La maestra e Marianna

Ci sono storie dai colori pastello, dove il blu, il giallo e il rosso rivestono paesaggi fantastici e personaggi briosi e bizzarri; ci sono storie bianche che si svolgono nella neve e nel mare freddo del Nord, che raccontano di abbandoni e solitudini; ci sono storie dai colori caldi che curano le ferite e fanno tornare gli sguardi da bambini; ci sono storie poi in bianco e nero, dai contorni non ben definiti, che raccontano mondi antichi e lontani, poetici e talvolta malinconici. Questa storia me l’hanno raccontata in bianco e nero, per immagini come fosse un vecchio film muto, dove i dialoghi sono nei volti e le parole decifrate sono poche e bianche, scritte in un corsivo antico su cartelli in nero.


C’era innanzitutto una bicicletta, una bicicletta che io ho sempre immaginato come una di quelle che da noi si chiamavano “Graziella”. E sulla bicicletta c’era una donna, né giovane né vecchia, dal viso sereno e dal sorriso sincero, a volte innocente e a volte da bambina birichina. E la donna in bicicletta percorreva sentieri pietrosi e bianchi. E ai lati dei sentieri pietrosi e bianchi, sorgevano casette semplici e basse, alberelli da frutta e arbusti aromatici.


C’erano le volte in cui la donna in bicicletta pedalava spensierata per andare a fare la spesa, per andare a messa o per andare a fare una chiacchierata nelle case amiche, e poi c’erano le volte che la donna in bicicletta pedalava veloce, piegata in avanti per acquisire velocità, col fiatone e il batticuore. Queste erano le volte, che di giorno o anche di notte, andava a riscaldare l’acqua, preparare le stoffe bianche di tela pesante e prendere la vita dalle pance delle donne.
La donna in bicicletta la chiamavano “maestra” perché aveva insegnato anche ad altre donne l’arte della levatrice. Allora, a volte, si vedeva un uomo in camicia non stirata e fuori dai pantaloni, con la barba non fatta e lo sguardo un po’ perso che diceva a chi domandava: “abbiamo già chiamato la maestra, sta venendo”. Altre volte, si vedevano gruppetti di donne con il fazzoletto sulla testa e il grembiule sporco di farina, attorno al forno, che dicevano: “sta arrivando la maestra, ma è presto ancora”.

E altre volte ancora, si vedeva qualche bambino nel cortile di una casetta semplice e bassa che sedeva sul muretto con le gambe a penzoloni e a chi domandava diceva: “stanno tutti dentro, speriamo che la maestra arriva presto”.


Una notte, Marianna fece chiamare la maestra. Sentiva un serpente che partiva dal punto più basso della schiena e arrivava alla sua ioni, passando per i fianchi. La maestra arrivò e disse che era presto. La notte dopo, Marianna sentì di nuovo il serpente che la avvolgeva, quando restava nel letto, si metteva sul fianco, aspettava di sentire il dolore e cercava di allertare tutti i sensi, per capire bene come si svolgeva questo mistero e per poter spiegare alla maestra cosa sentiva e a che punto stava la faccenda. Era quasi mattina ormai e Marianna faceva su e giù dal letto, ascoltava il mistero, si posizionava come aveva detto la maestra per aspettare e accogliere la forza della vita, si accovacciava, piegandosi sulle ginocchia con le gambe larghe, facendo spazio per il pancione alla sua massima espansione, inspirava profondamente e, quando il dolore si faceva più intenso, lo accompagnava, espirando lungamente con la bocca appena aperta come se fischiasse. “Non si può più aspettare, bisogna chiamare la maestra” disse il marito con la voce seria seria. Marianna acconsentì. La maestra venne e preparò un grande telo spesso sul pavimento, cambiò le lenzuola, diede le indicazioni al futuro padre e diede del miele alla futura madre. La maestra aveva detto a Marianna: “sentirai la forza della vita che ti avvolge i fianchi, ti stringe, ti addensa, ti compatta, e intanto, anche se non lo sentirai allargherà, dilaterà, spianerà”. Il respiro di Marianna che accompagnava e accoglieva il dolore diventava un fischio sonoro, poi una “a” prolungata, poi una “a” quasi urlata. La maestra aiutò allora Marianna a sopportare il dolore: applicò stoffe bagnate di acqua calda sulla parte bassa della schiena, le fece fare un bagno versando acqua calda sulla parte dolente, la fece appoggiare sulle sue spalle e le disse di dondolare sulle ginocchia piegate. Infine la forza della vita cambiò toni e modi, irruppe facendo rompere il sacco amniotico e acqua chiara uscì a fiotti, bagnò camicie, lenzuola e pavimento. Marianna si accovacciò sul telo spesso, guardava le labbra della maestra che sussurravano sorridendo lievemente: “è quasi fatta, forza”. Arrivò il momento di spingere, la forza della vita cambiò ancora toni e modi. Lasciava prendere fiato, energie e suggerimenti e poi tornava più forte che mai e in maniera nuova. Come si spinge veramente si chiedeva Marianna. La maestra aveva una voce calma e dolce, nei momenti di tregua, suggeriva a Marianna di guardarsi la pancia, di immaginare la bambina, le diceva che ormai poteva vedere i capelli scuri. Marianna allora urlò, urlò più per trovare la forza necessaria a spingere che per il dolore, e la testa di Nina fu spinta fuori e tutto il corpicino seguì sguisciando come un pesciolino. In un attimo Nina passò dalle mani sapienti della maestra al seno gonfio di Marianna e Marianna fu completamente risucchiata dagli occhioni scuri di Nina spalancati sul mondo.


La maestra era ancora una volta, per la millesima volta, commossa, con le pelle d’oca e gli occhi lucidi, ma oramai Nina prendeva tutta l’attenzione. La maestra aspettò il secondamento, sistemò le ultime cose, aiutò Marianna a cambiarsi, a lavarsi e a rilassarsi con la piccola Nina al seno, sul letto odoroso di lavanda mediterranea.


La maestra salì sulla sua bicicletta, sentì le gambe tremolanti, come sempre, come se fosse sempre la prima volta, sentì tutta la stanchezza e disse in mente una preghiera per la piccola Nina, come usava fare sempre per tutte le bambine e tutti i bambini: “Che Dio sia davanti a te per guidarti, dietro di te per proteggerti e al tuo fianco per benedirti”.

Ilaria Olimpico

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