Vado, torno, vado

Tartaruga sulla sabbia, respiro.

Protetto, nascosto, appoggiato: il petto.

L’acqua, fluida: va e torna.

Io, ferma: resto, riposo.

All’improvviso, vado.

Miracolosamente, mi alzo.

Vado, per poco.

Aspiro a …

Torno. Mi appoggio.

Poi, vado. Io vado.

Mi espando. Mi espongo.

E poi torno. Mi ricompongo.

E ancora vado. Mi apro.

Aperte le braccia. Aperte le mani.

Aperto il petto. Aperto il cuore.

Esposta ai colpi.

Disposta alla vita.

E poi torno. Mi rifugio.

Mi chiudo. Mi rinchiudo.

Forse implodo.

Mi sbriciolo come statua di sabbia, nella sabbia.

E, dalla sabbia, rinasco tartaruga.

E da tartaruga, ridivento uccello.

Ilaria Olimpico

Risonanza dall’incontro di “Incamminarsi, giornate di studio sulla danza”, con Doriana Crema, Sosta Palmizi. Grazie!

Quella macchia rossa sulla tovaglia bianca

Una macchia di vino rosso sulla tovaglia bianca nel giorno di festa. Mentre tutti ridono e festeggiano, io osservo la macchia rossa sul bianco. Sangue sulla neve. E’ una macchia rosso scuro. Sangue venoso, sangue con anidride carbonica. 

Il vino è caduto sulla tovaglia un anno fa.

E’ passato un anno da quando sono qui, in questo paese lontano, strano. Perchè è strano tutto ciò che si allontana da noi, dal nostro modo di vedere le cose. Vedere. E’ per questo che sono partita veramente. La lettera è stata solo un incentivo. Sono partita per vedere con occhi nuovi. Questo monito ha iniziato ad assillarmi da quando ho visto la macchia rossa sul telo bianco. Sangue sul sudario. Come mai per tutti gli altri non era importante e per me era un segno terrificante? Vedere con occhi nuovi. Avevo bisogno di vedere con occhi nuovi. Ma come? Mentre tutti festeggiavano l’arrivo di un nuovo anno, io sprofondavo nella macchia rossa di sangue fresco. Mentre tutti brindavano con i calici di champagne, io annegavo in un bicchiere di vino rosso sangue. Mentre tutti si auguravano felicità e salute, io vedevo malattia e morte intorno a me che si espandevano come una macchia scura sulla tovaglia bianca della vita. I primi giorni di quell’anno nuovo furono giorni vecchi. 

La tristezza è sempre accucciata da qualche parte dentro di noi, basta una macchia di vino versata sulla tovaglia bianca, ed ecco che prende spazio. Come un cane randagio, pigro e rinsecchito, con il pelo trascurato e gli occhi umidi, la tristezza si trascina fino alla valle del cuore, prende posto laddove il terreno è stato abbandonato ed è rimasto un po’ grigio e fangoso, laddove ha piovuto un tempo e non si è mai asciugato al sole. La mia tristezza era arrivata nella valle del cuore e mi trascinava nella melma ogni volta che cercavo di alzare lo sguardo per vedere con occhi nuovi. 

Nella mia piccola casa non mi mancava nulla. Avevo il mio computer che conteneva le persone con cui chattare, con cui lavorare, con cui scambiare faccine simpatiche e video interessanti. Potevo cercare libri, articoli e perfino detersivi da far arrivare direttamente sulla mia soglia. La mia postina era una signora di mezza età sempre sorridente, gentile, che mi chiamava per nome e mi chiedeva sempre come andava. Mi ricordava come è fatta una persona dal vivo ogni tanto. Uno di quei giorni in cui ero totalmente abbandonata nella melma della valle del mio cuore, accanto al cane spelacchiato e stanco, dagli occhi umidi e il pelo sporco, bussò. Sì, certo, la postina. L’unica che poteva bussare alla porta. Gli altri, semmai, aspettavano in una waiting room di zoom per entrare nel mio sfondo hawaiano per le chiacchierate o nel mio sfondo bianco più professionale per le riunioni di lavoro. Aprii la porta, trascinandomi come il cane bastonato che abitava nel mio cuore, la immaginavo nel suo sorriso solare e bello anche nella più uggiosa delle mattine invernali. E invece no, questa volta non sorrise la mia postina. Aveva la faccia seria e mi consegnava una raccomandata. Una multa? E perchè la mia postina era triste? Comunque, non guidavo da così tanto tempo che sarebbe stato strano ricevere una multa. Firmai con il dito sullo schermo elettronico. Presi la busta. La mia postina restò là a guardarmi, senza farsi sfiorare dal dubbio che ci potesse essere una certa privacy da rispettare. I nostri occhi si incontrarono per un momento. Mi chiesi: ma lei sa già cosa c’è scritto? Strappai la busta, presi il foglio, lo dispiegai, lessi poche righe. Mi chiamavano di urgenza in un paese di cui ricordavo a malapena la posizione geografica. La mia collega stava morendo e chiedeva di me. Irene. Certo, avevo lavorato con lei tanti, tanti anni fa. Perché chiedeva di me? Stava morendo? Stava morendo e chiedeva di me. La mia postina mi disse di guardare nella busta perchè c’era qualcos’altro. Ma lei come faceva a saperlo? Senza parlare, guardai nella busta, presi un altro foglio, lo dispiegai. Era il biglietto aereo elettronico per il viaggio. Sarei partita l’indomani. La mia postina mi chiese se avessi avuto bisogno di aiuto per prepararmi per il viaggio. Ma come faceva a oltrepassare così semplicemente la soglia della postina e diventare come una sorella? “Sì, grazie.” una parte di me avrebbe voluto dire, con la stessa semplicità che la postina aveva usato per oltrepassare la soglia. Ma il cane mi poggiava la testa sul piede e io riuscii a sillabare: “No, grazie”. Chiusi la porta e quando mi voltai verso la mia casa alle mie spalle, mi resi conto come fosse stata abbandonata. La valle del cuore melmosa e abbandonata, la casa in disordine e sporca. Come fuori, così dentro, come dentro, così fuori. Chi lo aveva detto? Il cane continuava a seguirmi e ad abbandonarsi sul mio piede, rendendo tutto faticoso. Ma qualcosa si era azionato e io, come un robot, lento ma ben programmato, iniziai a mettere a posto e a ripulire. Lavai i piatti, strofinai il fornello unto e schifoso. Ma da quant’è che era così? Sostituii le spugnette, feci un’altra passata di sgrassante, risciacquai con acqua fresca. Lo stesso feci per il bagno. Poi fu il turno della lavatrice e dell’aspirapolvere. Il ronzio della lavatrice e il rumore bianco e costante dell’aspirapolvere mi portarono in uno stato di trance. Mentre il mio corpo continuava a comportarsi come un robot lento e ben programmato, eseguendo gli ordini e passando l’aspirapolvere in modo accurato, la mia mente era trasportata nei ricordi di quando lavoravo con Irene. Un’altra vita. Quello che mi colpi’ nei ricordi fu la sensazione dei nostri visi levigati, lisci, piani.  

Finii presto di passare l’aspirapolvere, mi ricordai perchè avevo scelto di avere una casa piccola.  Stesi la lavatrice. Feci in tempo anche a passare lo straccio bagnato. Ma dove era finito il cane? Lo cercai nella valle melmosa del cuore. Eccolo, si era accucciato in un angolo un po’ più nascosto. Forse aveva avuto paura dell’aspirapolvere? Forse aveva paura dell’acqua. La tristezza temeva l’acqua corrente, che scorre, fluisce, pulisce? La casa sembrava un’altra. La valle del mio cuore era un po’ meno grigia, forse c’era un raggio di sole che avrebbe potuto asciugare un po’ il fango. Come fuori, così dentro, come dentro così fuori. Ma chi lo aveva detto? Mi restava da preparare la valigia. Prima però, avevo bisogno di una doccia, o meglio un bagno. Mi rilassai nell’acqua calda, guardandomi intorno, le piastrelle e i sanitari puliti e profumati, i cipressi sulla collina fuori dalla finestra. Una timida sensazione di apertura all’altezza del petto prese spazio. La valle del cuore fece un respiro. Chiusi gli occhi, piansi. Mi resi conto che in tutti quei giorni in cui avevo abitato la valle della tristezza, non avevo mai pianto. Avevo avuto paura che qualcosa si sarebbe potuto rompere, come una diga dentro, e che non sarei riuscita più a fermarmi. Ma ormai la diga era stata rotta e le lacrime scesero sul mio viso e sul mio collo, e infine nell’acqua della vasca. Acqua nell’acqua. La valle era completamente allagata. Una palude. Proprio nel momento che si stava per asciugare… Eppure sentivo che tutta quell’acqua aveva fatto bene alla palude. Era il momento di uscire dalla vasca, vestirmi e preparare la valigia. 

E’ così che sono partita e sono arrivata in questo paese lontano. Sono rimasta un anno. Quando sono arrivata non c’era traccia di Irene. Nel Centro dove lavorava, mi avevano detto che si era sentita meglio ed era partita. Per casa? Chissà. Anche io sarei potuta ripartire, tornare a casa, ma sono rimasta. Ho sostituito Irene al Centro per le pratiche che svolgeva. Mentre guardavo le cartelle dei documenti di progetto, riconoscevo il suo scrupolo per l’ordine, leggevo le etichette e gli appunti e riconoscevo la sua calligrafia elegante eppure corposa. Intanto, intorno a me non ri-conoscevo nulla, tutto era un mistero. Tutto era strano. E’ strano tutto ciò che si allontana dal nostro ordinario modo di vedere le cose. Vedere con occhi nuovi. Era questo monito che portavo con me. Un monito che non era bastato per uscire dalla valle della tristezza del mio cuore, ma che si era come risvegliato e rinvigorito da quando quella mattina avevo ricevuto la raccomandata, avevo pulito casa, avevo fatto il bagno di lacrime e avevo fatto la valigia per partire. 

I colori di questo paese sono diversi dai colori del mio paese. Le colline di cipressi e roverelle hanno lasciato il posto a colline di sabbia più scura e meno scura, che di sera diventano onde di viola e celeste, stagliate su un cielo blu scuro con piccole stelle scintillanti. Forse stavo iniziando a vedere con occhi nuovi. Un giorno avevo detto proprio così: “Sto iniziando a vedere con occhi nuovi” a una bambina che frequentava il Centro e lei, con una smorfia di infantile saccenza, mi aveva detto: “Strano, vedere con occhi nuovi è proprio cambiare occhi!”. Mi aveva fatto sorridere all’inizio, ma una parte di me era stata infastidita e indispettita. Certo, era ovvio. Eppure, mi ero trastullata all’idea che qualcosa stesse cambiando in me, seppure a cambiare erano le cose intorno a me. Non stavo iniziando a vedere con occhi nuovi, stavo solo vedendo cose nuove. A volte, nei sogni, appariva di nuovo la macchia di vino rosso sulla tovaglia bianca. Di giorno mi riempivo gli occhi delle strade di terra battuta marrone e delle linee rosate e beige delle colline basse. Di sera mi riempivo gli occhi dei tramonti in viola e, come un Piccolo Principe, avrei spostato la sedia per vederne trentasei di fila se fosse stato possibile. 

Poi vennero i giorni della malattia. Tutto il paese fu sconvolto da una malattia nuova. Mentre si diffondeva la notizia dei casi di infetti che crescevano, immaginai il panico e l’isteria collettiva che può segnare questi eventi. Io stessa fui presa dal panico. La macchia rossa si allargava su tutta la tovaglia bianca. Ma perchè ero andata fino a lì? I giorni si susseguirono con una calma strana. Strano è tutto ciò che non ci aspetteremmo. Le persone di questo paese accompagnavano i malati nella malattia, come in un viaggio e così, anche, stupefacentemente,  nella morte. Mai vidi paura nei loro occhi, semmai tristezza. Durante i riti funebri, c’era un momento circoscritto in cui i familiari e gli amici del defunto, al ritmo dei tamburi, prendevano lo spazio al centro di un cerchio di persone, si dimenavano, urlavano, piangevano disperatamente, alcuni cadevano in ginocchio e si strofinavano forte il viso impastato di lacrime. Poi il ritmo si acquietava e loro con lui, i tamburi cessavano di essere battuti, e loro cessavano di battersi col dolore. Allora il defunto veniva cremato e i familiari e gli amici iniziavano un mugugno, basso e scuro, che si trasformava progressivamente in un canto, arioso e sciolto, bellissimo.

Proprio durante i giorni della malattia, arrivò il nuovo anno. Per me era anche passato un anno dalla macchia rossa sulla tovaglia bianca. Notai che non si auguravano i nostri auguri. Strano. Strano è tutto ciò che si allontana da ciò che già conosciamo. Alla mia collega che era diventata un’amica, mi azzardai a dire: “Auguri di felicità e salute per questo nuovo anno”. Lei mi guardò perplessa, come se avessi detto qualcosa che si dice ai bambini per farli calmare e si sa che si sta mentendo. Ma la verità è che qui, mai ho visto le persone comportarsi in tal modo con i bambini. Mentre mangiavamo e le persone ringraziavano i loro dei e le loro dee per ciò che era stato e ciò che sarà, la donna dalla tunica lunga marrone stese un telo bianco al centro del cerchio, lascio’ cadere, da una ciotola di legno, un colore rosso porpora. Macchie rosse sul telo bianco. I bambini  e le bambine dalle macchie disegnarono con le piccole dita figure misteriose.

“Che sappiate essere felici e in salute. Che sappiate trasformare le macchie in disegni. Che sappiate trasformare la malattia in un viaggio di apprendimento e la morte in un incontro con il più grande mistero”.

Ilaria Olimpico

There was a time

There was a time we could seat together in a circle on the same floor.

There was a time I could smell the person near to me.

There was a time I could see all the 12 muscles shaping a smile.

There was a time we could feed the trust among us through contact.

There was a time we could tell a story in a circle,

all our breaths were mixing in making sounds and songs.

There was a time we could see each other in quite big groups,

and see our whole bodies and share the same air in the same place.

I wish we could come to this time again, without fear, one day, soon.

I wish when it will happen,

we will be grateful for the simple and uncomparable feeling

of touching, smelling, dancing, playing with each other.

Ilaria Olimpico

published also here https://imaginaction.org/there-was-a-time

Project LIFE

Mid Autumn

The fig tree let its big leaves fall on the ground.

The persimmon tree let the leaves and kept the fruits.

The prune still keeps some of its little leaves on its long branches.

The furious wind knocks to our window and speaks.

And I am learning what to let fall and what to keep,

and when it is time to knock and speak up.

Ilaria Olimpico

I can’t breathe

This historical time seems to suffer from lack of air. 

“I can’t breathe” is the slogan associated with the movement Black Lives Matter.

“I can’t breathe” is the scream of the Earth suffering from climate change. 

“I can’t breathe” is related to the lung sufferance caused by the covid19.

Many characters visited me saying: Look at me, …. I can’t breathe.

Here they are.

Look at me. I am a woman. I am 76 years old. I lived with my husband for 58 years of my life. He is in the hospital; he is getting worse; he is one of the fragile ones. He is dying. My hands are in pain for not touching his face for the last time. My arms are in pain for not having the chance to hug him for the last time. My heart is exploding in my chest because I can’t give him my last kiss. And I feel I can’t breathe.

Look at me. I am 6 years old. I wear my mask for 8 hours a day, excluding the time of lunch. I am in my new school with some of the children that I don’t know so well because they were going to the other kindergarten. I ask my mother if one day I will see the whole face of my new teachers when they are reading us a story. This time I was wearing my mask also when I was running out of the school to hug my friend before they could see us hugging. And in the running, with the mask, I felt what my mother said: “Don’t run with the mask, you can’t breathe properly!”. I felt like there was no air enough, and for a moment I thought: I can’t breathe

Look at me. I am a mother of 59 years. My children live with their families all over the country. We don’t see each other. For a couple of years, I was diagnosed with mild depression. Now I am sitting all day on my grey sofa, watching the news, counting the dead people, comparing the numbers, and listening to the experts. When I consider the possibility of getting infected, my heart starts to bit faster, my chest is oppressed, and I can’t breathe.

Look at me. I am a man. I am 34 years old. I was used to working for people and with people. I have a coffee place in the square. I fight to have this place. I always dreamt of having a place like this. I always loved to see people walking in the square, the children running around the fountain. Now all is desert. Bynow I am not worried about the money, there is who is in a worse situation. What hurts me the most is my coffee place and the square becoming phantoms of themselves. I look from the window of my empty hall at the empty square and I feel like my breath stops for a while, and I can’t breathe.

Look at me. I am a doctor, a paediatrician. I am a woman. I am 52 years old. In my studio, hang to the walls, there are the drawings of my little patients. In my drawer, there are some cards with “thank you” in uncertain calligraphy. I am stuck in my studio looking at these drawings. Once in the winter, I had my studio full of children with a cold, ready to pass through it and grow up. Now I am in my studio. I can receive my little ones only by appointments. I keep sending them to have a swab every time they have the symptoms described in the procedures. I feel overwhelmed by the papers filled with procedures and responsibilities of the paediatricians of the territory. I am taking care of the procedures, am I taking care of my little ones? I can’t breathe.

Look at me. I am a young woman. I have a child of 2 years old. They said to #StayHome to stay safe. My house is not my home. My home is hell. It is not a safe place. Sometimes I hide myself in the bathroom to cry, and then I feel he is coming, if he gets nervous, I am in trouble. I swallow my cry, and I can’t breathe

Look at me. I am 13 years old. I am deeply concerned about climate change. I got overwhelmed and terrified by the pain of the Earth and by the scenario of climate change. I am diagnosed with climate anxiety. Looking at all these disposable masks, given everyday, for each student in my school, I can’t breathe

Look at me. I am 39 years old. I am a mother and a worker. I always managed to keep working and staying with my daughter. I am working online now, as most do. I am on my computer for 6 hours a day. Sometimes my daughter appears on the screen. In the beginning, I got nervous, and I felt it was not professional. Now I take her on my knees. She wants to look at all the faces into the little rectangular shapes on the screen. I can’t sleep in the night. Sometimes, I have the nightmare that me and my daughter are with all our body confined in the little rectangular shape of the video call, and I can’t breathe

Look at me. I am a teenager. I was bored at school. I didn’t like to study, and I hated my teachers. The only thing I wanted to do was to go out and chill out with my friends. I was imprisoned in my house for a month. I was getting crazy. I miss my school and even my teachers. I hope we can come back at least to the lessons in presence. I can’t concentrate on the screen, I can’t have a digital divide just for me, because we are three students in the house. I am in my little room trying to connect to the wifi, lost in the infinite online lessons, not knowing how long all this will last and I feel like I can’t breathe

Look at me. I am a man of 38 years old. I am lucky. I have a work that I could transform into an online version. I live with a wonderful wife that is a counsellor, knowing tools and stuff that can help in moments of distress. I am the lucky one. I keep murmuring to myself. But still, there is something in the stomach fermenting. I am the lucky one. But there is still something in the stomach exploding. It is screaming: I can’t breathe.

Look at me. I am a woman. I live on myself. All my life, I was doing what they (parents, teachers, authorities) told me to do. I want to be ok. I want to respect the rules. I don’t want to infect anyone. I wash my hands every time I touch something. They said the virus resists on the surfaces of the materials. I don’t go out, either to the park. They said the virus was in the air. I am following the rules. I am staying at home. Sometimes I allow myself to wonder: is it right? Sometimes I allow myself to wonder: is it proportional to the risk? And I can’t breathe.

Look at me. I am a woman. Another woman. We are a lot. And I am not a denier. I am not a conspiracy theorist. And yes, it could work as “I am not racist”, and then you show with your words and behaviour that you are precisely racist. But believe me, I tried to listen to all the voices. I legitimated the fears of the virus, the panic to be infected or to infect. I reduced all my critics, all my “yes, but…”, all my “there is always another possibility”. Because I didn’t want to be labelled as a denier or associated with extreme-right movements. Now, that I silenced my inner voice, I can’t breathe

Ilaria Olimpico

Il vasto territorio del corpo

Vi sono già zone della mia vita simili alle sale spoglie d’un palazzo troppo vasto che un proprietario decaduto rinuncia ad occupare per intero” (da Marguerite Yourcenar, “Memorie di Adriano”).

Così, ci sono stanze del mio corpo dimenticate che aspettano solo di essere visitate.

La coda del coccige e la coda dello sterno tendono a incontrarsi nello spazio interno: mi ripiego, mi condenso, mi ri-trovo, accedo alla sorgente. Le braccia e le mani si incontrano, si abbracciano all’altezza della pancia, un braccio risale, lento, lungo lo sterno. Così mentre il braccio sale, tutta la colonna si snocciola, si estende, si espande. Lo sterno si distende, il coccige risale. Il braccio passa per il viso che si alza, incontra lo sguardo che lo accompagna. La mia mano si apre in un guizzo d’acqua.

“Per quanto tu possa andare percorrendo le sue vie, non potrai mai raggiungere i confini dell’anima, tanto profondo è il suo lògos” (Eraclito)

Così, nonostante io sia incarnata nel mio corpo, per quanto possa imparare ad abitarlo pezzo per pezzo, non potrò svelarne il Mistero che lo lega indissolubilmente a ciò che sono stata, sono e siamo.

Ilaria Olimpico

Risonanza dall’incontro di “Incamminarsi, giornate di studio sulla danza”, con Raffaella Giordano, Sosta Palmizi. Grazie!

All Beings

Shaking my hands in the forest of golden dancing leaves.

Opening my fingers as elegant antlers of deers.

Enclosing my hands on my head as majestic bears ears.

Opening my hands around my head crown as a blooming flower.

Stretching my long spine as a hungry caterpillar.

Moving my sinuous hips as an ancestor dancer in the wood.

Transforming my whole body in being One with Ancestors, Animals and Trees.

I will be with all Beings.

Ilaria Olimpico

Resonance from Silvana Rigobon’s Embodiment session. Thank you.

Dacing is praying

May my dance be a prayer for you.

I stretch my heart and arms to hold a space for your pain,

may you feel you are not alone.

I design circles and spirals with my arms and hands,

to invite Joy, Abundance and Light in your Path.

I beat my feet on the ground to open space for Healing.

I turn all-around to awake all the Blessings for you.

May your Gifts and Seeds express in full Light, Health and Harmony.

Life blesses you and your beloved ones.

This is the power of the Prayer:

coming back to be One in the distance.

Ilaria Olimpico

Resonance from Silvana Rigobon’s Embodiment session. Thank you.

Scapole

Dentro di me, dalle mie scapole,

prende vita un’ampia, dolce, Madre Uccello.

Le mie scapole si allontanano

e io mi avvicino a me stessa.

Le ali della Madre Uccello chiuse

diventano rifugio,

i miei capelli, rami del nido.

Spazio tondo dentro.

Madre Uccello culla la Tristezza,

mia, del Mondo.

Le scapole scendono:

atto di abbandono, fiducia.

Le scapole si avvicinano

e io mi espando.

Le ali della Madre Uccello spiegate

abbracciano le infinità Possibilità,

mie, del Mondo.

Ilaria Olimpico

grata dell’alternanza tra chiusura e apertura, nido e volo.

*Risonanza dall’incontro di “Incamminarsi, giornate di studio sulla danza”, con Doriana Crema, Sosta Palmizi.   Grazie!

My little prayer of Friday 9th October 2020

I will weave a nest of compassion and hope for my Heart.

I will create a safe space for my Inner Voice.

I will protect my Chest from the distressing voices from outside.

I see my wings of clouds up in the sky.

I see the shadow of my dancing hands on the wall as flying birds.

I claim for Light and Lightness

for a World in time of distress and fear.

This is my prayer.

Ilaria Olimpico

Resonance from Silvana Rigobon’s Embodiment session. Thank you!