Troppo

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Quando ero piccolo mi portavi con te al mare, sedevamo vicini e mi dicevi tutto quello che non ti era piaciuto di me, io ero piccolo, troppo piccolo per sopportare il carico di dispiacere, frustrazione, tristezza, senso di colpa e corrosione della mia autostima. Ero troppo piccolo anche per nominare tutte queste cose e allora mi rifugiavo nelle onde del mare, un po’ per non sentire troppo, un po’ per affidare al mare tutto quello che non riuscivo a sopportare.

I tuoi sguardi erano amorevoli, ma al tempo stesso sapevano essere severi e giudicanti. Ahi, come fanno male i tuoi occhi severi, i tuoi occhi giudicanti. Tu, la persona piu’ importante della mia infanzia, che diventi il mio giudice piu’ implacabile.

Da piccolo, e poi da adolescente, cercavo di sfuggire al tuo controllo, per sperimentare, per cercare chi ero al di la’ dei limiti che mi imponevi, ma tornavo sempre nel cerchio che mi circoscrivevi intorno. Troppo insostenibile era il tuo sguardo di disapprovazione. Troppo doloroso era il sentimento di tradirti. Eppure tu continui a dire che ho sempre fatto di testa mia… beh, la mia testa e’ accerchiata dalla tua voce che commenta ogni mia scelta, ogni mia azione.

A volte ti e’ scappato dalla bocca che e’ stata una responsabilita’ troppo grande farmi da padre e madre, a volte ti e’ sfuggito dalle labbra che sono stato un peso. Quando non ti lasci sfuggire dalla bocca e dalle labbra la verita’, dici che sono stato la cosa piu’ bella nella tua vita. Ma quello che mi e’ rimasto inciso nel cuore come una cicatrice indelebile sono le cose che ti sono sfuggite dalle labbra e dalla bocca.

Sei capace di inventarti un’immagine di me che ti piace e di raccontarla alla gente del paese, la racconti per raccontarla prima di tutto a te, per consolarti, per dirti che, tutto sommato, tuo nipote non e’ una delusione. Mi sembra di sentirti quando ti aggrappi ai dettagli del mio lavoro per tessere le mie lodi, quei dettagli che piu’ si avvicinano al tuo ideale di professionalita’ e serieta’. A volte ingigantisci cosi’ tanto questi dettagli da farmi apparire anche ridicolo. Ma, intanto, di sottofondo, scorre la verita’, quella che, a volte, sfugge dalle labbra e dalla bocca, e allora ti capita di condire i tuoi discorsi di fiele e giudizio. Tolti i dettagli che usi per affabulare la gente su quanto e’ in gamba tuo nipote, escono allo scoperto i tuoi commenti sul mio lavoro insicuro, incomprensibile a tratti, inutile sicuramente e di poco valore certamente.

Non ho mai osato contraddirti, anche se ovviamente tu dici l’esatto contrario, avevo troppa paura di aprire una voragine di distanza tra me e te, l’unica persona di riferimento, l’unica persona di famiglia rimasta. Quando sono stato male e le tristezze non dette mi hanno fisicamente tagliato i lati delle labbra e gonfiato lo stomaco, sono scappato. Si’, e’ da vigliacchi scappare. Ma forse e’ comunque meglio che restare a lasciarsi tagliare le labbra e gonfiarsi lo stomaco. Volevo sparire. Morire per finta come fa’ Mattia Pascal. Ma ovviamente, sono tornato da te. Piu’ umiliato di prima.

Mi sembra che godi dei miei fallimenti perche’ confermano che avevi ragione tu e che dovevo seguire le tue orme. Mi hai sempre fatto capire che non si puo’ fallire, che e’ una vergogna, che e’ un’indecenza. Mi hai sempre fatto intendere che bisogna fare solo cio’ per cui non si rischia di fallire. E cosi’ mi hai paralizzato per sempre.

La tua vicinanza mi ha sempre contagiato la malattia della non fiducia nel mondo. Mi dicevi sin da bambino che non potevo fidarmi che di te e di te solo. Tutti gli altri tradiscono, mi dicevi sempre. E se mi fidavo di qualcuno, ti sentivi tradito tu.

Ora, posso solo scriverti tutto cio’ e non posso dirtelo, perche’ ti farebbe troppo male, e pensare alle lacrime che scorrono tra le tue rughe mi strazia l’anima. Forse e’ questo, e’ che hai sempre avuto rughe dove non volevo scorressero lacrime. Per salvare le rughe del tuo viso dalle tue lacrime ho condannato le mie lacrime a scavare solchi profondi come rughe centenarie nel mio cuore.

Vorrei tanto potermi liberare dalla tua voce grave e dal tuo sguardo severo. Se solo riuscissi a liberarmene, potrei camminare fiero, cadere e rialzarmi, senza sentirmi fallito e sciocco, potrei trovare chi sono davvero, consentendomi di sbagliare e di fallire.

Una volta, un mio amico mi ha detto che suo padre guardava ogni cosa che faceva con curiosita’ e meraviglia… mi sono sentito inondato da una sensazione al tempo stesso avvolgente e stritolante… era esattamente lo sguardo che avrei voluto su di me da te e non avevo mai avuto. Uno sguardo di curiosita’ e meraviglia. Quello che mi avevi sempre gettato addosso, invece, era stato uno sguardo di apprensione e aspettativa, uno sguardo che mi riempiva di paura di deludere e ansia di sbagliare.

Sono tornato qui, ai gradoni di cemento vicino al mare, per affidare al mare tutti questi pensieri, perche’ anche adesso che sono adulto, sono un carico troppo pesante da sopportare.

Ilaria Olimpico
Foto: Ilaria Olimpico

 

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