Troppo

Quando ero piccolo mi portavi con te al mare, sedevamo vicini e mi dicevi tutto quello che non ti era piaciuto di me, io ero piccolo, troppo piccolo per sopportare il carico di dispiacere, frustrazione, tristezza, senso di colpa e corrosione della mia autostima. Ero troppo piccolo anche per nominare tutte queste cose e allora…

Trabucchi

Mi manca non tanto la mia terra, ma il mio mare. Mi manca sapere che posso correre sulla sabbia soffice, camminare sui sassi enormi, andare verso la costa, verso l’apertura della terra. Qui, invece, mi sento circondata, senza mare. Qui mi sento chiusa, senza orizzonti spianati, puliti, liberati. Mi manca il mio mare con il cielo che a…

Inconsistenze e riflessi

Mi ha visto! Ecco, forse finalmente qualcuno mi ha visto! La signora con la maglietta a righe e il foulard a quadri si è girata perchè ha visto il mio riflesso nel vetro! No, non è vero, sta guardando il vestito in vetrina. Io non sono mai in vetrina. E dunque nessuno mi vede. Non…

La bambina

“Martina!” la mamma scandisce le sillabe in maniera stizzita e di rimprovero. “Martina, insomma! Siamo in ritardo!”. Ma la piccola Martina è nella sua immaginazione, concentrata in chissà quale storia con i suoi coni da gelato di plastica e i vasi di fiori finti. “Martina! Sei impossibile! Sempre la stessa storia!”. No, invece non é…

Il volo

Sin da quando ero piccolo, ero affascinato dal volo degli uccelli. E forse ogni bambino lo è stato. Ma io non ne ero solo affascinato, ne ero rapito. Mi sedevo sulla terrazza della casa dei miei zii e guardavo il cielo, spiando ogni planata, ogni battito di ali. Mi incantavo a guardare gli stormi di…

Sari

Le mani di mia madre hanno l’odore della curcuma e del cumino. Scure e ormai raggrinzite, le mani di mia madre contengono tutte le carezze che mi hanno dato. Il viso di mia madre è una valle, una montagna, una distesa di sabbia. Serio e allo stesso tempo delicato, il viso di mia madre è…

Demetra e Kore. Dedicata a Taranto

  Ho scelto di chiamarti Kore, in memoria del mito di Demetra e Kore e anche perché il suono “core” nella mia lingua significa “cuore”. Sei femmina e resa “femmina” culturalmente, sei un trionfo di rosa, e se non sapessi che ti hanno infiocchettato e impacchettato di rosa per precisi ordini culturali, potrei godermi tutta…

L’ultima pecora

L'ultima pecora

Sono l’ultima. Sempre l’ultima. Mi mette fretta picchiettando il bastone sull’asfalto. Ma io ho scelto di essere lenta. Ho scelto di essere l’ultima. Sono stanca delle loro paranoie. Degli uni e degli altri. Ci mancava solo il muro. Mia nonna pascolava al di là di questo muro. Mia madre pascolava proprio dove sorge il muro. Io non ho un pascolo preciso. E comunque sono al di qua del muro. Allora ho scelto di essere lenta. Ho scelto di essere l’ultima. Quando dobbiamo fiancheggiare questo muro divento ancora più lenta. Voglio che lo guardino, voglio che ne sentano tutto il peso. Quando passiamo tra i soldati, divento, se possibile, ancora più lenta. Voglio che vedano l’assurdità, voglio che sentano il tempo diventare pesante. E’ per questo che ho scelto di essere l’ultima, per protesta.

La Monnalisa della Galilea

La Monnalisa della Galilea

Zippori. Ci accoglie il volto di profeta dello zio. Barba bianca lunga, riccioli di capelli bianchi che incorniciano tutta la testa e profondi occhi azzurri in un viso imbrunito dal sole della campagna. Capannone con le macchine per fare l’olio. L’olio della Galilea. Zeit. in arabo e in ebraico mi sembra proprio che sia la stessa parola. Andiamo a vedere la piccola casa ecologica costruita dalla famiglia con il fango e le balle di fieno. Mi sembra di stare in Africa. E’ fresco all’interno. Ci sediamo sui divani. Mi guardo intorno. Hanno decorato le pareti, modellando il fango oppure incastonando nel fango le bottiglie di vetro colorato. Beseder. Bene. Andiamo a visitare la zona archeologica di Zippori. Mi raccontano che tutta la comunità ha partecipato agli scavi. Mosaico con la rappresentazione del Nilo. Mosaico della Monnalisa della Galilea. Ovunque sedessero nella sala intorno al pavimento mosaicato, tutti gli uomini credevano che la Monnalisa di Galilea li guardasse. Ognuno di loro credeva che gli occhi di questa donna castana affascinante fossero per lui. E’ così che questa terra guarda ai suoi abitanti? “La terra troppo promessa”. Torniamo dal nostro profeta di famiglia. Fichi d’India freschi da mangiare prima di partire.

Il fiume dell’oblio

Il fiume dell'oblio

Sembrava che solo nelle leggende e nelle storie mitologiche potesse esistere un fiume dell’oblio e invece no. Esiste un posto in cui tutti possono arrivare. Se vogliono. Esiste un posto appena fuori dalla città che tutti possono raggiungere. Se scappano. Esiste un luogo dove l’acqua e la terra si mescolano in un gioco di fasce e curve in beige e azzurrino. Tutti possono vederlo. Se rinunciano al ricordo.
Bernard aveva trent’anni. Pian piano aveva abbandonato i sogni di bambino. Così, impercettibilmente, li aveva dimenticati. Pian piano aveva rinunciato alla lentezza. Così, per abitudine, aveva iniziato a correre guardando l’orologio. Pian piano si era adeguato. Così, meccanicamente, aveva seguito gli altri. Così, automaticamente, aveva smesso di chiedersi chi fosse.
Ma un giorno, Bernard si era svegliato e si era ricordato il sogno che aveva fatto. Il suo inconscio, durante la notte, gli aveva restituito, vomitandolo in un sogno, tutto ciò che era stato abbandonato, dimenticato, messo a tacere, abortito. Nel suo sogno, Bernard era i suoi sogni di bambino, era pittore, artista, viaggiatore. Nel suo sogno, Bernard aveva tempo, guardava i tramonti, le stelle, i prati, le morbide curve delle colline. Nel suo sogno, Bernard aveva il coraggio di rischiare, andava controcorrente, viveva in modo semplice ma pieno, non andava in nessun ufficio e dormiva su un’amaca. Nel suo sogno, Bernard era in cammino per conoscere se stesso.
Quel giorno, quando Bernard ricordò il suo sogno, ricordò tutti i suoi sogni. Divenne irrequieto, non riusciva a mettere la cravatta, non riusciva a guardare l’orologio per non tardare al lavoro, non riusciva a star fermo sulla sedia nelle ore di straordinario per pagare la macchina nuova. Bernard sapeva del Fiume dell’Oblio e sapeva di averne bisogno per dimenticare e per continuare la sua vita “normale”. Quel pomeriggio Bernard arrivò laddove acqua e terra si mescolano in un gioco di fasce e curve in beige e azzurrino. Si svestì, restò in costume e con una ciabatta in mano, sapeva che una volta nell’acqua avrebbe dimenticato. Bene. Tutto quello di cui aveva bisogno era dimenticare. Dimenticare il suo sogno. Dimenticare i suoi sogni, rivelati dal suo sogno. Tutto più facile. Ma, una volta che i suoi piedi passarono dalla fascia beige della ghiaia alla curva azzurrina dell’acqua, si rese conto che tutto era rovesciato. Il Bernard trentenne era un mezzo riflesso nell’acqua e il vero e reale Bernard era un bambino con una ciabatta in mano che, solo e curioso, si avventurava nella conoscenza di se stesso.
La Custode del luogo apparve come un riflesso in beige e azzurrino e disse: “Perché a volte, accade che il Fiume dell’Oblio restituisce la Memoria. L’oblio che concedo io è per far spazio ai sogni, non per oscurarli”.

Metropoli

Metropoli

Lettore MP3 preso. Canzoni cambiate. Borsa. Ho chiuso il gas. Ho chiuso il gas? Non ho acceso il gas. Non ho fatto in tempo a fare colazione. Metro. Automi che si incanalano. Scale mobili. Automi che si spingono. Metropolitana dentro. Prima mattina, tutti stanchi. Io sono nella mia musica. Musica muta dei musicisti latinoamericani nella metro. Non ho soldi. Automi che scendono alla fermata della stazione principale. Altra canzone. La prossima è la mia fermata. Io, automa che scende, passa il biglietto nella macchina che controlla, sale le scalette, prende un altro trenino, aspetta che un posto si liberi. Io, prima mattina, stanca. Fermata giusta, ultima. Cammino verso l’ufficio, sono ancora protetta, isolata nella musica del mio lettore MP3. Attraverso. Come sempre rischio la vita. Continuo a essere convinta che io, pedone, senza macchina, senza emissioni di gas, abbia più diritto di passare. Io non inquino, non faccio rumore, non faccio traffico. Meno male, il mio MP3 mi risparmia gli improperi degli autisti infastiditi dalla mia filosofia del pedone. Ma vedo le loro facce. Eccomi. Sono in ritardo, come sempre. Spero non ci sia ancora lui. Dai, dai, questa è l’ultima volta. Percorro il corridoio. Ancora protetta dal lettore MP3. Svolto nell’ultimo corridoio. Tolgo le cuffie. E’ finita. Sono un nuovo automa in un nuovo sistema. E questa volta, per 8 ore, senza protezione e isolamento del mio MP3.

Carmen e Carmencita

Carmen e Carmencita

Carmen porta con sé i colori accesi e solari del suo Paese. Carmen è sorridente e piena di vita. Carmen danza e canta durante le feste del suo Paese. Carmen porta sempre con sé Carmencita, la sua piccola bambola di pelle scura e dai vestiti colorati.
Quando era piccola, Carmen stava molto tempo con la sua nonna Marsia e la nonna le raccontava sempre tante storie mentre infilava le perline per fare delle belle collane di legno e stoffa. Poi un giorno di festa, quando Carmen aveva cinque anni, la nonna le regalò Carmencita, questa bambolina di pelle scura e dai vestiti colorati.
Appena Carmen la vide, se ne prese cura, non l’abbandonò un solo istante. Divenne responsabile per sé e per la piccola Carmencita, se ne occupava come una piccola mammina, le preparava da mangiare, le puliva il vestito e le piccole manine scure, le aggiustava il turbante rosso e azzurro, le raccontava le storie, la cullava quando era triste e la portava con sé nelle lunghe passeggiate, trotterellava e faceva giravolte che scoprivano tutti i merletti sotto le loro gonne…
Ma la verità è che era la piccola Carmencita a prendersi cura di Carmen, a proteggerla, a darle forza e coraggio. Carmencita era la materializzazione simbolica della piccola Carmen che scalpitava nella pancia e nel cuore della Carmen timida ed esitante.
Carmen da quando aveva con sé Carmencita non era più sola. Si sentiva più coraggiosa. Con Carmencita si avventurava nelle strade mai esplorate, si lanciava nelle danze tra le ragazzine più grandi, ribatteva se i ragazzi la infastidivano.
E così ancora adesso, potete vedere Carmen e Carmencita che danzano nella festa del Paese e nel vortice delle loro gonne che si aprono potete immaginare tutte le paure che si allontanano e tutte le energie che si concentrano.