Quella macchia rossa sulla tovaglia bianca

Una macchia di vino rosso sulla tovaglia bianca nel giorno di festa. Mentre tutti ridono e festeggiano, io osservo la macchia rossa sul bianco. Sangue sulla neve. E’ una macchia rosso scuro. Sangue venoso, sangue con anidride carbonica. 

Il vino è caduto sulla tovaglia un anno fa.

E’ passato un anno da quando sono qui, in questo paese lontano, strano. Perchè è strano tutto ciò che si allontana da noi, dal nostro modo di vedere le cose. Vedere. E’ per questo che sono partita veramente. La lettera è stata solo un incentivo. Sono partita per vedere con occhi nuovi. Questo monito ha iniziato ad assillarmi da quando ho visto la macchia rossa sul telo bianco. Sangue sul sudario. Come mai per tutti gli altri non era importante e per me era un segno terrificante? Vedere con occhi nuovi. Avevo bisogno di vedere con occhi nuovi. Ma come? Mentre tutti festeggiavano l’arrivo di un nuovo anno, io sprofondavo nella macchia rossa di sangue fresco. Mentre tutti brindavano con i calici di champagne, io annegavo in un bicchiere di vino rosso sangue. Mentre tutti si auguravano felicità e salute, io vedevo malattia e morte intorno a me che si espandevano come una macchia scura sulla tovaglia bianca della vita. I primi giorni di quell’anno nuovo furono giorni vecchi. 

La tristezza è sempre accucciata da qualche parte dentro di noi, basta una macchia di vino versata sulla tovaglia bianca, ed ecco che prende spazio. Come un cane randagio, pigro e rinsecchito, con il pelo trascurato e gli occhi umidi, la tristezza si trascina fino alla valle del cuore, prende posto laddove il terreno è stato abbandonato ed è rimasto un po’ grigio e fangoso, laddove ha piovuto un tempo e non si è mai asciugato al sole. La mia tristezza era arrivata nella valle del cuore e mi trascinava nella melma ogni volta che cercavo di alzare lo sguardo per vedere con occhi nuovi. 

Nella mia piccola casa non mi mancava nulla. Avevo il mio computer che conteneva le persone con cui chattare, con cui lavorare, con cui scambiare faccine simpatiche e video interessanti. Potevo cercare libri, articoli e perfino detersivi da far arrivare direttamente sulla mia soglia. La mia postina era una signora di mezza età sempre sorridente, gentile, che mi chiamava per nome e mi chiedeva sempre come andava. Mi ricordava come è fatta una persona dal vivo ogni tanto. Uno di quei giorni in cui ero totalmente abbandonata nella melma della valle del mio cuore, accanto al cane spelacchiato e stanco, dagli occhi umidi e il pelo sporco, bussò. Sì, certo, la postina. L’unica che poteva bussare alla porta. Gli altri, semmai, aspettavano in una waiting room di zoom per entrare nel mio sfondo hawaiano per le chiacchierate o nel mio sfondo bianco più professionale per le riunioni di lavoro. Aprii la porta, trascinandomi come il cane bastonato che abitava nel mio cuore, la immaginavo nel suo sorriso solare e bello anche nella più uggiosa delle mattine invernali. E invece no, questa volta non sorrise la mia postina. Aveva la faccia seria e mi consegnava una raccomandata. Una multa? E perchè la mia postina era triste? Comunque, non guidavo da così tanto tempo che sarebbe stato strano ricevere una multa. Firmai con il dito sullo schermo elettronico. Presi la busta. La mia postina restò là a guardarmi, senza farsi sfiorare dal dubbio che ci potesse essere una certa privacy da rispettare. I nostri occhi si incontrarono per un momento. Mi chiesi: ma lei sa già cosa c’è scritto? Strappai la busta, presi il foglio, lo dispiegai, lessi poche righe. Mi chiamavano di urgenza in un paese di cui ricordavo a malapena la posizione geografica. La mia collega stava morendo e chiedeva di me. Irene. Certo, avevo lavorato con lei tanti, tanti anni fa. Perché chiedeva di me? Stava morendo? Stava morendo e chiedeva di me. La mia postina mi disse di guardare nella busta perchè c’era qualcos’altro. Ma lei come faceva a saperlo? Senza parlare, guardai nella busta, presi un altro foglio, lo dispiegai. Era il biglietto aereo elettronico per il viaggio. Sarei partita l’indomani. La mia postina mi chiese se avessi avuto bisogno di aiuto per prepararmi per il viaggio. Ma come faceva a oltrepassare così semplicemente la soglia della postina e diventare come una sorella? “Sì, grazie.” una parte di me avrebbe voluto dire, con la stessa semplicità che la postina aveva usato per oltrepassare la soglia. Ma il cane mi poggiava la testa sul piede e io riuscii a sillabare: “No, grazie”. Chiusi la porta e quando mi voltai verso la mia casa alle mie spalle, mi resi conto come fosse stata abbandonata. La valle del cuore melmosa e abbandonata, la casa in disordine e sporca. Come fuori, così dentro, come dentro, così fuori. Chi lo aveva detto? Il cane continuava a seguirmi e ad abbandonarsi sul mio piede, rendendo tutto faticoso. Ma qualcosa si era azionato e io, come un robot, lento ma ben programmato, iniziai a mettere a posto e a ripulire. Lavai i piatti, strofinai il fornello unto e schifoso. Ma da quant’è che era così? Sostituii le spugnette, feci un’altra passata di sgrassante, risciacquai con acqua fresca. Lo stesso feci per il bagno. Poi fu il turno della lavatrice e dell’aspirapolvere. Il ronzio della lavatrice e il rumore bianco e costante dell’aspirapolvere mi portarono in uno stato di trance. Mentre il mio corpo continuava a comportarsi come un robot lento e ben programmato, eseguendo gli ordini e passando l’aspirapolvere in modo accurato, la mia mente era trasportata nei ricordi di quando lavoravo con Irene. Un’altra vita. Quello che mi colpi’ nei ricordi fu la sensazione dei nostri visi levigati, lisci, piani.  

Finii presto di passare l’aspirapolvere, mi ricordai perchè avevo scelto di avere una casa piccola.  Stesi la lavatrice. Feci in tempo anche a passare lo straccio bagnato. Ma dove era finito il cane? Lo cercai nella valle melmosa del cuore. Eccolo, si era accucciato in un angolo un po’ più nascosto. Forse aveva avuto paura dell’aspirapolvere? Forse aveva paura dell’acqua. La tristezza temeva l’acqua corrente, che scorre, fluisce, pulisce? La casa sembrava un’altra. La valle del mio cuore era un po’ meno grigia, forse c’era un raggio di sole che avrebbe potuto asciugare un po’ il fango. Come fuori, così dentro, come dentro così fuori. Ma chi lo aveva detto? Mi restava da preparare la valigia. Prima però, avevo bisogno di una doccia, o meglio un bagno. Mi rilassai nell’acqua calda, guardandomi intorno, le piastrelle e i sanitari puliti e profumati, i cipressi sulla collina fuori dalla finestra. Una timida sensazione di apertura all’altezza del petto prese spazio. La valle del cuore fece un respiro. Chiusi gli occhi, piansi. Mi resi conto che in tutti quei giorni in cui avevo abitato la valle della tristezza, non avevo mai pianto. Avevo avuto paura che qualcosa si sarebbe potuto rompere, come una diga dentro, e che non sarei riuscita più a fermarmi. Ma ormai la diga era stata rotta e le lacrime scesero sul mio viso e sul mio collo, e infine nell’acqua della vasca. Acqua nell’acqua. La valle era completamente allagata. Una palude. Proprio nel momento che si stava per asciugare… Eppure sentivo che tutta quell’acqua aveva fatto bene alla palude. Era il momento di uscire dalla vasca, vestirmi e preparare la valigia. 

E’ così che sono partita e sono arrivata in questo paese lontano. Sono rimasta un anno. Quando sono arrivata non c’era traccia di Irene. Nel Centro dove lavorava, mi avevano detto che si era sentita meglio ed era partita. Per casa? Chissà. Anche io sarei potuta ripartire, tornare a casa, ma sono rimasta. Ho sostituito Irene al Centro per le pratiche che svolgeva. Mentre guardavo le cartelle dei documenti di progetto, riconoscevo il suo scrupolo per l’ordine, leggevo le etichette e gli appunti e riconoscevo la sua calligrafia elegante eppure corposa. Intanto, intorno a me non ri-conoscevo nulla, tutto era un mistero. Tutto era strano. E’ strano tutto ciò che si allontana dal nostro ordinario modo di vedere le cose. Vedere con occhi nuovi. Era questo monito che portavo con me. Un monito che non era bastato per uscire dalla valle della tristezza del mio cuore, ma che si era come risvegliato e rinvigorito da quando quella mattina avevo ricevuto la raccomandata, avevo pulito casa, avevo fatto il bagno di lacrime e avevo fatto la valigia per partire. 

I colori di questo paese sono diversi dai colori del mio paese. Le colline di cipressi e roverelle hanno lasciato il posto a colline di sabbia più scura e meno scura, che di sera diventano onde di viola e celeste, stagliate su un cielo blu scuro con piccole stelle scintillanti. Forse stavo iniziando a vedere con occhi nuovi. Un giorno avevo detto proprio così: “Sto iniziando a vedere con occhi nuovi” a una bambina che frequentava il Centro e lei, con una smorfia di infantile saccenza, mi aveva detto: “Strano, vedere con occhi nuovi è proprio cambiare occhi!”. Mi aveva fatto sorridere all’inizio, ma una parte di me era stata infastidita e indispettita. Certo, era ovvio. Eppure, mi ero trastullata all’idea che qualcosa stesse cambiando in me, seppure a cambiare erano le cose intorno a me. Non stavo iniziando a vedere con occhi nuovi, stavo solo vedendo cose nuove. A volte, nei sogni, appariva di nuovo la macchia di vino rosso sulla tovaglia bianca. Di giorno mi riempivo gli occhi delle strade di terra battuta marrone e delle linee rosate e beige delle colline basse. Di sera mi riempivo gli occhi dei tramonti in viola e, come un Piccolo Principe, avrei spostato la sedia per vederne trentasei di fila se fosse stato possibile. 

Poi vennero i giorni della malattia. Tutto il paese fu sconvolto da una malattia nuova. Mentre si diffondeva la notizia dei casi di infetti che crescevano, immaginai il panico e l’isteria collettiva che può segnare questi eventi. Io stessa fui presa dal panico. La macchia rossa si allargava su tutta la tovaglia bianca. Ma perchè ero andata fino a lì? I giorni si susseguirono con una calma strana. Strano è tutto ciò che non ci aspetteremmo. Le persone di questo paese accompagnavano i malati nella malattia, come in un viaggio e così, anche, stupefacentemente,  nella morte. Mai vidi paura nei loro occhi, semmai tristezza. Durante i riti funebri, c’era un momento circoscritto in cui i familiari e gli amici del defunto, al ritmo dei tamburi, prendevano lo spazio al centro di un cerchio di persone, si dimenavano, urlavano, piangevano disperatamente, alcuni cadevano in ginocchio e si strofinavano forte il viso impastato di lacrime. Poi il ritmo si acquietava e loro con lui, i tamburi cessavano di essere battuti, e loro cessavano di battersi col dolore. Allora il defunto veniva cremato e i familiari e gli amici iniziavano un mugugno, basso e scuro, che si trasformava progressivamente in un canto, arioso e sciolto, bellissimo.

Proprio durante i giorni della malattia, arrivò il nuovo anno. Per me era anche passato un anno dalla macchia rossa sulla tovaglia bianca. Notai che non si auguravano i nostri auguri. Strano. Strano è tutto ciò che si allontana da ciò che già conosciamo. Alla mia collega che era diventata un’amica, mi azzardai a dire: “Auguri di felicità e salute per questo nuovo anno”. Lei mi guardò perplessa, come se avessi detto qualcosa che si dice ai bambini per farli calmare e si sa che si sta mentendo. Ma la verità è che qui, mai ho visto le persone comportarsi in tal modo con i bambini. Mentre mangiavamo e le persone ringraziavano i loro dei e le loro dee per ciò che era stato e ciò che sarà, la donna dalla tunica lunga marrone stese un telo bianco al centro del cerchio, lascio’ cadere, da una ciotola di legno, un colore rosso porpora. Macchie rosse sul telo bianco. I bambini  e le bambine dalle macchie disegnarono con le piccole dita figure misteriose.

“Che sappiate essere felici e in salute. Che sappiate trasformare le macchie in disegni. Che sappiate trasformare la malattia in un viaggio di apprendimento e la morte in un incontro con il più grande mistero”.

Ilaria Olimpico

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