La Madre sulla soglia. Storia da Khalil – Hebron

English version below

La Madre sulla soglia è una figura di donna avvolta in una jallabya con fantasie in bianco e nero che parte dal capo e arriva fino ai piedi.

Quando arrivo alle sue spalle, dalla discesa tra le pietre bianche e gli ulivi, la Madre è sulla soglia delle sua piccola casa con le mani tra le mani. Le passo vicino, mentre porto con me tutto il dolore della visita in questa città antica alla quale viene strappato il cuore. Porto nel mio corpo tutto il dolore della visita nella città che dovrebbe essere dell’amico di Dio, Ibrahim-Abramo-Avraham, e che è diventata il microcosmo dell’esercizio del potere dell’uomo sull’uomo nelle sue forme più crudeli e paradossali. Sento lo stomaco chiuso, il cuore stretto e pesante.

As-salam alaykum” saluto la Madre sulla soglia con voce dolce che vorrebbe essere una carezza e un abbraccio. “Alaykum as-salam” la voce della Madre sulla soglia è triste. Il suo volto è intenso e bellissimo. “Kifik?” le chiedo come stai e, mentre lo dico, sento che è una domanda retorica, quasi fastidiosa, in quel luogo, in quel momento. La Madre sulla soglia si stringe nelle spalle, nei suoi occhi intensi c’è un’urgenza particolare. “Mio figlio era stato preso dai soldati, ma è tornato. Ma mio nipote non è tornato, lo hanno preso i soldati”. “Al’an?” “Sì, adesso”.

Lo sguardo della Madre sulla soglia reclama dall’orizzonte il ritorno del nipote. Questa figura statuaria, completamente coperta dal velo e dalla jallabya in bianco e nero, ha un’incredibile potenza plastica, emana un’energia e una forza inspiegabili.

Puoi chiedere ai soldati dov’è?”. “Non lo so, ma posso chiedere ai miei amici cosa si può fare. Come si chiama?”. “Ibrahim Nahadu”. “Ibrahim Nahadu” ripeto, per essere sicura di aver capito bene. Ibrahim nell’Islam è detto khalil Allah, l’amico di Dio. Il piccolo amico di Dio preso dai soldati nella città dell’amico di Dio dove il divino e il senso di amicizia e alleanza sono sbriciolati, maciullati, calpestati, macinati.

Thank you” la voce della Madre sulla soglia vacilla, il pianto le si è conficcato nella gola, i suoi lineamenti precisi e dolci a un tempo tremano scossi da un conato di disperazione. Non è la donna palestinese dei video che ho visto, che alza le mani tragiche sopra la sua testa, che urla in un pianto di rabbia e dolore. La Madre sulla soglia rimane nella sua figura compatta e intensa, nella sua jallabya in bianco e nero, con le mani nelle mani, in una dignità sovrumana in un momento disumano. Solo quando le prendo le mani tra le mie e l’abbraccio forte, la Madre, mia madre, mia sorella, si abbandona per pochi istanti a un pianto sommesso e si stringe a me, sua sorella, sua figlia, sua madre.

Allah ma’aki, Dio sia con te”, è l’unica cosa che riesco a dirle quando le stringo le mani per l’ultima volta prima di lasciarla lì, sulla soglia della sua casa, da dove non si è mossa di un millimetro.

Mi volto, i miei piedi continuano a scendere per la strada di pietre bianche tra gli ulivi e il cimitero, e il mio corpo è scosso da singhiozzi che non riesco a fermare.

Arrivo sopra Shuhada street, la strada di un mercato fantasma dove le serrande sono chiuse e i coloni israeliani hanno scritto “gli arabi alle camere a gas”, dove si consuma la follia della separazione di uomini e donne da altri uomini e altre donne, come se fossero razze di bestiami diversi, da dividere con recinti e sbarre, da controllare da torrette curate architettonicamente, da impaurire e umiliare sfoggiando equipaggiamenti militari da videogame ultima versione.

E mentre saliamo sul minibus con Breaking the Silcnce e il guardiano dei coloni ci chiede i passaporti, ho negli occhi, nel cuore, nella mente, lo sguardo intenso della Madre sulla soglia che attende che l’orizzonte le restituisca la vista del ritorno del suo Ibrahim.

English version

The Mother on the treshold is a silhouette of a woman in a jallabya in black and white from her head to her feet.

When I arrive to her back, coming down between white stones and olives trees, the Mother is on the treshold of her little house, she holds her hands together on the chest. I pass nearby her, meanwhile I bring with me all the pain of this visit in this ancient city with a tear in its heart. I bring in my body all the pain of this visit in the city that would be the one of the friend of God, Ibrahim-Abramo-Avraham, and it became the microcosmus of the power of the man on other man in its most cruel and paradoxal ways. I feel my stomach is closed, my heart is turn and heavy.

As-salam alaykum” I say hello to the Mother on the treshold with a sweet voice that I meant to be like a caress and a hug for her. “Alaykum as-salam” the voice of the Mother is sad. Her face is intense and really beautiful. “Kifik?” I ask how are you and meanwhile I’m asking I feel how much it’s a rethoric question and almost bothering in this situation, in that moment. The Mother on the treshold shrugged her shoulders, in her eyes there is a peculiar urgency. “My son was taken by soldiers, but he came back. But my nephew didn’t come back, the soldiers took him”. “Al’an?”, “Yes, now”.

The look of the Mother on the treshold claims to the horizon the return of her nephew.

This figure like a statue, completely covered by the veil and by the jallabya in black and white, it has an unbelievable aesthetic power, it sends out an unexplainable energy and strenght.

Can you ask to the soldiers where he is?”. “I don’t know, but I will ask to my friends what we can do. What is his name?”. “Ibrahim Nahadu”. “Ibrahim Nahadu” I repeat to be sure that I understood. Ibrahim in Islam is khalil Allah, the friend of God. The little friend of God is taken by the soldiers in the city of the friend of God, where divine and friendship and alliance are crumbled, crushed, trumpled.

Thank you” the voice of the Mother on the treshold trembles, the cry is stuck in her throat, her features, precise and sweet in the same time, tremble in a sob of despair. She is not the Palestinian woman that I saw in the videos, that has her tragic hands up to her head, that screams in a cry of anger and pain. The Mother on the treshold stays in her intense and precise figure, in her jallabya in black and white, with her hand in her hand, in a superhuman dignity in an inhuman moment. Only when I take her hands in my hand and I hug her, the Mother, my mother, my sister, she abandons herself for few istants in a low cry and strongly hugs me, her sister, her daughter, her mother.

Allah ma’aki, God with you” is the only thing that I can say when I embrace her hands for the last time, before I leave her there, on the treshold of her house, from where she didn’t take any step.

I turn, my feet keep on walking down on the street of white stones between the olives trees and the cemetery, and my body is shaken by sobs that I can’t stop.

I arrive up Shuhad street, the street of a phantom market, where the dampers are closed and the Israeli settlers wrote “Arabs to the gas”, where it is on going the madness of the separation of men and women from other men and women, as they were races of different cattles to be separate by fences and bars, to be taken under control by towers with nice architechture, to make terrorised by showing military equipment of the last version of a war videogame.

And meanwhile we go on the minibus of Breaking the Silence and the guard of the settlers ask for our passports, I have in my mind, in my heart, in my eyes, the intense look of the Mother on the treshold that is waiting that the horizon give her back the return of her Ibrahim.

Ilaria Olimpico

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