Danza della malinconia

Inizia con un rintocco. Più rintocchi. Poi prende la forma di un abbraccio, una carezza lungo tutto il corpo. Lungo tutta l’anima. Una carezza lenta e forte. E’ un tango tra la mia anima e la tua offerta di ascolto. Ascolto del nulla. Non c’è parola che esca dalla mia bocca che non venga subito risucchiata. Non ci sono suoni per esprimere queste fantasticherie fumose, queste malinconie lontane, che mi portano in un altrove indefinito. Le note mi sollevano, mi fanno scivolare, mi accompagnano nella caduta, e poi eccole, che mi risollevano, mi prendono come per la ciocca di capelli della mia anima e mi riportano su a ballare ancora. E’ un tango straziante, caldo e lacrimoso a un tempo. E’ un lamento che viene da così lontano che ha dimenticato la sua causa. Ma insiste nel voler essere ascoltato. Seppure non abbia più niente da spiegare. Perché non c’è nulla da spiegare.


La malinconia mi ha trovata e si è seduta accanto a me. Ha posato la testa sulla mia spalla. Poi si è lasciata scivolare lungo tutto il mio corpo, ha aderito al mio fianco, alle mie gambe e mi si è accucciata ai piedi. La malinconia che mi è venuta a trovare ha i capelli lunghi sciolti, ondulati, un po’ bagnati di pioggia incessante. Gli occhi di questa malinconia che mi è venuta a trovare sono grandi e lucidi. Sono i miei occhi. La malinconia mi è venuta a trovare e aveva i miei occhi. E quando alla fine si è sciolta ai miei piedi, mi ha guardato con i miei, con i suoi occhi, e dentro ci ho visto tutte le cose che non ho fatto, dentro ci ho visto tutte le cose che avrei potuto fare, dentro ci ho visto tutti i campi di grano mai mietuti, tutte le distese di sabbia di coste mai esplorate, dove non ci sono orme di piedi umani, ma solo schiuma del mare. La malinconia è venuta a trovarmi e mi ha trascinato in una musica lontana e ripetitiva. Le note diventano così dolci, come un canto di sirene da cui è impossibile fuggire. La mia malinconia, la mia prigione senza sbarre. La mia testa è pesante, persa in pensieri di un’insostenibile leggerezza. Il fumo dei pensieri può essere così dilagante e infinito, così inarrestabile e mellifluo, così dolciastro come il fumo di narghilé e così nauseabondo infine come il fumo di un sigaro toscano.


In queste note rischio di affogare. La mia gola è stretta in un lago di note dolci e ripetitive, tristi e lontane. Affogo nelle mie fantasticherie fumose e incerte, rapita da note dense che mi tirano giù, giù, sprofondo pesantissima con tutto il mio corpo in caverne scure e isolate. Non c’è figura umana se non la mia malinconia che mi è venuta a trovare, che si aggrappa a me, scivola lungo il mio corpo, si appiccica alla mia pelle, si accuccia ai miei piedi e mi guarda con i miei occhi, grandi più del solito e umidi, di un pianto antico bloccato e mai nato.


Un ultimo giro di note, ancora una volta. Poi smetto, lo giuro. Un ultimo giro di note io e la mia malinconia. Ci stringiamo come gli amanti prima della morte arrivata troppo presto. Io e la mia malinconia danziamo una danza lenta e inesorabile. E ancora la mia malinconia si accascia su di me, scivola lungo tutto il mio corpo, aderisce alla mia pelle, sta per accucciarsi ai miei piedi, e io la riprendo su con un giro di note più incisivo, eccoci di nuovo in un abbraccio, i miei piedi intrecciano i piedi della mia malinconia, le nostre gambe si sfiorano e balliamo, perse in questo fumo di pensieri mai formulati, in queste fantasticherie mai diventate parola. Giriamo in una stanza, in una caverna, in riva a un mare di inverno, su una strada di basolato grigio dopo la pioggia. Devo trovare il modo di salutare la malinconia che mi è venuta a trovare, lo so, in qualche modo devo salutarla. La musica finirà e la mia malinconia che mi è venuta a trovare svanirà con le ultime note.

Ilaria Olimpico

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