lavoratori sulle sponde di un fiume orribilmente nquinato vicino Kathmandu, creando e trasformando delle immagini con loro sulle loro oppressioni quotidiane, fino a uno studio bianco di un college di arti nella serenità dei canali di Amsterdam per decostruire I messaggi nascosti nei giornali economici, attraverso il teatro giornale. Dal “giocare” con le testimonianze e le immagini dai Territori Occupati degli ex-soldati israeliani, al giocare a calcio e creare delle immagini teatrali di resistenza creativa con I bambini palestinesi del villaggio di At-tuwani. Dal condurre un laboratorio per più di 40 praticanti di TDO (per la maggior parte più esperti di me) nel 4° Festival Muktadhara di Jana Sankriti, all’organizzare un laboratorio familiare con le tecniche di Immagini e Storie per il 70° compleanno di mia madre. Molte immagini, suoni, odori e parole ancora mi vengono in mente quando penso alla mia vita nel TDO e il TDO nella mia mia vita, per tutti questi momenti devo ringraziare un uomo che non ho mai incontrato, Augusto Boal.

Chi sono gli oppressi?

Ilaria: Anche per questa domanda, rispondo premettendo “per me” (sì, è un atteggiamento post-moderno, lo so). Inoltre, anche richiamandomi a Boal e a ciò che accennavo prima circa il suo continuo ricercare e adattarsi a seconda dei contesti, posso dire che anche per lui le oppresse non erano sempre gli stessi gruppi e in Europa la sua prospettiva sulle oppressioni cambiò totalmente e diede vita alle tecniche di Arcobaleno del Desiderio e Poliziotti nella Testa per affrontare “le oppressioni internalizzate”. Quali criteri scelgo per individuare chi sono le oppresse? Un criterio economico, sociale, psicologico? E all’interno di questi criteri dovrò sempre sceglierne altri e saranno scelti a seconda della mia particolare weltanschauung, ad esempio se le oppresse sono scelte in base a criteri economici, potrò accontentarmi di sceglierle in base al reddito? E se la mia visione del mondo ampliasse la concezione dell’oppressione e mi facesse considerare oppresse tutte le persone che credono che il capitalismo sia l’unico sistema economico? La mia concezione di oppressione, o meglio il tipo di oppressione con cui mi sento di voler (dover) lavorare in questo momento della mia vita, ha a che fare proprio con “l’oppressione dell’immaginario”. Il metodo del TDO mi permette di scalfire i territori della mente colonizzati dai main stream culturali, questo si traduce nella messa in discussione degli stereotipi di genere e dell’ “altro” in senso sociologico, del sistema economico, etc. Da questa concezione è nata anche l’idea di “Altri Mondi Possibili in Praxis”.

Uri: Chi sono gli Oppressi? Nessuno, tutti? Per me è il corpo il più oppresso: il corpo del lavoratore della fabbrica “moderna” che è addestrato a lavorare nella ripetitività di una linea di produzione senza fine, è il mio corpo che ricorda l’esperienza, nell’estate dei miei 16 anni, selezionando lychees per più di 13 ore al giorno per 30 giorni. E’ il corpo degli uomini addestrati a non mostrare debolezza e a dominare, è il mio corpo addestrato a essere un soldato e a uccidere un altro essere umano. E’ l’umanità meccanizzata dalla violenza e dall’avidità. E’ la madre terra e la mente umana che sono umiliate e danneggiate dai prodotti chimici. Questi sono i corpi che hanno bisogno di liberarsi, questi sono gli oppressi che hanno bisogno di riscattarsi. Solo i corpi sono oppressi? Il corpo umano è la manifestazione fisica dell’oppressione della mente e dello spirito che sono diventati oppressi: menti riempite di voci esterne che le forzano in strutture e paradigmi, spiriti che cercano la redenzione sotto le ali delle religioni istituzionali o nella fredda logica del pensiero scientifico. Tutti questi hanno bisogno di essere liberati e agire, esperire, muovere il corpo teatrale è un portale per questo.

Ti definisci una praticante di TDO?

Ilaria: Sento sempre disagio nelle definizioni di me stessa; ci sono persone che si sentono sicure nelle forme fissate, sono soddisfatte quando riescono a dire “chi sono professionalmente” perché dà loro una forma specifica, altre che al contrario si sentono bene solo nella fluidità, forse perché non si definiscono a seconda di quello che fanno oppure perché sanno che fanno cose diverse e continueranno a cambiare le cose che fanno; io sono tra queste ultime. Pratico il TDO ma non mi definirei “una praticante di TDO” perché sottointenderebbe azioni e pratiche che non mi appartengono. Inoltre, utilizzo il metodo del TDO sempre coniugato ad altre pratiche e metodi, collegati inevitabilmente a ciò che sono e ciò che ho fatto, ad esempio la narrazione partecipata, lo storytelling improvvisato, alcune pratiche di gestione nonviolenta dei conflitti e alcune tecniche dell’educazione non formale.

Uri: Come ho detto prima, il TDO è diventato parte della mia vita, e sì, lo pratico, non come ‘e’stato praticato’ ma come ‘potrebbe essere o diventare.’ Non nel modo in cui ‘ero’ ma nel modo in cui ‘sono e posso essere’. Agisco e rifletto, provo e fallisco, sbaglio e celebro i miei sbagli, provando sempre a essere sul cammino e diventare migliore di quanto possa pensare di diventare.

L’uso del genere grammaticale femminile è una provocazione, non deve far pensare che abbia lavorato con soli gruppi femminili, così come l’uso del genere grammaticale maschile non fa pensare che si tratti di soli maschi.

English version

What is TO?

Ilaria: I can only say what is the TO for me. Saying this is “the TO of Boal” is to betray Boal himself , who, being an intelligent man, always has revised an re-invented his method, depending on the context in which he operated in. Saying “the TO of Boal” is like saying “Marxism” who has lost Marx. For me TO is a relevant and effective method for my work in the field of education and training, as well as in facilitation of group creative processes.


I use the term “education” in its etymological meaning of e- ducere, or “pull out”, and I use the term “training” loosely because the trainer (in Italian “formatore/rice”) more than “forming, forging, fix, define” should “re- form, re-build, re-define” with the group through questioning. In these two fields, therefore, the field of education as a Socratic process and the field of training as a process of criticism and of inquiry, the TO method allows me to interact with the group involving multiple dimensions and multiple channels of dialogue and learning: the mental, the body and the emotional one. In particular, I make use of Image Theatre as an investigative tool to make visible, through “bodily statues”, what is usually taken for granted, what the body knows and the mind forgets, what you feel you can not say. This tool proves to be very revealing both with children and with the adults, in both cases, the facilitator should have the attitude of an observer and be open and welcome what comes out of it, and as a result should have a great ability to analyze and reflect the findings to the group and so encourage them to new observations.
Regarding the use of TO in the facilitation of group creative processes, I mean the use of different techniques that appear in most forms of the theater per se, only that TO has a more playful approach. Facilitate a creative process of a group of non-actresses means for me to promote the re-appropriation of art as a cathartic moment, regenerative, celebrating the seasons of life and death, sometimes as an up-rising and social commentary, sometimes as expression of needs, desires and fears in symbolic and sensitive language.

Uri: I agree we shouldn’t just “Copy Paste” Boal’s work without engaging in active criticism and adapting to the context of time and place in which we operate and which we are. Yes, TO has a base and “ideological roots” that must be recognized, studied and honored. It is a Theater born in midst of a military dictatorships and censorship, a theater that seeks to bring consciousness to the injustices of the world, that acts to activate people to engage themselves in “changing the world” and bring about a better world. A better world is not meant in absolute terms but in relative terms, in never-ending on-going struggle towards our unreachable ideals of justice, beauty, truth and love. It is my experience and my practice that leads me to believe that the best way to “change the world” (or I prefer to think on it as “repairing the world”) is to change one-self and in a ripple effect in others. It is my belief that this is done by “pulling/bringing out” (e- ducere) our essential self, the self that is not separated from the whole of humanity. To this we reinforce in our common “selves” the quality of empathy, sym-pathy (being emphatic bi-laterally), tolerance and solidarity. In this individual voyage, individual in the sense of in-divisible aspect of the personal and collective experiences, I gained much since I first encountered Boal’s Theatre of the Oppressed, the book, the methodology and philosophy.

What are for you the most memorable Images/moments from your work with the theater ?

Uri: I am thankful of this precious images in my mind: From a tiny classroom of a school for working children on the banks of the horribly polluted river crossing Kathmandu creating images of their daily oppressions and transforming them, to a white studio of an arts college positioned in the serenity of Amsterdam canals to ‘deconstruct’ the hidden messages in economical news, through newspaper theater. From a “playing with” testimonies and images from the occupied territories with Israeli ex-soldiers, to playing football and creating theater images as creative resistance with children of the Palestinian village At- Tuwani. From leading a workshop to more then 40 Theater of the oppressed practitioners (many of them much more experienced then me) in Jana Sankriti’s 4th Muktadhara festival, to organizing a family workshop of the techniques Images and Stories for my mother’s 70’s birthday. Many more images, sounds, tastes, smells and words come to my mind when I think about my life in the TO and TO in my life, for all of those moments I need to thank a man I never met, Augusto Boal.

Ilaria: First of all I remember (in the Latin sense of “ri-cord-are”: having memory in the heart) the theater workshops (not TO) in the schools that I have assisted in, led by theater director Anita Mosca, because it marked “the moment” when I realized what I liked to do in life. I remind the workshop “Animated reading and dramatization” in a primary school of Miano, a suburb of Naples; the storytelling and theater workshop I led, “Queen of Sheba”, that later became a seminar that integrates theater, storytelling and texts, and that explores the interweaving of gender and intercultural issues; my first try at the Rainbow of Desire, conducted so absolutely not in an “orthodox” way on a story of domestic violence; and finally, the orientation workshops in a school at Pigneto (Rome), in which I re-created the technique of “Images and Stories”.

Who are the oppressed ?

Ilaria: For this question, I answer again on the premise “for me” (yes, it is a post-modern attitude I know). As mentionaed before, re-calling Boal’s continuous search to adapt to different contexts, I can say that also for him the oppressed were not always the same groups, in Europe he totally changed his perspective on oppression and gave birth to Rainbow of Desire and Cops in the Head techinques to deal with “internalized oppression”. Which criteria I choose to identify who are the oppressed? An economic, social, psychological one? And within these criteria, will I not always choose according to my particular weltanschauung?, for example, if the oppressed are chosen on the basis of economic criteria, will I be content to choose them based on income? And if, in my vision of the world, my own concept of oppression and the oppressed, would make me consider all people who believe that capitalism is the only possible economic system?
My conception of oppression, or rather the kind of oppression with which I would want to (have to) work at this time in my life, has to do with the “oppression of the imagination”. And the method of TO allows me to explore the territories of the mind colonized by the main stream culture, this translates into questioning stereotypes about gender and “the other/s” in the sociological sense, the economic system, etc. From this concept is born the idea of “Other Possible Worlds in Praxis”.

Uri: Who are the Oppressed? Nobody, everybody, anybody? For me it is the body that is the most oppressed: It is the body of the “modern” fabric worker that is trained to work in the receptivity of a never-ending production line, it is my body remembering the experience, in a summer job at 16 years old, sorting out Lychees for 13 hours a day for 30 days. It is the body of men trained to show no weakness and dominate , it is my body trained to be a solider and kill my fellow-men. It is humanity mechanized by violence and greed. It is mother earth and human mind humiliated and degraded by chemicals. Those are the bodies that need release, those are the oppressed that need to redeem themselves.


Only the bodies are oppressed? The human body is the physical manifestation of oppression of the minds and souls that have become oppressed: Minds filled with external voices forcing them into structures and paradigms, and souls that seek redemption under the wings of institutional religion or in the cold logic of scientific thought. All of those need to be liberated and moving, acting, experiencing theatrical body is a great portal to do this.

You call yourself a practitioner of TO?

Ilaria: I always feel uncomfortable to define myself, there are people who feel better by saying “who they are professionally” because it gives them a specific form, others, on the contrary, they feel good only in the fluidity, perhaps because they do not define themselves according to what they do, or because they know they do different things and will continue to change the things they do, I am one of the latter.


I practice TO but would not call myself “a practitioner of TO” because maybe it would mean some actions and practices that do not belong to me. In addition, I always use the method of TO combined with other practices and methods, linked inevitably to what I am and what I have done , such as participatory narration,  improvised storytelling, nonviolent conflict management and non-formal education .

Uri:  Like I said before from TO has become an inseparable part of my being and yes, I practice it, but not in the way ‘it always was’ but in the way ‘it could always be or become’. Not in the way ‘I was’ but in the way ‘I am and can become’. I act and reflect, try and fail, make mistakes and celebrates them, trying always to be on the way and become better then I think I could be.