Lo sguardo sull’Altro: rappresentazioni e dinamiche di potere

(Stralci dall’intervento in occasione della presentazione del libro ‘Counseling e psicoterapia: un approccio culturalmente sensibile’ di Marwan Dwairy, curato da Alfredo Ancora, edito da Franco Angeli – evento organizzato da ‘Programma integra’ e ‘Interculturando Roma’ in convenzione con il Dipartimento Servizi sociali, Sussidiarietà e Salute di Roma Capitale, 17 aprile 2015)

Se siete accanto a un altro … potete figurarvi come un mendicante davanti a una porta in cui non potrà mai entrare: chi vi entra non sarete mai voi, col vostro mondo dentro, come lo vedete e lo toccate, ma uno ignoto a voi, come quell’altro nel suo mondo impenetrabile vi vede e vi tocca … (Enrico IV, Pirandello)

Pirandello rende in poche righe tutta la complessita’ della relazione tra me e l’Altro da me, evidenziando il ruolo delle rappresentazioni nella comunicazione e nella conoscenza reciproca. Cio’ che arriva di me all’Altro non sono io ma e’ la rappresentazione di me cosi’ come l’ha scelta l’altro, parafrasando Pirandello, l’immagine di me che percepisce l’altro non e’ l’immagine che ho io di me stesso, e analogamente l’immagine che ho io dell’Altro non e’ l’Altro ma la mia rappresentazione dell’Altro.

La questione della rappresentazione dell’Altro assume maggiore complessita’ quando l’alterita’ non abita solamente la dimensione io-tu ma anche la dimensione noi-loro, ossia fa’ riferimento a identita’ di gruppo.

Quando la rappresentazione dell’Altro diventa una narrazione sull’Altro, un sapere sull’Altro, un “discorso” direbbe Foucault, nella complessita’ rientrano le dinamiche di potere, perche’ come direbbe Foucault il “discorso” esercita un potere.

Chiederci sempre chi narra? Chi e’ narrato? Ci permette di prendere consapevolezza delle strutture di potere, per lo piu’ implicite, sottaciute e per questo autoperpetuantesi, tra due individui, due gruppi.

L’Altro assume tutte le stranezze, e’ piu’ o meno qualcosa, ma non si esplicita mai quale e’ la normalita’, il canone, la norma a cui si fa riferimento, il termine di paragone assoluto. Tacere o non rendersi conto che il metro di giudizio, di paragone preso e’ quello di colui che narra, produce delle distorsioni nella comprensione e nella relazione nonche’ produce e riproduce rapporti di potere.

La conoscenza dell’Altro non e’ mai neutra, mai oggettiva. Il sapere e’ strettamente connesso al potere. La sola esistenza di una “disciplina” come l’Orientalismo priva di un equivalente nelle culture orientali, è l’indizio di una dissimetria tra Est e Ovest scrive Edward Said.

Colui che narra, narra, quasi sempre, piu’ o meno inconsapevolmente, da una prospettiva culturocentrica, per cui la sua cultura e’ considerata la norma, l’universale.

Questa riflessione sullo sguardo sull’Altro puo’ essere applicata alla relazione interpersonale io-tu, alle relazioni tra persone di diversi gruppi culturali, alle relazioni tra i generi.

A proposito del concetto di Alterita’ riguardo al genere, scrive Simone de Beauvoir:

Il soggetto si pone solo opponendosi: vuole affermarsi come essenziale e costituisce l’Altro come inessenziale, come oggetto…. la donna si determina e si differenzia in relazione all’uomo, non l’uomo in relazione a lei: lei e’ l’Altro.

Nel caso dell’Altro in relazione all’appartenenza etnica, geografica o culturale, potremmo dire con certe forzature, che l’arabo, l’africano, il popolo x, vengono raccontati e presentati in relazione all’uomo bianco europeo cattolico, perche’ loro sono l’Altro.

Scrive Edward Said, nel suo celebre libro “Orientalismo”:

… esiste il presupposto che l’intero Oriente possa essere dominato da un unico punto di osservazione.

… All’Oriente viene negata la contemporaneità, la potenzialità di cambiamento, la storicità, la dinamicità, la complessità, la varietà.

… I caratteri dell’arabo diventano metastorici e metaindividuali.

Lo sguardo sull’Altro, non e’ mai neutro, mai oggettivo, mai scientifico. Non esiste un Altro “oggetto” di studio o di ricerca, esiste una relazione, in cui lo sguardo che va “da me all’Altro”, piu’ che dirmi qualcosa sull’Altro, mi dice qualcosa su come guardo, mi dice qualcosa su di me.

Nell’approccio di Margalite Cohen Emerique, l’analisi dello shock culturale non mi serve per capire l’altro ma piuttosto mi serve per individuare le mie zone sensibili.

Un altro esempio lampante della complessita’ dello sguardo sull’Altro riguarda il caso delle cosiddette Veneri steatopigie, le statuette del Paleolitico ritrovate in un’ampia area geografica, dalla Francia alla Turchia, dai Balcani alla Siberia. Queste statuette sono state interpretate come appunto Veneri, come espressioni dell’erotismo maschile o come riti di fertilita’ primitivi osceni. La maggioranza degli studiosi continua a proiettare sulle statuette preistoriche la propria visione del mondo ritenendola “universale”, o meglio non ponendosi alcuna questione sulla propria visione del mondo, dando per scontato che la loro visione sia “oggettiva”. Lo sguardo sull’Altro , in questo caso l’Altro del passato, e in particolare lo sguardo “maschile” sull’Altro, rivela una prospettiva “androcentrica” di chi guarda l’Altro.

Per passare da una prospettiva culturocentrica a una prospettiva transculturale, nel senso che viene dato anche nel libro di Dwayri, di attraversamento delle culture, il primo passaggio e’ un decentramento, una relativizzazione delle proprie categorie concettuali. Mi piace molto l’espressione usata nella prefazione “dissoluzione del centro”.

Una volta presa consapevolezza dell’elemento culturale e quindi di relativita’ delle nostre matrici percettive-valutative-epistemologiche, si apre la questione del limite tra il riconoscimento della relativita’ della propria cultura e la presa di posizione relativista.

La sfida del nostro tempo e’ non cadere ne’ nella tentazione di un universalismo che di universale ha solo le pretese perche’ figlio di una determinata cultura, ne’ nella tentazione di un relativismo che porta a un nichilismo morale (coem ha scritto l’antropologo Claudio Marta) e a una feticizzazione delle culture.

Quando ho letto le indicazioni di Dwayri che esortano il terapeuta a non entrare in conflitto con la cultura del cliente perche’ la terapia non e’ il luogo per cambiare la cultura, ho sentito delle resistenze (sono state toccate delle mie zone sensibili nel linguaggio di Cohen Emerique) per quanto riguarda la descrizione di casi in cui la famiglia ha un ruolo determinante/soffocante, ma forse perche’ nel mio lavoro agisco su un piano socio-politico e non terapeutico.

Mi e’ venuto alla mente un aneddoto di Julian Boal, figlio di Augusto Boal, fondatore del metodo del Teatro dell’Oppresso: Julian racconta che una donna disse a Boal padre di essere picchiata dal marito non piu’ di quanto meritasse. In questo caso disse Julian il Teatro dell’Oppresso non puo’ fare molto perche’ si ha a che fare con una vittima non con un soggetto oppresso che cerca di cambiare la propria situazione.

Per quanto riguarda le questioni di genere con approccio transculturale, vale la pena ricordare le riflessioni di Leyla Ahmed: e’ esistita ed esiste una connivenza tra certe posizioni femministe e il colonialismo, “l’adozione di un’altra cultura come rimedio alla misoginia della propria , è non solo assurdo ma impossibile”.

Come direbbe Freire: nessuno libera nessuno, ci si libera insieme in solidarieta’.

Tra l’altro, purtroppo, l’oppressione delle donne e’ trasversale a molte culture. Come acutamente osserva la sociologa marocchina Fatima Mernissi, se nel mondo arabo-musulmano c’e’ un harem di tipo spaziale, nel mondo occidentale c’e’ l’harem della taglia 42, io aggiungerei c’e’ un harem di tipo temporale, alle donne non e’ permesso invecchiare.

Come facilitatrice di teatro sociale, ho trovato nella “terapia della metafora” (scavare il tunnel metaforico, riportare la tovaglia sulla tomba dei genitori, etc), che propone Dwairy delle analogie con degli atti che definirei “psicomagici” e che sono agiti spesso nel teatro sociale, spazio protetto, liberato, luogo metaforico e al tempo stesso trasformativo.

 Ilaria Olimpico

 

 

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