Lalla e la Signora delle Piccole Cose

C’era una volta una bambina dai capelli ricci, con gli occhi umidi e grandi, che si perse nel bosco. Era piccola, così piccola che neanche camminava, era rotolata giù dalla culla di foglie di banano ed era finita chissà dove. La storia non racconta cosa successe quando la piccola Lalla si perse, ma riprende il racconto qualche anno dopo…

Lalla aveva imparato a camminare ed aveva una mamma, la Signora delle Piccole Cose. La Signora delle Piccole Cose era alta e magra, con i capelli lunghi lisci sempre tirati all’insù sulla nuca e raccolti in uno chignon perfetto. I suoi vestiti erano sempre lindi e profumati. I suoi passi nella casa erano veloci ma felpati, come se camminasse senza poggiare i piedi sul pavimento.

La Signora delle Piccole Cose aveva nella grande casa del villaggio tanti piccoli oggetti per i quali aveva una grande cura. Nella sala di accoglienza, la Signora disponeva sui mobili i gingilli d’oro e d’argento, le statuine di porcellana e di terracotta; ogni cosa al suo posto, ogni cosa spolverata e lucidata; il cavallo d’argento, regalo del matrimonio, era sempre in bella mostra al centro sul tavolo, adagiato sul centrino ricamato; sul mobile di ingresso, erano disposti a gruppetti di tre o quattro: il posacenere d’argento con l’accendino d’argento e la lumaca d’argento, il cacciatore in porcellana colorata con due pecorelle in porcellana bianchissima, la cornice dorata con la foto della Prima Comunione della Signora con due piccole bomboniere in oro, un campanellino e un orsetto; nella credenza, era disposto con estrema cura, il servizio da té bianco e oro sul ripiano superiore, il servizio di piatti di porcellana buona sul ripiano inferiore; nella sala, in mezzo al sofà rosa antico e la poltrona ricoperta di stoffa pregiata su cui nessuno poteva sedersi, stava un tavolino basso di vetro, sempiternamente lucidato, sul quale la Signora disponeva, sempre, nello stesso ordine perfetto: il piccolo cavaliere, la dama bianca, il soldato, la rosa barocca, il cagnolino e il gattino che fungevano da portacandele, con candele mai accese, con stoppino bianco intatto.

Ma in realtà, la Signora delle Piccole Cose regnava in maniera indiscussa nella grande cucina; nei mobili di sopra e di sotto, erano sistemati, con grande ordine, piatti piani e fondi, tazzine colorate spaiate e servizi di tazzine da caffé raffinate, pentole e pentoline in rame e acciaio, vassoi grandi e piccoli, bicchieri da vino, da acqua, da bibite fredde, caffettiere di tutte le dimensioni, lattiere, zuccheriere, spargisale, spargipepe, arnesi per la frittata, per le torte, per il miele e per la marmellata, coltelli per il pane, per gli affettati, per la carne, per il pesce… “No Lalla! No! Lo sai che la forchetta per il dolce non va tra le forchette per i secondi…”, “Sì, mamma”.

La Signora delle Piccole Cose era felice di crescere Lalla nella casa ordinata e perfetta ed era felice di prendersi cura di lei. Ogni giorno la Signora delle Piccole Cose preparava per Lalla la colazione con latte, biscotti e marmellata, i vestiti stirati da indossare, lo zaino con i libri per la scuola, la merenda per il pomeriggio, la camera pulita e il tavolo in ordine dove poter fare i compiti, la cena con alimenti sani e nutrienti per la sera.

La Signora delle Piccole Cose insegnava catechismo ai bambini del quartiere nella chiesa proprio dietro casa; per questo, nella sua stanza, si trovavano statuine e immagini di santi e sante di tutte le sorte, Santa Rita con un pungolo rosso sulla fronte, Santa Chiara con l’ostensorio tra le mani, San Sebastiano con il corpo legato a un palo e martoriato di frecce, e naturalmente, c’erano poi immagini di Madonne in tutte le versioni, dalla Madonna dal viso di bambina di Raffaello alla Madonna Addolorata vestita di nero e oro con il cuore trafitto.

Lalla era felice che tutto funzionasse alla perfezione nella casa, era felice del cibo e dei suoi bei vestitini ricamati e sempre puliti e in ordine nell’armadio, era felice che la Signora si prendesse cura di lei, era felice di poter studiare e andare a scuola.

C’era solo una cosa che a Lalla non piaceva. Ogni sera quando Lalla era ormai pronta per andare a dormire, la Signora le ricordava di pulirsi bene le scapole. Quando Lalla era piccola, era la Signora stessa a occuparsi di questa operazione: prendeva la pietra pomice, la limetta, talvolta dell’acido, ma solo quando occorreva, acqua e sale per disinfettare e infine delle stringhe elastiche per fasciare il tutto ben stretto. Lalla quando era piccola piangeva molto, ma la Signora la tranquillizzava e diceva: “Piccola mia, è per il tuo bene che lo faccio. Non ti preoccupare andrà tutto bene. Sarai una donna perfetta, smettila di piangere”. Poi Lalla pian piano si era abituata a questa operazione serale e con il passare del tempo anche il dolore era diminuito. L’abitudine è un anestetizzante molto potente. Da qualche anno Lalla procedeva lei stessa a questa operazione, così, la sera, prima di coricarsi, dopo aver lavato i denti, prendeva la pietra pomice e iniziava a strofinare forte con la mano sinistra dietro la scapola destra e poi con la mano destra dietro la scapola sinistra. Strofinava forte, forte, Lalla sapeva che prima di smettere doveva gocciolare sangue perché l’operazione fosse di successo. E ormai da qualche mese non doveva fasciare in modo stretto le scapole perché ormai bastava la pietra pomice affinché non ci fosse pericolo di ricrescita.

Così Lalla, ogni sera, da quando era piccola, era stata educata a tagliare le sue piccole ali dietro le scapole. Ora, dietro le scapole di Lalla rimanevano come due ecchimosi larghe con al centro una specie di callo duro, le sue ali amputate.

Così Lalla crebbe e divenne una studentessa modello a scuola e una donna dalle maniere educate e gentili nella società. Così come i piccoli gingilli nella sala e le piccole cose nella cucina, le piccole cose nella vita di Lalla erano ognuna al proprio posto. E la Signora delle Piccole Cose era sempre molto vigile e attenta affinché nulla potesse rompere la tranquillità della casa.

Eppure, qualcosa venne a rompere la tranquillità della casa. Dapprima fu solo un vento caldo e forte, incessante che portava sabbia da chissà quale deserto. I mobili della sala si ricoprivano di polvere, i gingilli non brillavano, il bucato steso si riempiva di sabbia. La Signora delle Piccole Cose decise di sigillare tutte le finestre, chiudere tutte le porte, abbassare le serrande per impedire alla polvere del deserto di contaminare le sue piccole cose. Lalla divenne strana. La Signora delle Piccole Cose se ne accorse e iniziò a guardarla in modo diverso, erano attimi bevi ma chiari come lampi in cui lo sguardo amorevole e dolce si trasformava in sguardo di disapprovazione e disgusto. Lalla iniziò a sentirsi soffocare nella casa chiusa e non vedeva l’ora di andare a scuola per poter prendere aria, per poter sentire i minuscoli granellini di sabbia sulla sua pelle. Poi tornava a casa e la sensazione di soffocamento ricominciava. Si sforzava di tenersi allegra, inventava qualcosa da dire per non insospettire la Signora. Anche lo sguardo di Lalla era cambiato: da bisognoso di riconoscimenti e amore a sguardo sfuggente e talvolta impaurito. In quel tempo di vento dal deserto, Lalla aveva sempre più difficoltà nell’operazione serale alle scapole. Aveva iniziato a non strofinarsi più con l’ardore di prima, smetteva di strofinarsi prima che uscisse sangue dalle ali amputate.

Fu così che impercettibilmente i calli divennero di nuovo carne viva. Il vento smise di soffiare un giorno, improvvisamente, così come era venuto, se ne andò. La Signora delle Piccole Cose aprì di nuovo le serrande, le finestre, le porte e si impegnò nelle grandi pulizie per rimuovere gli ultimi granelli di sabbia che si erano infiltrati clandestinamente nella sua casa, tra le sue piccole cose. Era arrivato il momento per Lalla di decidere dove proseguire gli studi e aveva espresso alla Signora delle Piccole Cose il desiderio di andare a studiare all’Università di Bedampuri. “Lalla come vuoi tu tesoro mio, come vuoi tu, ma mi daresti un grandissimo dispiacere se decidessi di andare. Cosa farei io qui da sola? Io ho solo te e in fondo anche tu hai solo me… chi ti ama di più amore mio?”. Lalla decise infine di andare a studiare nella più vicina Università di Jannasu. La Singora si era commossa e aveva pianto lacrime grosse come fagioli e Lalla non se le era sentita di darle questo dispiacere. In fondo la Signora delle Piccole Cose era davvero colei che si era occupata di lei e le aveva donato tutta la sua vita.

Così Lalla continuò a vivere nella casa con le piccole cose ma una sera, durante l’operazione rituale, si accorse che dietro le sue scapole quelli che erano solo piccoli calli stavano diventando un abbozzo di ali. Dagli occhi grandi e umidi di Lalla iniziarono a scendere lacrime densissime, che non si fermavano. Lalla singhiozzando era scivolata con la schiena lungo la parete del bagno e si era seduta sul pavimento bianco con le ginocchia alte e le mani sul viso affogato nelle lacrime.

C’erano sere in cui Lalla decideva di procedere con l’acido per frenare la ricrescita delle ali. Erano le sere in cui durante il giorno la Singora delle Piccole Cose era stata preziosa per lei, era stata affettuosa e l’unica ad ascoltarla e darle un po’ di calore. C’erano poi le sere in cui Lalla si ritrovava a piangere disperata come se i suoi occhi avessero raccolto tutta l’acqua che manca al deserto, e allora neanche procedeva con la limetta.

Passarono così dei mesi e infine arrivò di nuovo il vento dal deserto. Questa volta il vento fu dirompente. Non ci fu modo per tenerlo a bada. Le finestre furono divelte, le serrande furono scosse, le porte furono spalancate. Anche Lalla fu dirompente. Iniziò ad avere scatti improvvisi di collera, a non mangiare o mangiare troppo, iniziò ad avere dei problemi di asma, le mancava l’aria anche nei luoghi aperti. La Signora delle Piccole Cose fu presa alla sprovvista, si dimostrò schizofrenica: era premurosa e piena di cure, oppure nervosa e pungente nei giudizi solenni, la portava da tutti i medici dei villaggi vicini dimostrando grande sollecitudine e poi sbottava rimproverandola di darle pensiero inutilmente inventandosi malattie assurde, le comprava vestiti nuovi quando ingrassava e poi la rimproverava di mangiare troppo, la coccolava come una bambina e poi lanciava giudizi taglienti sulla sua incapacità di prendersi cura di se stessa. Lalla impazzì. Iniziò a rifugiarsi in mondi propri, a sognare di morire, a immaginare di uccidersi, a provare ad essere un robot insensibile a tutto e a tutti, poi il vento cessò. Tutto sembrò tornare alla tranquillità di prima: le serrande furono rinforzate, le finestre furono riparate, le piccole cose furono ancora una volta messe a posto e Lalla sembrò essere tornata normale.

Ma il vento questa volta aveva lasciato qualcuno. Lalla non aveva veri amici, né aveva amiche degne di questo nome. Nel villaggio ognuno era chiuso nella propria casa con le proprie piccole cose e scambiava solo frasi di circostanza con gli altri. Ma il vento questa volta aveva lasciato qualcuno. Raél era un ragazzo proveniente dal bosco e aveva iniziato a vivere ai margini del villaggio. Lalla e Raél si incontrarono la prima volta sotto un albero di fico e continuarono a incontrarsi ai margini del bosco per condividere la lettura di un libro di poesie.

Lalla provò forse per la prima volta nella sua vita, la curiosità per l’imprevisto. Che grande dono l’imprevisto. Un tardo pomeriggio di fine estate, Lalla si addentrò un po’ oltre verso il bosco, quando il suo piede fece il passo oltre la frontiera tracciata tra il villaggio e il bosco, sentì come una spinta dalle sue piccole ali e un vuoto allo stomaco come quando da piccola andava sulla giostra della nave. Lalla capì che non sarebbe mai più tornata indietro. Appena dentro il bosco, Lalla sentì il suo corpo trasformarsi, i piedi, liberi dalle scarpe strette, recuperavano sensibilità, le gambe erano più leggere e agili, i fianchi non erano quelli grossi di un’adolescente grassa, ma erano quelli tondeggianti di una giovane donna bella, i denti bianchi finalmente apparivano in un sorriso vero tra le labbra succose come frutti maturi, e le ali, le ali finalmente non erano una malformazione ma erano leggere, proporzionate al corpo, perfette.

Ilaria Olimpico

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