Dove non riesco a vedere io, portamici tu!

Appunti e spunti a due voci dall’esperienza:

“Storie che riconnettono” con rifugiati del progetto Siproimi di Spoleto e altri invitati

a cura di Agnese Talegalli e Ilaria Olimpico

Chi siamo

Agnese: Sono cinque anni che lavoro come operatrice in un progetto di accoglienza per rifugiati, in una piccola città italiana. 

Come facilitare il processo di integrazione è sempre stato un argomento su cui riflettere e complesso da portare avanti, perché ricco di sfaccettature. Ci sono dei tempi da considerare nella persona migrante che si trova catapultata in un nuovo contesto, che hanno bisogno di comprensione e accettazione. Queste persone abituate ad essere in viaggio, probabilmente, vivranno il luogo in cui si trovano, come una delle molteplici tappe da attraversare. Poi ci sono dei tempi della comunità che accoglie, sia come individui che come organizzazioni. Ci sono abitudini culturali che si incontrano e che a volte nella novità dell’incontro, possono far emergere qualche incomprensione e, di conseguenza, portare a vissuti di tensione e di non inclusione.

Il bagaglio che questi giovani uomini e donne (anche se, nel progetto dove lavoro, ci sono solo uomini accolti) portano con sé, è ricco di sogni, ferite, aspettative, frustrazioni, speranze, paure, fatica, coraggio, forza, riscatto. Spesso sono ventenni e tutti hanno persone care a cui pensare, famiglie che hanno aspettative su di loro. Questi legami, effettivamente, sono relazioni universali, che appartengono a tutti noi, uomini e donne, eppure a volte, è così difficile riconoscersi gli uni con gli altri.

Così riflettendo e grazie a Ilaria che mi ha fatto conoscere un nuovo modo di stare insieme, ho pensato che incontri di ascolto e narrazione potessero essere una dolce medicina per anime in viaggio.  

Ilaria è la cantastorie e facilitatrice degli incontri che, con dolcezza, pazienza, ascolto, entusiasmo, calore e abilità di reinventare, ha nutrito i fiori che erano pronti a sbocciare.

Oltre a cosa si fa, il come è elemento determinante.

Ilaria: Assolutamente il “come” è determinante. Scriveva F. Leboyer: “Senza Amore, sarete solamente abili”. Ritrovo Agnese a ogni incontro come compagna di viaggio ideale, accorgendomi di condividere le stesse “cornici”, le stesse “premesse” e così, possiamo fidarci del processo, talvolta entusiaste, talvolta stanche, talvolta fiduciose, talvolte pensose, ma sempre sorprese.

Sono definita, a seconda dei lavori e compiti che svolgo: facilitatrice, educatrice, formatrice, conduttrice, raccontastorie, operatrice, tutor… Forse il termine che mi risuona di più è “facilitatrice”. Che si tratti di facilitare un processo di costruzione di un gruppo, di apprendimento, di formazione, crescita personale o un cerchio di storie, quello che sento di fare è “facilitare”, accompagnare il gruppo e custodire il processo che emerge. 

Ho conosciuto Agnese durante un progetto di capacity building nel Sistema di Accoglienza. Agnese ha poi partecipato agli incontri online che ho proposto durante il lockdown “Storie che Riconnettono”. Quando mi ha proposto di fare gli incontri con i rifugiati del progetto SIPROIMI di Spoleto nel quale lavora, ero emozionata e grata di questa possibilità. 

Iniziamo!

Agnese: Partecipando agli incontri con grande curiosità posso provare a uscire dal ruolo di operatrice e dal pensiero di dover fare qualcosa, che sia dare risposte, o aiutare in pratiche burocratiche o ammettere di non sapere cosa dire o come aiutare. Posso ascoltare per il gusto di farlo e forse vedere meglio e posso contribuire con la mia immaginazione a una storia condivisa. Nel primo incontro ho sentito proprio questa sensazione, finalmente tutti in cerchio!

Ilaria: Le espressioni “Posso uscire dal ruolo di operatrice” e “finalmente tutti in cerchio” aprono un baule tanto grande quanto grande e’ la sensazione di apertura del petto e del respiro che immagino accompagni queste frasi.

Dal ruolo alla persona, da un’organizzazione piramidale gerarchica a un’organizzazione più circolare… tutto questo mi fa pensare a Laloux.

Frederic Laloux, autore del libro “Reinventare le organizzazioni”, consulente di leader di grandi aziende che vogliono una trasformazione evolutiva del management, in uno dei suoi video, delinea tre principi che accomunano un nuovo paradigma organizzativo: self management, totalità/globalità della persona, proposito evolutivo. Mi chiedo come cambierebbe il “sistema di accoglienza” se introducesse questi principi. Una rivoluzione. 

Self Management: autonomia per chi opera e lavora ma anche e soprattutto per i cosiddetti “beneficiari”, un’autonomia che presuppone fiducia e coraggio e promuove empowerment e inter-dipendenza. Totalità/globalità della persona: anche questo principio da adottare in pieno, sia per chi opera e lavora, sia per i cosiddetti “beneficiari”, cosa e come cambia la relazione se non siamo più solo “ruoli” ma siamo persone nella nostra interezza? Proposito evolutivo: pensare all’organizzazione come a un organismo il cui proposito autentico e’ l’evoluzione; cosa succederebbe se “il sistema di accoglienza” uscisse dal paradigma per cui pochi decidono qual e’ la visione (ammesso che ce l’abbiano) da seguire e potesse riuscire a “vedere e sentire se stesso” (per usare un’espressione della Teoria U)come premessa per un cambiamento profondo?

Certo, pochi incontri in cerchio non aspirano a tanto come risultato, ma sicuramente hanno intenzioni forti e profonde. Agnese e poi l’altra operatrice, che hanno partecipato agli incontri, possono sperimentare le potenzialità di incontrarsi – operatrici e “beneficiari” – in uno spazio altro, in cui si incontrano non i ruoli, ma le persone. E chissà se con cicli di incontri più lunghi non si possa arrivare a immaginare altri sistemi di accoglienza possibili… “l’immaginazione e’ il presupposto imprescindibile per aprire le porte ad altri mondi possibili”.

Un’altra intenzione forte e profonda che nutre questo ciclo di incontri e’ far incontrare universi che solitamente non si incontrano. 

Abbiamo voluto un gruppo misto. Siamo assolutamente convinte dell’enorme valore di invitare persone esterne italiane, oltre alle operatrici e operatori. La dimensione dell’incontro assume una qualità anche politica, intesa come la dimensione che ha a che fare con il potere, con la cultura, con la società e la sua evoluzione. Abbiamo invitato persone che in qualche modo conosciamo già, sono persone che talvolta lavorano nel “sociale”. Abbiamo scelto di mantenere uno spazio protetto. Sarebbe interessante invitare persone che non hanno mai modo di incontrare “il rifugiato”, “il richiedente asilo”, e permettere questo incontro con “un rifugiato”, “un richiedente asilo”, ossia con la persona che e’ dietro e oltre queste categorie, con un nome, un carattere, un modo di immaginare, desideri e paure proprie. 

Altra peculiarità delle persone esterne invitate e’ stata la varietà di collocazione geografica: oltre persone da Spoleto, c’erano R.P. dal nord Italia e M.T., italiana ma emigrata a Berlino. Questa casualità offre, per chi la coglie, l’opportunità di allargare per un attimo lo sguardo: migrante, immigrato, emigrato… alcune etichette cadono, si aprono degli squarci di complessità, si intravedono possibilità di ri-conoscimento, possono nascere riflessioni su privilegi e stigmi.  

Incontri: 17 e 20 aprile 2020

Partecipanti: K.M.-Mali, J.M.-Gambia, T.M.-Gambia, F.B.-Senegal, R.N.D.-Cameroun, E.-Italia, io e Ilaria.

Ilaria: Il primo incontro è un po’ come un primo appuntamento tra innamorati. E’ una danza da accordare per non pestarsi i piedi, è una ricerca delle caratteristiche dell’altro, e’ un’attenzione particolare a ciò che “io faccio e sento”. 

Agnese: Nel gruppo ricordo J.M. che, pur sorridendo sin da subito e parlando abbastanza bene l’italiano (sta frequentando la scuola media al Cpia), non riusciva a rispondere alle domande di Ilaria quando lei gli chiedeva di continuare una parte della storia o gli chiedeva cosa vedesse guardando una particolare immagine. Lui continuava a rispondere: “non lo so, non sono bravo in queste cose”. Finchè, con pazienza e delicatezza da parte della “facilitatrice” Ilaria, arriva a poter immaginare due uomini trasportati da uno stormo di uccelli da un posto a un altro. Ed ecco che questa diventa l’immagine che condivide alla fine dell’incontro come momento che gli era rimasto impresso. Ho visto nel suo modo di parlare e nei suoi occhi quello che aveva visto e sembrava contento. Aggiunge che essere uniti era migliore che essere da soli.

Ricordo anche la risposta di K.M. alla fine del primo incontro; alla domanda “cosa vi è rimasto della storia?”, risponde: “tante cose…” lasciando un campo aperto molto spazioso. Chissà cosa intendesse…

Ilaria: Non importa da dove veniamo, quale sia la nostra lingua o la nostra religione, abbiamo similarità e differenze oltre i confini geografico-culturali. Ci sono persone che hanno più familiarità con un linguaggio visuale, altre con un linguaggio musicale, altre con un linguaggio verbale, altre ancora con un linguaggio corporeo. Abbiamo tutti e tutte la capacità umana universale di immaginare. E purtroppo, talvolta, la perdiamo – non importano neanche in questo caso i confini geografico-culturali – perché a scuola ci dicono che c’è 1 e 1 sola risposta esatta, o perché ci hanno detto che immaginare e’ solo per bambini…

Recuperare l’ímmaginazione e’ per me recuperare la capacità di andare oltre ciò che si vede. E questo nella vita può essere una grande risorsa in tempi che necessitano di innovazione e creatività. Immaginare insieme e’ per me educarci all’íncontro creativo.

Incontri: 22 e 24 aprile 2020

Partecipanti: O.B.D.-Eritrea, C.A.-Mali, E.E.C.-Camerun, G.Z.-Eritrea, A.-Italia, S.-io e Ilaria.

Agnese: Nella storia raccontata con il gruppo abbiamo parlato di tre fratelli in cerca di una mappa nascosta in un palazzo dietro a una porta. Uno dei fratelli, il più pigro, invece di cercare la chiave della porta del palazzo nel bosco, si ferma e proprio lì arriva un uccellino che gli dice di cercare la chiave sopra ad un muro. Infatti, alzando lo sguardo, vede un muro e si avvicina, ma la chiave non c’é. Alla fine, viene trovata sul soffitto di un piccolo tetto di una minuscola casa sopra a un bellissimo fiore. Essendo il ragazzo troppo grande per entrare con la mano nella casina, si fa aiutare da un piccolo insetto che è onorato di aiutarlo. In possesso della chiave trova il palazzo e poi apre la porta dove scopre una valigia piena di soldi.

Ilaria invita tutti noi a chiederci “cosa avremmo fatto con quella valigia di soldi?”. Solo poterlo immaginare è stato un “passo verso” altre possibilità. Ognuno ha dato la sua risposta. C.A. avrebbe creato un’impresa dove far lavorare anche i suoi fratelli o persone che non hanno lavoro. Impresa di trasporti di cibo o altro.

O.B.D. era sicuro che avrebbe dato un po’ di soldi a chi non ne aveva e il resto li avrebbe usati per far stare bene la sua famiglia. S., dopo averci pensato un po’, dice che gli sarebbero serviti per poter “non fare”. Questo non “fare niente” è risultato un po’ strano per C.A. che ha voluto sapere cosa intendesse e ha ricordato che i soldi finiscono.

Io ho immaginato un eco-villaggio, è stato il primo pensiero che include il concetto di ciò che desidero, comunità e famiglia. Ilaria ha sognato una libreria grandissima dove poter anche regalare libri, dove raccontare storie… Ecco che una domanda può tirar fuori dei fiori che stavano aspettando di germogliare. 

C.A. ha detto che ascoltare gli altri con le loro idee è un modo utile per orientarsi e capire.

Ilaria: La storia era più o meno arrivata al punto in cui il più piccolo dei tre fratelli alla ricerca della mappa, riesce ad avere grazie all’aiuto di un insetto, la piccolissima chiave che apre la stanza dove c’e’ la mappa. Il ragazzo però, come lungo tutta la storia, invece di dimenarsi e lanciarsi qua e là come i fratelli, si affida al destino e decide di riposare. Si addormenta e sogna di aprire con la piccolissima chiave la stanza e prendere la mappa. Quando chiedo di continuare la storia a D. chiedendo: quando si sveglia, il ragazzo ha la mappa in mano?”, D. risponde serio: “certo che no, era un sogno!”. Io non ho remore a far trasparire la mia sorpresa mista  a delusione, perché il protagonista ce l’aveva quasi fatta e nelle storie tutto e’ possibile, quindi, perché no, conservare una mappa che si e’ presa grazie a un sogno?! Agnese fa’ segno che ha un’idea, le brillano gli occhi, avuta la parola, subito continua la storia: “certo, non ce l’aveva, ma se la ricordava!” Fantastico! Anche per Agnese era stato un colpo sapere che non era stata presa la possibilita’ magica di avere per davvero qualcosa che si prende in un sogno, ma aveva accettato e risolto creativamente il problema del protagonista e la sua/mia delusione.

Non posso rifiutare ciò che chi mi precede racconta, anche se non mi piace, posso solo andare avanti inglobando creativamente ciò che potrebbe non piacermi. 

Incontri: 27 e 29 aprile 2020

Partecipanti: K.M.-Burkina Faso, D.A.S.-Somalia, S.D.-Mali, T.S.-Senegal, R.-Italia, io ed Ilaria.

Agnese: Nuovo gruppo, nuove persone, nuove storie, nuovi orizzonti!

Questo incontro corrisponde al primo giorno di Ramadan e iniziamo leggermente dopo l’orario concordato, verso le 17.15 perchè alle 17 molti avevano la preghiera. Non avevamo pensato all’orario di preghiera. Abbiamo aspettato un po’, comprendendo l’importanza di quel momento. Come operatrice,  a volte, si vive un po’ di frustrazione quando cerchi di comunicare un appuntamento, in questo caso, o un’indicazione in generale. Ci metti tutte le energie e capacità comunicative in tuo possesso e pensi che il messaggio sia arrivato e poi ti accorgi che non ha funzionato. Ti aspetti che l’altra persona se non può, o ha un problema te lo dica, ma così, spesso, non avviene.  Forse perchè, tra culture diverse, viviamo il tempo in modo diverso, forse perchè, avendo modi di fare differenti, il senso del rispetto è diverso. Dire qualcosa di contrario o far emergere le proprie esigenze può essere vissuto come mancanza di rispetto per l’altro. Forse perchè  la nuova lingua a volte è una montagna da scalare e non si trovano le parole per parlare. Ma forse ci sono anche altre ragioni. Quindi, care operatrici e operatori, costruttori di ponti  e mediatori inter-culturali alleniamo l’ascolto e la pazienza, perchè quando ci sono incomprensioni probabilmente ci mancano dei pezzi da prendere in considerazione.

  Tornando all’incontro, K. non riesce a collegarsi su zoom e tramite il telefono di D.A.S., che vive con lui, parla con D. e cercano di risolvere il problema. Attendiamo. Accogliere le difficoltà, le differenti esigenze che non sempre sono esplicite, permette allo spazio creato dal gruppo di considerare l’altro.

Ilaria: Quando c’e’ da aspettare, mi viene sempre in mente il racconto di Ryszard Kapuściński. Poiché non lo ricordo precisamente, lo racconterò’ reinventandolo (come d’altronde faccio con le storie tradizionali!). Il protagonista sale su un autobus in un paese straniero. Aspetta. Altre persone salgono. Aspetta. Suda. Aspetta. Sbuffa. Solo lui sbuffa. Aspetta. Infastidito, chiede a che ora parte l’autobus. L’autista chiede sorpreso: “A che ora?”. “Si’ a che ora?”. “Parte quando e’ pieno”.

Agnese: Tutti pronti per partire ma ho la sensazione che non tutti comprendano cosa sarà quell’incontro. A uno di loro avevo spiegato che avremmo raccontato storie, come quelle che raccontano le nonne quando sei bambino. Anche spiegare cos’è una storia non è cosa scontata. La “storia” con i richiedenti asilo e rifugiati viene associata alla storia di vita, quindi raccontare la propria vita. Nel loro processo di richiesta d’asilo hanno sentito, probabilmente, la parola “storia” molte volte, quando hanno dovuto scrivere le memorie per la preparazione all’incontro in commissione. Quando hanno dovuto raccontare la loro “storia”, con  gli operatori, avvocati, anche dottori in alcuni casi, sempre per poter ottenere i documenti per stare in Italia.

Quindi partendo da questa esperienza di “storia”, far comprendere che stavamo, tutti insieme, per inventare delle storie con elementi anche fantastici, non è stato immediato. Ci presentiamo e passo passo seguiamo il flusso del gruppo che, questa volta, non porta a un racconto condiviso ma a frammenti di racconti tra domande di spiegazione per non aver capito e storie ricordate del proprio paese. 

Ilaria: Questo incontro è faticoso. Forse perché molti non parlano bene italiano, forse perché si aspettano altro. Sento di accogliere quello che c’ è: K. ha voglia di raccontare una storia in francese. Ottimo. Propongo per l’incontro successivo che ognuno racconti una piccola storia nella lingua madre, anche se incomprensibile agli altri. 

Questa scelta nasce da un terreno con tanti semi: dare valore alle lingue non europee, esplorare i suoni al di là del significato, essere alla pari nel “non capire”, conoscere storie di diversi contesti geografici e culturali.

Agnese: Da questo incontro nasce una domanda: Come ri-connettersi quando non si parla la stessa lingua? Come costruire un terreno comune dove muoversi?

La proposta di raccontare ognuno una propria storia nelle proprie lingue ha creato uno spazio più calmo e ordinato, rispetto al primo incontro, dove ci siamo potuti ascoltare. 

Ora siamo pronti, insieme. A questo punto, Ilaria prova a iniziare una storia… ognuno aggiunge un pezzo, ispirato da un’ímmagine. Siamo in una piazza con due popoli in guerra e al centro della piazza una tenda. Alla parola “guerra” sembra non esserci lingua e fraintendimento. 

Ilaria: Alla parola “guerra” sento un cambiamento dell’atmosfera. Più attenzione. Piu serieta’. Forse perché tra noi che raccontiamo c’e’ chi la guerra l’ha vista da vicino.  Forse e’ solo la mia proiezione. Forse e’ solo la mia rappresentazione dell’Altro, del “Rifugiato-Vittima”. O forse è così, è un tema che è entrato nel cerchio e nella storia attraverso un’immagine ma per alcuni di noi non e’ solo un’immagine.

Agnese: Poi arriva una grande armatura di ferro. Moriranno tutti tranne uno e a questo punto chiedo cosa farebbero se fossero gli unici rimasti? Se fossere dei re? Questa domanda mi fa riflettere sul potere dell’immaginazione e del porsi delle domande. Puoi diventare in un attimo qualcosa o qualcuno a cui non avevi mai pensato. Avere uno status/forma che ancora non ti è appartenuta e far vivere la propria anima in modo diverso. Chissà se questa esperienza immaginaria poi possa lasciare un segno nel proprio cuore e portare una persona a ricercare quella stessa sensazione per condurla verso il cambiamento?

Incontri: 8 e 11 maggio 2020

Partecipanti: O.B.D.- Eritrea, D.A.S.-Somalia, K.M.-Mali, M.-Italia, I. ”nuova”- Io e Ilaria

Ilaria: La storia nata da questo incontro impasta elementi “realistici” ed elementi “fantastici”. Partiamo da un’immagine di rocchetti di cotone colorato, D.A.S. dice: “vedo colori, fili…” Agnese continua: “vedo una sartoria… in Africa!”.

La storia continua tra sorprese e difficoltà del protagonista, che sin dalla nascita è chiamato a fare “cose straordinarie”. Grazie all’aiuto fantastico – in tutti i sensi – degli animali, riesce a portare i prodotti della sua sartoria in Italia, dove apre un negozio di successo. Il finale della storia è affidato a K.M., che ha un sorriso enorme, quando risponde: “sì, certo, riesce in Italia a vendere i vestiti. È bellissima questa storia!”

Io aggiungo: “quando torna in Africa, va a trovare la madre, le racconta tutto quello che è riuscito a fare e le chiede: mamma, ho fatto allora cose straordinarie?”

Do’ la parola di nuovo a K.M. che fa dire alla mamma: “Continua…”. Come per dire “continua a fare cose straordinarie” oppure: “per diventare straordinarie deve esserci la continuità…”, oppure… chi può dirlo?

Agnese: La storia di questo incontro mi è arrivata chiara e forte, è stato come tessere una meravigliosa coperta a più mani senza notare la differenza di mano. Il progetto/sogno di aprire un’attività in Italia l’ho ascoltato molte volte come operatrice, ma quell’elemento fantastico ha aperto orizzonti. Ha reso possibile il trasporto dei vestiti dall’Africa all’Italia con l’aiuto di giraffe, un genio e una balena dalla bocca enorme. Anche l’apertura dell’attività è stata come per magia facilissima. Grazie all’immaginazione. D. a fine incontro dice che non avrebbe immaginato che i vestiti potessero viaggiare in quel modo. Nell’ascoltare il racconto stava pensando ad aerei, navi e invece è rimasto sorpreso. Nel modo in cui K.M. ha risolto l’avvio dell’attività in Italia – “poi prende un magazzino e vende i vestiti…” – sono rimasta sorpresa. Quella facilità nella realizzazione di un progetto ha alleggerito qualsiasi realtà più complessa e gli occhi accesi con cui K.M. parlava mi hanno trascinato con leggerezza in quel mondo possibile.

Dopo la storia, Ilaria introduce il gioco del “Vedo vedo vedo…” in cui è il singolo che osserva un’immagine e da’ voce a ciò che vede. E’ capitato che un ragazzo dicesse davanti a un’immagine: “non riesco a immaginare”. Grazie a domande più semplici di Ilaria come “che colori vedi? Cosa ti fanno pensare questi colori?…” piano piano inizia il processo di creazione. Come dal buio, grazie a una candela, cominciare a vedere la propria stanza. E’ molto bello assistere a questo processo.

Ilaria: Nel giro di parola finale, M. chiede se nel gioco “Vedo, vedo, vedo…” (dire ciò che un’immagine mi fa venire in mente come una piccola storia) ci sia un’interpretazione da parte mia su ciò che ciascuno dice. È una domanda di cui sono grata, mi permette di spiegare che da parte mia non c’è nessuna intenzione di analisi o interpretazione, solo ciascuno di noi può semmai interrogarsi e chiedersi perché ha visto certe cose in un’immagine. 

Questa dimensione interpretativa, per così dire, “psicologica” è e deve essere (dato che non sono una psicologa) assente. Tuttavia c’è una profonda consapevolezza della dimensione psicologica delle storie e delle immagini in sé. Come facilitatrice, lascio al gruppo e a ciascuno/a, secondo il proprio momento, secondo il proprio grado di consapevolezza, ricevere dalle storie e dalle immagini significati e senso.

Agnese: I. “nuova”, così è stata chiamata da M., poi ripreso da D.A.S. con un sorriso giocoso che fa trapelare il clima sereno del gruppo,  dice di essersi sentita bambina. A volte non ci diamo il tempo per ritrovare quello spirito giocoso, toccare quel mondo immaginario di cui tutti siamo in possesso e che va rintracciato e a cui ci si può riconnettere, se si vuole.

Poi c’è K.M. che dice di apprezzare l’incontro perchè “gli fa passare tempo”. Anche questo è un tema interessante. Come passare il tempo in questo tempo che sembra di attesa. Come passare il tempo quando devi ancora costruire la propria rete sociale, devi imparare una lingua, non sai ancora come muoverti. Questi spazi di condivisione diventano momenti in cui il tempo acquisisce un valore di scambio, espressione, e inter-cultura.

Ilaria: Passare il tempo. Passare il tempo in lockdown, in quarantena. Qualcuno ha scritto, detto, che questo virus e’ come la livella di Toto’: ci rende tutti uguali, indifesi allo stesso modo di fronte al pericolo della malattia, della morte. Ma non e’ cosi’. Questo virus, semmai,  rende ancora più chiari i privilegi e il gap tra classi sociali, tra aree geografiche, tra centri e periferie, tra città e campagne (in questo caso, la campagna ha dato privilegi). Come e’ diverso passare il tempo di quarantena in un appartamento di periferia di una grande città senza nemmeno un balcone e passarlo in una villa con piscina nel quartiere alto-borghese? Se da un lato, in cerchio eravamo tutti e tutte sullo stesso piano, accomunati da non poter uscire, e con uguale potere di immaginazione, eravamo allo stesso tempo, su piani molto diversi in quanto a privilegi. Chi ha limitazioni di libertà di movimento per un periodo di quarantena in emergenza sanitaria e chi ha restrizioni sulla libertà di movimento per il suo “non passaporto”, per il suo “status”. 

E poi c’è la riflessione di un mio amico, praticante di Teatro per il Dialogo: “alcune persone sono sempre in quarantena… rifugiati, carcerati, …”. E allora, vediamo come i nostri incontri su zoom, nati dalla necessità, possano diventare un’opportunità per chi rimane nella condizione di quarantena oltre l’emergenza sanitaria. Così io e Agnese, abbiamo immaginato incontri che invitassero persone dai Paesi di origine dei partecipanti, persone di luoghi diversi e distanti…

Incontri: 13 e 15 maggio 2020

Partecipanti: D.A.S.-Somalia, K.M.-Mali, K.M.- Burkina Faso, M.T.-italiana a Berlino, M.- Italia- io e Ilaria

Ilaria: Nell’esercizio “Vedo, vedo, vedo…”, D.A.S. vede una chiesa in mezzo al mare, con un uomo che prega e si affida a Dio. Chiedo: “E Dio lo ascolterà’?”. “Sì, certo” mi si risponde come se avessi fatto una domanda retorica. Nell’immagine mostrata (estratta da un albo illustrato) in realtà è rappresentato un faro. Ma la premessa è accogliere tutto ciò che arriva, fruire dell’immagine per ciò che evoca più che per ciò che è. Aprire le porte dell’immaginazione e quindi delle possibilità, della pluralità, della polisemia. “Dove non riesco a vedere io, portamici tu” potrebbe essere l’invito per entrare nell’immaginario dell’altro. Per analogia, è lo stesso sforzo e la stessa disponibilità che richiede l’ “Arte di Ascoltare“: “se vuoi comprendere quel che un altro sta dicendo, devi assumere che ha ragione e chiedergli di aiutarti a vedere le cose e gli eventi dalla sua prospettiva” (Marianella Sclavi). Così, per le storie e per le immagini, mi lascio portare in mondi e situazioni che io non immagino e non vedo, ma accolgo la sfida di vedere con gli occhi dell’altro, vedere quello che per me è chiaramente un faro, come una chiesa. Vedere con occhi nuovi è uno degli orizzonti che più mi affascina nelle arti sociali.

In un laboratorio più lungo, si potrebbero dispiegare le potenziali dimensioni profonde di ciò che emerge.

Backstage

Agnese: La parte organizzativa di questi incontri nel coinvolgere i partecipanti ha significato provare con varie azioni ad arrivare a colpire la loro curiosità.

Incontrarsi per parlare e raccontare storie, non è un’esperienza consueta e non è considerata come qualcosa che contribuisce a raggiungere i propri  obiettivi primari. Spesso l’ottenere il permesso di soggiorno, la tessera sanitaria elettronica e il trovare un lavoro sono l’unica chiarezza in un contesto di incertezze. Spesso non sanno come muoversi per ottenere ciò che vogliono e non considerano piccole cose che magari potrebbero aiutarli. Il nostro lavoro come operatori penso sia proprio questo, aprire porte nuove che nascondono strade e percorsi mai attraversati, che possano arricchire e facilitare anche il raggiungimento dei loro obiettivi. A volte è stato difficile riuscire a farli partecipare, con puntualità. A volte mi hanno sorpreso e ho pensato di dovermi anche io fidare di più del processo. Certo è che ognuno ha dei tempi e vanno rispettati.

Il coinvolgimento di altri operatori nella parte organizzativa dei laboratori e nella partecipazione attiva penso sia elemento importante da rilevare. 

In questa esperienza, l’equipe ha accolto il progetto sostenendolo sul piano pratico, ma solo due operatori su sette si sono sentiti di partecipare in prima persona. Le motivazioni potrebbero essere varie, dal non essere abituati a raccontare, al non reputare importante questo tipo di incontri, al non avere il tempo. Credo sia stato più il primo caso per noi. Sento comunque che l’equipe è un organismo che possa sostenere o togliere energie. Lavorare insieme per una coesione di intenti sviluppa una forza utile che si trasforma in chiarezza nei confronti dei beneficiari e  solidità rispetto alla co-creazione dei progetti individualizzati.

Ilaria: Il cerchio narrativo o storytelling partecipativo è una pratica nata all’interno della sperimentazione ed esplorazione artistico/sociale del Collettivo TheAlbero sin dal 2011. Risente della “Grammatica della Fantasia” di Gianni Rodari, dell’Estetica dell’Oppresso di Augusto Boal,  degli articoli di Franco Lorenzoni sulla narrazione, della fotografia partecipativa integrata al teatro immagine di Uri Noy Meir e il processo estetico “Immagini e Storie” che ne è stato la prosecuzione nel lavoro insieme, e di tanti inenarrabili spunti tratti sia da altre esperienze formative, sia dalla pratica con gruppi diversi per età (ho usato molto lo storytelling partecipativo nelle scuole con adolescenti), genere (ho lavorato spesso con cerchi solo di donne), obiettivi (gruppi di operatori e operatrici sociali in formazione),.

Obiettivi” e’ una parola chiave in tutti i progetti. Assolutamente necessario per comunicare il senso del progetto, può diventare ineluttabilmente asfissiante durante il processo. 

In questo percorso, ho sentito che gli obiettivi che ci eravamo date, erano abbastanza morbidi da essere “orizzonti” verso i quali tendere:

– Attivare le singole persone ospiti del SIPROIMI in un periodo di apparente inattività (dovuto alla pandemia covid19)

– permettere una relazione di interconnessione tra persone che di solito “non si incontrano”: rifugiati e richiedenti asilo e italiani/e

– favorire, anche in tempi di restrizione, una pratica di inclusione, apertura e intercultura

Il fatto che non ci fossero obiettivi e risultati attesi stringenti, mi ha dato una grande sensazione di leggerezza e libertà di seguire ciò che emergeva dal processo. 

Ho sentito di avere un “contenitore” forte e al tempo stesso morbido così che potesse accogliere i bisogni e desideri del gruppo senza forzarli in una sola direzione.

Se avessimo ad esempio puntato sull’emersione di storie personali oppure su una particolare consapevolezza, non avrei avuto questa sensazione di “espansione delle possibilità di esplorazione”.

Così è stato possibile:

  • riprendere il contatto con “il fantastico”
  • accendere la capacità di immaginare
  • condividere ricordi attraverso un’immagine (tempo in Libia, pascolo in Mali…)
  • passare del tempo insieme
  • imparare parole nuove in italiano connesse a un’emozione e quindi probabilmente fissate nella memoria più facilmente
  • educarci all’ascolto
  • educarci ad accettare l’altro 
  • ridere insieme
  • incontrare, virtualmente, persone che non avremmo incontrato

Storie pluri/Inter-culturali

Ilaria: Le storie, soprattutto se raccontate insieme in cerchio narrativo, offrono opportunità per esercitare l’ascolto, l’inclusione, l’empatia

Ciò che io non credo possibile nella storia (nella mia vita?) lo rende possibile il racconto di un’altra persona, ciò che non vorrei per un personaggio si materializza attraverso le parole di chi racconta prima di me e io sono invitata a proseguire. E’ una continua negoziazione, mediazione tra ciò che sento, penso, immagino e ciò che le altre persone sentono, pensano, immaginano.

Intercultura e’ l’incontro tra me e te. Anche al di là dei paesi di provenienza, delle culture e delle religioni, quando un io e un tu si incontrano, si incontrano sempre due mondi. 

Le storie, soprattutto se fiabe o storie antiche, contengono archetipi e significati profondi. Ma quali archetipi e quali significati? E soprattutto, secondo quali codici? Nella cultura occidentale, urbana, moderna, abbiamo perso molti codici per decifrare le fiabe antiche. Le stesse fiabe sono state, durante il tempo, adeguate a “canoni” culturali modificati. Inoltre, come osserva F. Fanon, l’inconscio non è un’eredità cerebrale, ha a che fare con la costruzione simbolica e quindi culturale.

Sento di custodire il processo con delicatezza, soprattutto sospendendo le interpretazioni sugli Altri. Possiamo riflettere insieme, sulla storia che e’ emersa, sulla storia che abbiamo noi insieme raccontato, ma per il resto siamo al limite delle proiezioni e delle rappresentazioni nostre sugli altri. Abbiamo la tendenza a interpretare l’Altro con facilità, soprattutto se questo Altro e’ sempre stato “raccontato da noi”. Abbiamo più riguardo verso l’Altro della nostra cultura, perché più abituati a riservargli il diritto della complessità. 

Per questo, l’intenzione è sempre stata di creare uno spazio in cui chi racconta possa sentirsi protetto, nella frontiera tra ciò che appartiene all’immaginazione e ciò che appartiene al vissuto, in in cui chi custodisce il processo – in questo caso io – e’ nella storia insieme a me, a noi, non al di sopra, non a lato, ma dentro, come me, come noi, con i suoi desideri, le sue paure, le sue fantasticherie, i suoi ricordi, il suo vissuto e il suo immaginato, assolutamente aggrovigliato, in modo che nessuno possa svelarne il Mistero.

Impressioni di chi ha partecipato e non

M.

Probabilmente ogni scrittore di storie si deve confrontare con qualcosa come l’alterità dei suoi personaggi e della sua storia. Non è lui/lei che la inventa ma la storia prende vita sotto la sua penna anche contro la sua volontà. Questa esperienza con “storie che riconnettono” è stata possibile anche per noi umani normali e non scrittori di mestiere.  Ma è stata un’esperienza ancora più fisica. Perché la storia non si svolgeva come ciascuno di noi l’aveva pensata, ma aveva svolte improvvise, prendeva direzioni inaspettate, ospitava eventi fantastici inattesi… e giungeva a conclusioni insospettate. E questa imprevedibilità era dovuta non solo alla autonomia che è propria di ogni storia, ma al fatto che eravamo in diversi a raccontare la storia ognuno con la sua sensibilità, le sue esperienze, la sua immaginazione… Il prodotto finale era perciò molto diverso da come ciascuno poteva aspettarselo. Eppure ognuno, o almeno così è stato per me, si sentiva l’autore della storia. L’effetto collaterale è stato una piacevole sensazione di comunione con i partecipanti all’esperienza.

M.T.

Gli appuntamenti mi hanno ricordato di quanta creativitá é possibile nella “semplice” osservazione di un’immagine. Il processo di creare una storia insieme é stato proprio di riconnessione, anche con me stessa attraverso gli occhi degli altri. 

Potermi connettere con persone che si trovano in Italia in situazioni molto diverse dalla mia é stato come un promemoria, un invito a continuare a guardare fuori dai propri confini (anche mentali). Al tempo stesso anche ri-connessione con il paese e la lingua con cui sono cresciuta. 

Ho sentito che questo aspetto veniva realizzato nelle storie che raccontavamo – ognuna molto diversa – dove a volte anche i dettagli rispecchiavano qualcosa di molto più vasto e simbolico. 

L’aspetto della lingua mi ha molto colpito: nell’entusiasmo di poter riparlare la mia lingua madre (cosa che non faccio piú quotidianamente), mi sono resa conto della quantità di parole usate e del mio bisogno di esprimermi in essa. Al tempo stesso, mi ritrovavo a parlare con un gruppo in cui alcuni partecipanti stanno ancora imparando l’italiano. Ho trovato molto bello e importante che Ilaria si accertasse spesso che tutti abbiano capito o ripetesse le cose appena dette. Il tema della lingua come “potere” é una costante anche per me qui, dovendo fare da anni tutto in tedesco.

Inoltre mi sono chiesta se un’introduzione iniziale piú sotto forma di gioco o attività sarebbe stata utile nel primo appuntamento…anche se in realtà il gruppo aveva giá lavorato insieme e in quel momento ero l’unica ed essere nuova. 

D.

Ho partecipato al programma di raccontare storie ed è stato bello e molto interessante per me. Mi è piaciuto perchè mi ha aiutato a mettere in pratica come esprimere le mie idee e a migliorare la mia conoscenza della lingua italiana.

D.A.S.

Mi chiamo D.A.S. e sono a Spoleto. Mi sono piaciuti tutti gli incontri e anche le storie raccontate, per esempio quella del Regno e dei due ragazzi venuti dal villaggio. Abbiamo parlato italiano e pensato insieme poi mi è piaciuto conoscere altre persone. Grazie.

A.M.

Ho partecipato solo a un incontro, con mio dispiacere, per motivi personali. Mi sarebbe piaciuto proseguire. La mia fantasia è tutti i giorni messa a dura prova, devo inventarmi storie quotidianamente e lo trovo difficoltoso a volte. Questo incontro è stato uno stimolo anche da questo punto di vista, mi ha dato molti spunti. Da operatrice mi ha dato modo di poter vedere e conoscere i ragazzi sotto un altro punto di vista da quello solito. Il metterci tutti allo stesso piano per creare una storia fantastica insieme, mi ha fatto riflettere e pensare che il mondo fantastico di ognuno può essere condizionato dalla cultura di appartenenza. Ci sono parti di storia a cui non avrei dato peso invece per altri partecipanti hanno rappresentato il fulcro della storia stessa. Si è rivelata un’esperienza piacevole.

R.I.

Mi chiamo R.I. e lavoro come operatore nel progetto Siproimi di Spoleto. Ho seguito il laboratorio “storie che riconnettono” dietro le file, ovvero pur non partecipando attivamente ai gruppi del laboratorio, Agnese mi informava e mi riportava quanto accaduto negli incontri on line fatti con i ragazzi. 

Devo dire che l’impressione che ho avuto da questa esperienza, seppur mediata, é assolutamente positiva: mi ha colpito la partecipazione di alcuni ragazzi che difficilmente avrei pensato fossero presenti a questi incontri, mi hanno colpito le sensazioni che questi meeting hanno lasciato in qualcuno, mi ha fatto piacere vedere l’entusiasmo di Agnese in questo breve percorso. 

Per quanto riguarda la mia “latitanza” al laboratorio posso spiegarla con una personale scarsa inclinazione a parlare in “pubblico”, resa ancora più resistente dall’uso di piattaforme di video-conferenza; a questo aggiungerei anche esperienze di laboratori, corsi, e situazioni varie in cui non ho vissuto positivamente e serenamente la richiesta di partecipazione “orizzontale”.

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Per maggiori informazioni e\o per organizzare un gruppo di Storie che Riconnettono: Ilaria Olimpico ilarialmp@gmail.com

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Grazie ad Agnese Talegalli e alla coop. Il Cerchio per aver creduto e sostenuto questo percorso.

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