Cielo di fango

Cielo di fango

“Stanotte è la notte. Succederà qualcosa. Il cielo è folto di grumi di nuvole di fango bluastro, o forse è un lago contaminato capovolto, in cui ribollono i veleni.
Io attendo, chiuso nella mia prigione. Sono alla finestra dalla luce bianca accecante e fredda da manicomio. Sono nella mia prigione e aspetto che questo cielo di fango e di veleno si prepari per rigurgitare il mondo”.


Il folle era vicino alla sua finestra da dove proveniva una luce accecante, bianca e fredda da manicomio, chiuso in una delle gabbie del palazzo ingrigito e piatto senza sbocchi, senza balconi, senza terrazze, senza possibilità di accedere al cortile.


Nel palazzo c’erano gabbie per folli e gabbie per normali. I folli erano sempre alla finestra, guardavano il cortile e interpretavano il cielo, talvolta tentavano di buttarsi giù dalla finestra. I normali erano sempre indaffarati, lavoravano passando da un corridoio all’altro, da una gabbia all’altra, senza sosta.


Ognuno aveva il proprio percorso e la propria gabbia, con l’etichetta con il suo nome, cognome e professione. I normali rischiavano di diventare folli se perdevano l’etichetta con il nome, il cognome e la professione. Allora si davano sempre da fare per poter mantenere l’etichetta con il nome, il cognome e la professione.


Quella notte tutti i normali erano nei loro letti, nelle loro gabbie pulite e ordinate, ben arredate, con piante finte e televisione accesa, ma il folle no. Il folle era alla sua finestra dalla luce accecante, bianca e fredda da manicomio, e interpretava il cielo folto di grumi di nuvole di fango bluastro e pensava che quella sarebbe stata la notte in cui il cielo avrebbe rigurgitato il mondo. E così fu.


Quella notte il cielo si preparò, ribollendo e ribollendo, le nuvole si coagularono in bolle dense di fango bluastro, procedendo come sospinte da una rabbia millenaria, si gonfiarono e si gonfiarono, si trasformarono in onde scure di oceano e travolsero il grigio edificio, i folli e i normali, le gabbie ben arredate e profumate e le gabbie ammuffite e con odore di stantio.


E così il mondo poté ricominciare.

Ilaria Olimpico

Foto: Uri Noy Meir

 

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