ROSSETTO E RABBIA

E mentre sente lo stomaco stretto che si rifugia dietro la schiena e il cuore ancora piu’ stretto, stritolato da immagini e parole che lo assediano, mette il rossetto.

Mette un rossetto rosso forte, da puttana. “Quello che non metti tu, quello che tu hai gia’ nel sorrisetto, nei gesti, in certi movimenti, quello che mettono le puttane brutte per poter essere appariscenti” pensa mentre mette il rossetto rosso forte.

Mette la matita nera intorno agli occhi, forte, quasi un pugno, quello che vorrebbe dare, quello che sente nello stomaco e nel cuore.

Mette il vestito nero, a lutto, certo, ma elegante, perche’ hanno deciso di mantenere la forma e l’apparenza.

Mette il vestito nero elegante e corto, perche’ si’, in fondo vuole mettere in imbarazzo con la sua bellezza. Lo sa di essere bella. Anzi, per un attimo ammette, contro tutte le sue modestie e reticenze “sicuramente sono piu’ bella”.

E cosi’, preparata, mascherata, e’ pronta a camminarle affianco, anzi in parallelo. Hanno vissuto parallelamente con una bolla tutta intorno.

Non cede il passo. Questa volta no. Non cede il passo. Non cede spazi. Decide di essere presente. E se si muove su un continuum tra l’invadenza e l’invisibilita’, sceglie di andare verso l’invadenza, per non diventare mai piu’ invisibile.

E mentre cammina, incontra la femminista stereotipata che continua a urlare e a fare il segno della figa con i baffi disegnati, non consentendo altre espressioni se non la sua. Incontra il vecchio che non ha niente di vecchio se non l’apparenza che la chiama “coccona”. Incontra il marito che guarda pornografia triste perche’ non sa chiedere di essere amato. Incontra i figli che sono persi, che ricercano profondita’ rimanendo sospesi tra guru e moda new age. Incontra quelli del cambiamento che non cambia proprio niente perche’ resta nell’essenza di questo mondo rotto: la pretesa superiorita’. Lei sente un conato di vomito. Preferisce i consumisti, piu’ autentici, piu’ sinceri nella loro domanda spostata di riconoscimento.

E poi rimette il rossetto.

“Grazie per il tuo protagonismo” le dicono ironiche. Niente di piu’ lontano. Ma se lo prende questo protagonismo. Perche’ ha preso la medicina “non succedera’ mai piu’, non lo permetterai”.

Prepara il suo pezzo e scandisce la sua battuta come un vomito:

“Hai rubato. hai rubato tempi e spazi che erano miei, affabulando, ammantando, affumicando di sogni di potenza. Anche se campi abbandonati, erano i miei campi”.

E cosi’ inizia a odiare. Forse da personaggio si’, da personaggio potra’ inabissare la nemica. Potra’ spingerla e farla cadere. Fosse solo per far uscire questa rabbia che e’ come un cane ringhioso tenuto a bada che le sbava dappertutto dentro e lei non vuole sporcare il suo cuore di bava cattiva. Ha deciso di sentire fino in fondo questo momento magico di odio. Magico si’, perche’ non ha mai provato odio, perche’ non sa cosa farci con tutto questo odio che le nasce dentro. La nemica le fa conoscere l’odio e anche per questo la odia.

Lei, con gli occhi contornati dalla matita nera come un pugno, materializzazione del pugno che vorrebbe dare e del pugno che stringe il cuore, non riesce a parlare se non da personaggio, non riesce a guardare, se non da personaggio, protetta dalla matita nera.

E l’altra posa lo sguardo, senza pudore, senza imbarazzo, senza riguardo, continua a scherzare di questo scherzo cosi’ doloroso. E lei sente una voglia rabbiosa di spingerla, schiaffeggarla, fosse solo per toglierle dal viso quel sorrisetto, malizioso, sostenuto, superiore. Superiore a chi? a cosa? Sicuramente al suo dolore. Si pone sopra al suo dolore e cosi’ ci preme sopra e piu’ preme, piu’ la rabbia vorrebbe farlo esplodere, farglielo esplodere in faccia, facendole saltare tutti i denti.

E mentre pensa: “ti scaravento tutto addosso. t i scaravento tutto addosso”, l’altra le prende la mano, ma non e’ la sua mano che prende, lei toglie dalla sua mano tutto quel che e’, lascia prendere solo una protuberanza, qualcosa di svuotato, perche’ la nemica tutto svuota, tutto cio’ che tocca svuota.

Traccera’ tra rabbia e lacrime dei confini con un gesso color sangue, color rossetto rosso forte. Perche’ ha preso la medicina “non succedera’ mai piu’, non lo permetterai”.

Di foreste e di figlie

 

Come una Dafne speculare e opposta,

sono gia’ Alloro, arbusto, pianta,

e sono donna in fieri, in continua metamorfosi tra umano e vegetale.

Rami tra le braccia, i miei tra le tue,

porto te, uomo, nel regno vegetale.

Rami-braccia si cercano e si intrecciano, si sfiorano e si scontrano.

Le mie mani-rami passano tra i tuoi capelli che diventano giunchi.

Della tua barba faccio un nido sul mio ramo piu’ bello.

Mentre ti stringo,

La tua pelle morbida e liscia dei fianchi diventa corteccia ruvida e tronco robusto.

Ti porto nella foresta con me.

Siamo mani e foglie, braccia e rami, capelli e giunchi, toraci e tronchi, sangue e linfa, caviglie e radici,

sguardi e cieli, ventri e terra.

Dai nostri frutti prenderemo i piu’ dolci per dare vita alle nostre figlie.

Dalle nocciole piu’ lucide prenderanno colore occhi profondi e immensi,

dalle albicocche piu’ succose prenderanno polpa e carne labbra ben disegnate,

dalla gemma piu’ promettente prendera’ forma il nasino delicato e gentile.

I venti che ci sferzano e ci sfiorano, ci avvolgono e ci dividono,

scompiglieranno i capelli delle nostre figlie,

lasciando riccioli del colore delle castagne piu’ buone.

La brezza del mare che risale fino a noi portera’ le risate dei delfini fino alla gola delle nostre figlie.

L’odore del grano sara’ sulla pelle delle manine da mangiucchiare di baci.

Culleremo tra i nostri rami le nostre figlie

all’ombra delle nostre chiome verdeggianti nella stagione calda,

e nella stagione fredda, lasceremo cadere le nostre foglie

perche’ le nostre figlie possano godere della luce

del sole lontano e fioco.

E sempre resteremo nella terra e sempre tenderemo al cielo.

Perche’ e’ dalle fessure che passa la luce, figlie mie,

perche’ e’ accanto alle ferite che la benedizione riposa.

E anche nei momenti piu’ freddi e bui dell’anno,

non sarete mai sole, figlie, perche’ siete figlie della foresta.

Ilaria Olimpico

 

 

Madre

Madre, ti hanno spogliata, penetrata, scavata, sporcata. Madre, ti hanno strappato i capelli per ricoprirti di cemento e pece, ti hanno umiliata, ti hanno tirato via la pelle per cupidigia e capriccio. Ti hanno sfruttata, usurpata, soffocata. Hanno contaminato i tuoi umori, le tue lacrime e il tuo sangue. Non si sono accontentati di succhiare ai tuoi seni, ma li hanno presi a morsi e corrotti. Madre, generosa e umile, hai figli irriconoscenti e avari. Coprici di lava e sommergici di fango, facci sprofondare nelle tue viscere ed espellici per sempre dal tuo ventre.

Ilaria Olimpico

La Tellus dal Quarto tempo

Ero una viaggiatrice. Venivo da lontano. Da molto lontano. Da cosi’ lontano che non venivo solo da un altro spazio, ma da un altro tempo. Forse da un quarto tempo, un tempo del sogno, quando passato e futuro convivono e si mescolano, quando gli antenati e le antenate fanno visita, quando il presente non corre ma sta.

Arrivai nella citta’ di Roma, deserta, abbandonata, dove alcune testarde e improvvisate guide turistiche continuavano a chiamarla “citta’ eterna” e confondevano mausolei e centri commerciali, accomunati dal disuso, dal loro essere diventati antiquati e inutili, ma gli uni di una certa belta’, gli altri di una violenza estetica insopportabile.

Arrivai alla cosiddetta Ara Pacis e mi persi nel pannello che ritrae una bella Signora con due bambini, a me piace pensare un maschio e una femmina, perche’ dal tempo-spazio dove vengo il femminile e il maschile stanno ritrovando il loro equilibrio, e da un lato una giovane che cavalca un drago e usa la sua tunica come una vela al vento e dall’altro lato, una signora in groppa a un bel cigno, anche lei con la tunica a mo’ di vela, o forse di tenda per ripararsi dal sole.

Quando le sedicenti guide turistiche dissero al gruppo di sprovveduti turisti che la Signora imponente e sicura di se’ poteva simboleggiare l’Italia o la Pax Romana rimasi molto male. Mi chiusero l’immaginazione. Velarono di un passato bellicoso la mia bella Signora che possiede il tempo, genera i frutti e allatta il mondo. Per me questa Signora possiede il tempo perche’ e’ placidamente seduta, non ha fretta, non deve andare a lavoro, non deve cucinare e non deve pulire casa. Sta. Per me questa Signora genera i frutti cosi’ come dispensa latte, cosi’ come esiste l’ossitocina nelle donne in questa Signora esiste una sorta di fruttosicina e verdurosicina.

Per me questa Signora allatta il mondo perche’ il bambino e la bambina che tiene tra le braccia ben aperte, morbide, carnose, accoglienti, sono le generazioni che risaneranno il mondo ferito.

Passai oltre l’Ara Pacis, oltre le guide turistiche beffarde e opportuniste, passai oltre la Pax Romana, ma portai nella mia memoria l’immagine di questa Signora, perche’ volevo a tutti i costi riappropriarmene, farla mia, rivestirla di significati e simboli che appartenevano a me e al mio nuovo tempo. Quando passai di nuovo vicino ai mausolei e ai centri commerciali, mi sforzai di vedere in una nuova luce anche questi ultimi. Non ci riusci’. Era troppo presto. Forse troppo tardi. Avevo bisogno di un’altra visita delle antenate, di un altro tempo di sogno, di un altro viaggio.

Ilaria Olimpico

La storia e’ ispirata dalla Tellus, Ara Pacis

 

La donna sanguinante

Sotto l’albero la donna. Sotto la donna il sangue. Sotto il sangue la terra.

La donna era in ginocchio e seduta sui talloni. Le braccia le ricadevano lungo le cosce. I palmi delle sue mani erano rivolti verso l’alto. I capelli sciolti, lunghi e spettinati le coprivano la faccia. Ogni tanto si dondolava. Emetteva un lungo lamento. Sanguinava.

Lasciate che il sangue scorra, che la luna scompaia e ricompaia, cresca e decresca. Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti.

La donna sanguinava, emetteva un lungo lamento. Nella sua voce erano le lupe, le orse e le foreste in tempesta. Nelle sue mani aperte scorrevano fiumi di latte. Nel suo dondolio si calmava la bambina che era stata.

Il dondolio, il lamento, il sangue. Tutto fluiva. Tutto scorreva. Tutto passava.

Per un istante, il dondolio fece smuovere i lunghi capelli spettinati e si pote’ intravedere il volto della donna. Gli occhi erano chiusi, le labbra semiaperte nel lamento.

Dentro gli occhi chiusi, sotto le palpebre leggere, scorrevano le immagini che il sangue portava via.

C’era una vecchia donna con meta’ del volto ricoperto di un colore oro e l’altra meta’ attaccata dai vermi. La figlia, con gli occhi riempiti di lacrime, era seduta accanto alla vecchia donna con una mano sul suo viso per cacciare via i vermi.

Il dondolio riprese. Il lamento si fece piu’ intenso. Il lamento sfocio’ in un pianto di vecchia bambina.

Gli occhi si chiusero piu’ forte e le lacrime scesero copiose.

Dentro gli occhi chiusi, sotto le palpebre leggere, ripresero a scorrere le immagini che il sangue portava via.

C’era una bambina tranquilla nelle sue acque, nell’unita’ con la madre, dove non c’e’ tempo e non c’e’ spazio perche’ il desiderio non si completa che e’ gia’ soddisfatto. Venne un uncino di plastica sterile e ruppe le acque. La bambina trasali’. La bambina cerco’ di scappare. Le acque si prosciugarono e la bambina si senti’ senza protezione. Furono luci forti, voragini gravitazionali e terrore di cadere nel vuoto. L’unita’ venne spezzata, in fretta e senza pazienza. La bambina conobbe con trauma il tempo e lo spazio.

Il lamento divenne una ninna nanna per la bambina che era nata. Il sangue divenne la placenta. Dai seni sgorgo’ il latte che non le era stato dato.

Dentro gli occhi chiusi, sotto le palpebre leggere, iniziarono a scorrere immagini nuove.

C’era una bambina sull’erba un po’ verde e un po’ gialla. C’era terra sui suoi piccoli piedi e il sole le faceva increspare la fronte.

Il dondolio si placo’, gli occhi lucidi si schiusero ai raggi del sole basso primaverile, il sangue cesso’ di scorrere.

La donna si rialzo’, aveva una lunga gonna che le scendeva fino ai piedi scalzi e uno scialle giallo sulle spalle.

Inzio’ a danzare, canticchiare e ridere tra l’erba un po’ verde e un po’ gialla e torno’ al suo villaggio, piu’ forte, piu’ sana, piu’ generosa, piu’ fiduciosa.

Ilaria Olimpico

La maestra e Marianna

Ci sono storie dai colori pastello, dove il blu, il giallo e il rosso rivestono paesaggi fantastici e personaggi briosi e bizzarri; ci sono storie bianche che si svolgono nella neve e nel mare freddo del Nord, che raccontano di abbandoni e solitudini; ci sono storie dai colori caldi che curano le ferite e fanno tornare gli sguardi da bambini; ci sono storie poi in bianco e nero, dai contorni non ben definiti, che raccontano mondi antichi e lontani, poetici e talvolta malinconici. Questa storia me l’hanno raccontata in bianco e nero, per immagini come fosse un vecchio film muto, dove i dialoghi sono nei volti e le parole decifrate sono poche e bianche, scritte in un corsivo antico su cartelli in nero.


C’era innanzitutto una bicicletta, una bicicletta che io ho sempre immaginato come una di quelle che da noi si chiamavano “Graziella”. E sulla bicicletta c’era una donna, né giovane né vecchia, dal viso sereno e dal sorriso sincero, a volte innocente e a volte da bambina birichina. E la donna in bicicletta percorreva sentieri pietrosi e bianchi. E ai lati dei sentieri pietrosi e bianchi, sorgevano casette semplici e basse, alberelli da frutta e arbusti aromatici.


C’erano le volte in cui la donna in bicicletta pedalava spensierata per andare a fare la spesa, per andare a messa o per andare a fare una chiacchierata nelle case amiche, e poi c’erano le volte che la donna in bicicletta pedalava veloce, piegata in avanti per acquisire velocità, col fiatone e il batticuore. Queste erano le volte, che di giorno o anche di notte, andava a riscaldare l’acqua, preparare le stoffe bianche di tela pesante e prendere la vita dalle pance delle donne.
La donna in bicicletta la chiamavano “maestra” perché aveva insegnato anche ad altre donne l’arte della levatrice. Allora, a volte, si vedeva un uomo in camicia non stirata e fuori dai pantaloni, con la barba non fatta e lo sguardo un po’ perso che diceva a chi domandava: “abbiamo già chiamato la maestra, sta venendo”. Altre volte, si vedevano gruppetti di donne con il fazzoletto sulla testa e il grembiule sporco di farina, attorno al forno, che dicevano: “sta arrivando la maestra, ma è presto ancora”.

E altre volte ancora, si vedeva qualche bambino nel cortile di una casetta semplice e bassa che sedeva sul muretto con le gambe a penzoloni e a chi domandava diceva: “stanno tutti dentro, speriamo che la maestra arriva presto”.


Una notte, Marianna fece chiamare la maestra. Sentiva un serpente che partiva dal punto più basso della schiena e arrivava alla sua ioni, passando per i fianchi. La maestra arrivò e disse che era presto. La notte dopo, Marianna sentì di nuovo il serpente che la avvolgeva, quando restava nel letto, si metteva sul fianco, aspettava di sentire il dolore e cercava di allertare tutti i sensi, per capire bene come si svolgeva questo mistero e per poter spiegare alla maestra cosa sentiva e a che punto stava la faccenda. Era quasi mattina ormai e Marianna faceva su e giù dal letto, ascoltava il mistero, si posizionava come aveva detto la maestra per aspettare e accogliere la forza della vita, si accovacciava, piegandosi sulle ginocchia con le gambe larghe, facendo spazio per il pancione alla sua massima espansione, inspirava profondamente e, quando il dolore si faceva più intenso, lo accompagnava, espirando lungamente con la bocca appena aperta come se fischiasse. “Non si può più aspettare, bisogna chiamare la maestra” disse il marito con la voce seria seria. Marianna acconsentì. La maestra venne e preparò un grande telo spesso sul pavimento, cambiò le lenzuola, diede le indicazioni al futuro padre e diede del miele alla futura madre. La maestra aveva detto a Marianna: “sentirai la forza della vita che ti avvolge i fianchi, ti stringe, ti addensa, ti compatta, e intanto, anche se non lo sentirai allargherà, dilaterà, spianerà”. Il respiro di Marianna che accompagnava e accoglieva il dolore diventava un fischio sonoro, poi una “a” prolungata, poi una “a” quasi urlata. La maestra aiutò allora Marianna a sopportare il dolore: applicò stoffe bagnate di acqua calda sulla parte bassa della schiena, le fece fare un bagno versando acqua calda sulla parte dolente, la fece appoggiare sulle sue spalle e le disse di dondolare sulle ginocchia piegate. Infine la forza della vita cambiò toni e modi, irruppe facendo rompere il sacco amniotico e acqua chiara uscì a fiotti, bagnò camicie, lenzuola e pavimento. Marianna si accovacciò sul telo spesso, guardava le labbra della maestra che sussurravano sorridendo lievemente: “è quasi fatta, forza”. Arrivò il momento di spingere, la forza della vita cambiò ancora toni e modi. Lasciava prendere fiato, energie e suggerimenti e poi tornava più forte che mai e in maniera nuova. Come si spinge veramente si chiedeva Marianna. La maestra aveva una voce calma e dolce, nei momenti di tregua, suggeriva a Marianna di guardarsi la pancia, di immaginare la bambina, le diceva che ormai poteva vedere i capelli scuri. Marianna allora urlò, urlò più per trovare la forza necessaria a spingere che per il dolore, e la testa di Nina fu spinta fuori e tutto il corpicino seguì sguisciando come un pesciolino. In un attimo Nina passò dalle mani sapienti della maestra al seno gonfio di Marianna e Marianna fu completamente risucchiata dagli occhioni scuri di Nina spalancati sul mondo.


La maestra era ancora una volta, per la millesima volta, commossa, con le pelle d’oca e gli occhi lucidi, ma oramai Nina prendeva tutta l’attenzione. La maestra aspettò il secondamento, sistemò le ultime cose, aiutò Marianna a cambiarsi, a lavarsi e a rilassarsi con la piccola Nina al seno, sul letto odoroso di lavanda mediterranea.


La maestra salì sulla sua bicicletta, sentì le gambe tremolanti, come sempre, come se fosse sempre la prima volta, sentì tutta la stanchezza e disse in mente una preghiera per la piccola Nina, come usava fare sempre per tutte le bambine e tutti i bambini: “Che Dio sia davanti a te per guidarti, dietro di te per proteggerti e al tuo fianco per benedirti”.

Ilaria Olimpico

Noa in canoa sul Rio delle Amazzoni

Questa è una delle storie di Noa in canoa…

Quella volta, la piccola Noa si trovava sul Rio delle Amazzoni, incontrò un pappagallo e disse: “Salve pappagallo!”; e il pappagallo rispose: “Salve pappagallo!”; allora Noa disse: “Ma io non sono un pappagallo”; e il pappagallo rispose: “Ma io non sono un pappagallo”; e allora Noa disse: “Ah neanche tu sei un pappagallo”; e il pappagallo rispose: “Ah neanche tu sei un pappagallo”; e allora Noa iniziò a ridere e il pappagallo iniziò a ridere e insieme si fecero grasse risate.

Ilaria Olimpico

זאת הייתה הפעם הראשונה – It was the first time – Era la prima volta

זאת הייתה הפעם הראשונה על מונית גדולה עם לוחית ירוקה

It was the first time on a big taxi with green license plates

Era la prima volta su un grande taxi con la targa verde

פעם ראשונה בנסיעה לדרום ההר ולעבר יושבי המערה

first time riding south towards the cave dwellers

La prima volta che viaggiavo verso sud dove abitano nelle caverne

זאת הייתה הפעם הראשונה לישון בבית של פלסטיני בהזמנה

It was the first time to sleep, invited, in a Palestinian home

La prima volta che, invitato, dormivo in una casa palestinese

פעם ראשונה בלי נשק מתחת למיטה

First time without arms under the bed

la prima volta senza armi sotto il letto

זאת הייתה הפעם הראשונה לבנות ביתן אבן על גיבעה

It was the first time to build a dry stone house on a hill

la prima volta che costruivo una casa di pietra su una collina

פעם ראשונה לשחק כדורגל כהסוואה

First time to play football as disguise

la prima volta che giocavo a calcio come un trucco

זאת הייתה הפעם הראשונה ללוות כבשה

It was the first time to escort a sheep

era la prima volta che scortavo una pecora

הפעם הראשונה ליצור פסלי היאחזות לעבר גיבעה שכנה

First time creating statues of resistance towards the next hill

la prima volta che creavo statue di resistenza di fronte a una collina

זאת הייתה הפעם הראשונה לבקש מחיילת להסיר את המסכה

It was the first time asking a soldier to remove her mask

Era la prima volta che chiedevo a una soldata di togliere la sua maschera

פעם ראשונה לבקש שלא יעצרו חבר

First time asking not to arrest a friend

la prima volta che chiedevo di non arrestare un amico

Uri Noy Meir

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foto: Magdalena Stefanova Vassileva

Speriamo che sia ribelle*

Sei arrivata dalla mia ovaia sinistra, sento le forze della vita a sinistra della mia ioni. “No, Signora, non significa assolutamente nulla quello che sente, l’embrione è posizionato al centro”.

La pancia è tonda, è femmina.

Una fossetta al mento pizzicato: è maschio.

Colorito pallido, è femmina.

Buonumore, è maschio.

Se è vivace e si muove molto nel pancione, è chiaro, è maschio.

Meglio se è maschio. È più facile.

Se è femmina costa di più vestirla. Però è una compagnia in casa, ti dà una mano!

In Lucania, quando nasce un maschio si versa una brocca d’acqua per la strada, a simboleggiare che il bambino è destinato a percorrere il vasto mondo. Quando nasce una femmina, l’acqua viene versata nel focolare, a significare che la sua vita sarà dedicata alla cura della famiglia e della casa.

Speriamo che sia maschio, non lo dicono mai esplicitamente, ma lo sottintendono sempre.

Speriamo che sia femmina, è il sussulto delle donne dei cerchi.

Speriamo che sia maschio, speriamo che sia femmina… io dico, maschio o femmina, speriamo che sia ribelle.

Ribelle ai ruoli stereotipati.

Ribelle alle identità di genere culturalmente costruite e poi “naturalizzate”.

Nonna, lo so che volevi un maschio, ma io me lo sentivo: è femmina.”

E va be’ pure è ‘na compagnia, stann nascenn tutt femmen, c’amma’ fa’ vonn nascere!”

Cognome da sposata?

Nome di suo marito?

Dico direttamente il cognome del papà senza perdere tempo oppure rispondo: ho sempre il mio cognome, sono sempre io. E non è la normalità l’essere sposata e non è neanche la normalità che ci sia un cognome del papà del bambino.

Respiro. Speriamo che sia ribelle.

Ribelle al senso comune.

Ribelle a ciò che viene dato per scontato.

Ribelle a tutto ciò che si definisce normale.

Parti precedenti? Menarca? Aborti spontanei? Interruzioni di gravidanza?

Prosegue con la stessa tonalità di voce, uomo, donna, non fa differenza nella sensibilità, domanda se ho perso dei figli, se ho deciso di perdere dei figli, con la stessa tonalità della gelataia che mi chiede cono o coppetta? Con panna o senza signora?

Speriamo che sia ribelle.

Ribelle al lavoro come meccanizzazione, spersonalizzazione, disumanizzazione.

Speriamo che sia ribelle.

Ecografia 1. 9 settimane.

Ti sento per la prima volta con i sensi percettivi, al di là del senso che nn distingue il razionale dall’emotivo, le fantasticherie dalle sensazioni.

Mi sento invasa dal tuo battito vibrante, deciso, veloce.

Posso sentirlo ancora?

È la mia vocina di madre emozionata, ingenua, inconsapevole.

Ecografia 2. 14 settimane.

L’ecografia è come un martello pneumatico per il bambino” “E’ come un fischio, fastidioso o no dipende da tante cose, l’intensità, la durata, il macchinario…

Signora può entrare per l’ecografia” “l’ho fatta meno di un mese fa, non la rifarei se non occorre…” “La mamma non vuole vedere il suo bambino?” melliflua, viscida, affettata, in camice bianco, bianca di emozioni vere.

Ogni attimo di passaggio e pressione dello strumento imbevuto di gelatina fredda sulla mia pancia è un secondo in più di martello pneumatico, di fischio nella mia mente e forse nelle orecchie del mio bambino.

Eccolo, si è girato a salutarvi” falso, sciocco, mellifluo. Io penso che il mio bambino forse si è girato perché si è spaventato. Il battito non è più l’emozione della prima volta, è il segnale della paura del mio bambino.

Speriamo che sia ribelle.

Speriamo che sia ribelle a tutti i percorsi istituzionalizzati.

Speriamo che sia ribelle alla Nemesi Medica.

Amniocentesi.

Oramai la fanno tutte quante.

Hai fatto l’amniocentesi?

Ah io l’ho fatta con tutti e due i miei figli.

Signora, qui trova tutti i centri dove è possibile fare l’amniocentesi.

Mi parla di amniocentesi, di duotest, di percentuali sulla normalità del bambino… le donne fabbriche di bambini normali sottoposte al controllo qualità con tanto di criteri e percentuali. Mandano in onda la pubblicità progresso sulle persone con sindrome di down e intanto vellutatamente ti dicono di scremarle prima che arrivino. Per altruismo verso di loro, perché la vita è difficile così… per egoismo e paura del diverso tutta nostra perché non siamo pronti…

Speriamo che sia ribelle.

Ribelle alle definizioni di normale.

Ribelle alle omologazioni.

Ribelle ai buonismi di facciata.

Ecografia 3.

Ti chiedo perdono piccolino se sentirai fischi e martelli, ma ho bisogno di sapere come stai.

Lo strumento imbevuto di gelatina fredda ti trova, ti misura, ti ingrandisce, seleziona parti del tuo copro, le misura, le ingrandisce.

E’ tutto misurato, calcolato. E’ tutto nelle misure “giuste”, “calcolate”.

Il mio piccolo sta bene. Sono rasserenata. Sono felice per le procedure?

La ginecologa segna ecografia specifica per il cuore. “Perché c’è qualcosa che non va?” Il mio cuore steso sull’amaca in terrazza tranquillo all’ombra si getta alla ringhiera della terrazza al sole sudato e allarmato. “No tutto a posto ma se dovesse avere dei problemi cardiaci alla nascita sarebbero pronti a intervenire”.

La mia mente corre veloce:

anno 2020 ecografia occhi e orecchie:

controllano che il feto non abbia problemi di vista e udito.

Anno 2030 ecografia permanente 3D:

l’ultimo mese il feto è sotto controllo costante.

Anno 2040 ecografia per il colore degli occhi:

signora, come non vuole sapere il colore degli occhi di suo figlio?

Anno 2050 per le donne incinte in offerta ecografi da casa, per controllare di tanto in tanto come sta e cosa fa il proprio bambino.

Dove finisce la cura e la premura, dove inizia l’ossessione?

Speriamo che sia ribelle.

Ribelle alla volontà di controllo.

Ribelle alla volontà di superpotenza.

Dovresti fare un’ecografia ogni mese per controllare lo stadio di sviluppo.

La mia amica non è andata a fare neanche un controllo ed è andato tutto bene, basta stare tranquille.

Bisogna essere delle incoscienti a non usufruire di tutto il progresso medico scientifico.

E’ tutto over-medicalizzato. Devi ribellarti.

Hai visto il video della donna che partorisce nella foresta da sola?

Fallo un controllo in più, che fai se succede qualcosa al bambino?

I ginecologi sono le persone più sbagliate da vedere in gravidanza.

A me è finito il liquido amniotico, sono dovuti intervenire, menomale avevo fatto il controllo.

Il parto indotto non segue il ritmo naturale.

Sono stata tutta la notte in travaglio da sola poi alle 7, poiché gli conveniva per i turni, mi hanno indotto il parto.

Shhhh.

Speriamo che sia ribelle.

Ribelle a tutti i sistemi ideologici, degli uni e degli altri.

Ribelle a tutti i pensieri unici, a tutte le alternative uniche.

Ribelle a tutti i sistemi di pensiero chiusi, giudicanti, rigidi, escludenti.

Speriamo che sia ribelle agli uni e agli altri.

Ti sogno piccolina con i miei occhi e il sorriso di chi amo.

Ti sogno piccolina e mi risveglio con una sensazione di pace.

Le madri devono diventare un po’ pazze, eccedere nelle visioni oniriche e staccarsi dal mondo materiale…

Ti sogno piccolina e nutrendo te al mio seno, nutro la bambina che sono stata,

la bambina che sento di essere in questa tempesta di voci che mi dicono cosa fare e non fare.

Puoi uscire un attimo? – La voce del capo, della capa – E questa pancetta?”

pancetta” la chiama il capo, la capa, l’amministratore, la segretaria.

Se non ci fa’ un’altra sorpresa…” riecheggia nei corridoi grigi, senz’anima.

Che differenza fa per loro se non ho neanche diritto all’assegno di maternità?

Piccolina, dovevo forse nasconderti ancora per farmi inserire in un ennesimo progetto in cui dovrò elemosinare ciò che mi spetta?

Sii ribelle piccolina, sii ribelle a questo sistema che stritola, macina, spreme, sfrutta,

sii ribelle a questo sistema che vuole solo che le donne partoriscano nuovi consumatori

e che tornino presto a lavoro, e in forma, perché altrimenti se sformate e grasse sono da “rottamare”.

Il parto è un’esperienza estatica, sciamanica.

Non c’è niente di spontaneo nel parto.

Io ho chiesto l’epidurale e non me l’hanno voluta fare.

Il dolore nel parto è fondamentale per il rilascio di endorfine che proteggono la mamma e il bambino.

Parto in casa? E non ci pensi al bambino?

Non c’è niente di romantico nel parto.

Mia madre racconta che il mio parto è stato frettoloso… frettoloso… sarà per questo che ho una particolare premura a custodire la lentezza, a difenderla, a rivendicarla… sarà per questo che ho conservato il bisogno insoddisfatto di dormire, di restare nel grembo dell’inconscio e dei sogni…

… frettoloso… il parto di me è stato frettoloso… e per tutta la vita reclamerò la lentezza.

Ilaria Olimpico

*”Speriamo che sia ribelle” è stato presentato come lettura drammatizzata al Festival Teatro in Comune a Casalbordino e al Female against violence a Roma nel mese di novembre 2013

 

Luigi De Norma e Luigi De Imaginis

Così, arrivarono dalla Giudice due uomini:

uno era ben vestito, lavato, profumato, con la barba fatta e le scarpe pulite,

l’altro era come arrivato all’improvviso, direttamente da un cantiere, aveva i pantaloni un po’ consunti sulle ginocchia, la barba lasciata crescere, e, ai piedi, un paio di sandali impastati di terra.

Il primo era un po’ nervoso, batteva ogni tanto la punta della sua scarpa lucida sul pavimento bianco di marmo del Palazzo di Giustizia e guardava l’orologio, lasciandosi sfuggire una smorfia di disappunto,

il secondo era tranquillo, sembrava sognasse a occhi aperti e aveva un bel sorriso sotto la barba incolta.

La Giudice finalmente chiamò: Luigi De Norma.

Il primo uomo si affrettò a entrare lasciando dietro i suoi passi il rumore delle scarpe nere lucide sul pavimento di marmo bianco.

Luigi De Norma, nato in ospedale, nel paese di Picom, trasferitosi in città per gli studi, laureato con quasi il massimo dei voti, lavoratore dipendente, con famiglia, una moglie e due figli, un maschio e una femmina, con casa di proprietà, con mutuo da finire di pagare, con salotto ben arredato, cucina abitabile, bagno padronale e bagno di servizio, camera matrimoniale e cameretta ampia per i bambini con giocattoli e disegni.

Risposte segnalate: “Sì, come tutti i miei paesani, mi sono trasferito in città per avere più opportunità”,”Sì, in campagna o al mare ci andiamo per rilassarci in estate due settimane”, “No, mai pensato di disubbidire”, “Sì ho accettato qualche compromesso, ma non più di quanti ne abbiano accettati tutti quelli che conosco”, “Sì, chiudo sempre la porta di casa con doppia serratura e metto l’antifurto”, “No, non ho mai cambiato lavoro”, “Sì, purtroppo, lavoro molto e non ho molto tempo per i miei figli”, “Sì, i miei figli hanno il cellulare e la televisione in camera, non faccio mancar loro nulla, anche a costo di sacrifici”, “Sì, amo mia moglie, andiamo a cena fuori e al compleanno le ho regalato una borsa firmata”, “Sì, ci rilassiamo la domenica, andiamo a volte al centro commerciale”, “Come?” risposta alla domanda “Ha dei sogni?”, “Sì, mia moglie è iscritta all’associazione di volontariato NoiTiAiutiamo, abbiamo anche per un anno sostenuto una povera bambina pakistana negli studi”, “Non mi occupo di politica” risposta alla domanda “Quale è la sua utopia?”, “In che senso?” risposta alla domanda “Lei vuole cambiare il mondo?”.

Luigi De Norma consegnò infine tutte le bollette pagate, tutte le analisi effettuate, tutti i certificati conseguiti, tutte le dichiarazioni firmate, tutti i bollini di qualità, tutti i bolli di assicurazioni, tutti i progetti e i preventivi con relative relazioni e consuntivi, tutto in ordine, tutto a posto, tutto normale, tutto come doveva andare.

Poi la Giudice chiamò: “Luigi De Imaginis”.

Luigi De Imaginis, nato nel paesino di Marnel, trasferitosi diverse volte, in diverse città, infine nel paesino di Narnil, lavoratore indipendente instabile non precario, laureato, convivente, con una figlia, vive in una casetta di terra e legno.

Risposte segnalate: “Sì, sempre le persone sono stupite di come vivo”, “Sì, sono un artigiano”, “Sì ho studiato all’università con ottimi risultati”, “No, perchè?” risposta alla domanda “Si sente frustrato per il suo lavoro di artigiano dato che ha studiato?”, “Sì certo, è considerato uno stile di vita diverso…”, “Sì amo la mia compagna, ci teniamo per mano nel cammino della vita”, “No, mia figlia non ha quasi nessun giocattolo e non ha il cellulare come gli amici”, “Sì, ho cambiato molte volte lavoro”, “Sì, quasi sempre mi sono ribellato”, “Non esattamente, non sono più un adolescente, ma sono sulla strada del cambiamento del piccolo mondo in cui vivo”, “Sì, molti” risposta alla domanda “Ha dei sogni?”, “Sì, se abbiamo dei soldi in più, viaggiamo”, “No, non abbiamo l’antifurto, neanche le chiavi di casa, nessun ladro entrerebbe perché non c’è granché da prendere”, “Sì abbiamo dei rituali per ricordarci da dove veniamo, per celebrare le stagioni, per risvegliare il futuro”, “Sono d’accordo con chi ha detto: non si tratta di dare di più, ma di prendere di meno”.

Luigi De Imaginis consegnò un oggetto fatto da lui, una statuina di legno di una dea antica con un’ascia doppia e un serpente. Nient’altro. Bollette, non pagate, staccato dalla rete nazionale. Bolli, non conservati. Alla richiesta dei bollini di qualità, presentò delle foglie degli alberi del terreno dove vive. Per la sezione progetti, preventivi, relazioni e consuntivi, presentò uno schizzo a mano della loro casetta, un disegno pasticciato della figlia, un foglio bianco.

La Giudice, restata sola, prese la bilancia dell’intensità della vita e, come sempre, non si sentì di mettere sui piatti le risposte del Signor De Norma e del Signor De Imaginis. Lei era la Giudice non giudicante, a lei, il grande onore, solo di osservare, di guardare, di prendere atto.

Ilaria Olimpico