Saluto

Pascolano le barche nella darsena,

Ondeggiano le canne nel vento,

Si depositano le isole nel lago.

Si alza il mio braccio in saluto,

Raccoglie e ricorda la mia mano

benedice e lascia andare.

Ilaria Olimpico

Stories that reconnect & conflict transformation

DAAD project “International Social Work Acting in Crises”, Attitude matters – module “Violence prevention & conflict transformation” – University of Applied Sciences Würzburg-Schweinfurt, Faculty of Applied Social Sciences and Lebanese American University of Beirut Lebanon

In this seminar we explored the social arts process “Stories that reconnect” in the context of conflict transformation.  The seminar is based on experiential and maieutic learning approaches.

we started from the concept of CONFLICT as it is seen in the TRASCEND method

The “educator” is re-cognizing the object of the teaching meanwhile she is teaching to the educands (P. Freire)

We were grounded in a common and shared experience, and from there, we passed to the meta-level reflections. 

The seminar is composed by 

– a short intro to co-initiate and getting familiar with each other, paying attention to the uniqueness of the group and the intentions of each one

– a core part to co-sense and co-create, through symbolic languages (visual, body, poetic, narrative)

“presencing” moments to let new awareness emerge

co-evolving steps to share and communicate in an empathic and caring way

a meta-level phase to reflect on frames and approaches, methods and techniques, and to explore some possible and simple applications of what we experienced in the context of conflict transformation, peacebuilding and reconciliation.


The seminar has its roots and gets inspiration from a variety of methods and references, among them: Social Presencing Theater by Arawana Hayashi, Theatre of the Oppressed – Aesthetic of the Oppressed by Augusto Boal, Focusing by Eugene Gendlin, Theory U, Work that Reconnects by Joanna Macy, Trascend – conflict transformation by J. Galtung, Pedagogy of the Hope – Pedagogy of the Oppressed by Paulo Freire.

Some feedback from the participants follow:

The facilitation was brilliant. Ilaria created a space where the group felt safe enough to be open and very quickly built up a level of trust with everyone. I really appreciated how many opportunities Ilaria gave to the group to reflect on and share their experiences of each part of the seminar.

I liked the workshop really a lot! The participation/activities in the whole group were very valuable for me personally, not only for Social Work. I very much appreciate the attitude you have shown us and also regarding each unique contribution.

I really found this seminar amazing, and massively helpful. I appreciated the balance of both experiencing the workshops as a participant and also the meta level training.

Facilitation was really helpful and clear. I appreciate how you, Ilaria, got in the game and were always the first to speak about your feelings and your thoughts.

Really well done! There was clear leading and structure, and yet there was absolute freedom to speak out and no time pressure.

The experiential part was definitely what made this workshop so powerful.

I really appreciated the shared storytelling as it forces you to be creative and really listen to the others in order to continue their story.

I really appreciate how after every experiential exercise there was a metalevel moment. It strengthened the concept that was coming out from the exercise.

Two words I take with me are “space” and “sharing” because the Seminar showed my how much they are connected.

I take awareness and listening skills.

How important and valuable it is to connect! To share, to listen, to have a safe space, to be brave, to be open-hearted and open-minded!

I learned so much about the methods of storytelling, embodiment, images, etc. I learned more about myself in different situations. I learned even more to be open to other perspective and to do active listening. I learned how group trust can be created.

I am really grateful to prof. Hannah Reich, prof. Aimee Ghanem, prof. Lisa Mends and of course to all the students that joined the 2 groups from different parts of the World and co-created the seminars in a unique and special way.

For the first group this was my gift poem (seeing their dances echoing a story):

Your hands, arms, hearts dancing

in between

pushing away and welcoming in.

Swinging in between

fear and love, terror and empathy, anger and compassion.

finally breathing in

the whole that I-you-we are.

For the second group this was my gift poem (seeing their dances echoing a story):

Waves of opening and closing

waves of struggling and acceptance

and then the vast ocean that thanks and holds

all the waves.

Ilaria Olimpico

LOVE-Storm

Là fuori,

oltre il concetto di giusto e sbagliato,

esiste un campo immenso.

E’ là che ci incontreremo – Rumi

Il 3 giugno si è svolto online il primo incontro italiano di presentazione del progetto LOVE-Storm.

Mi inoltro in questo progetto in punta di piedi, perchè fa male camminare tra l’odio, perchè voglio incamminarmi piano, con compassione, nel campo immenso dove potremo incontrarci, al di là delle polarizzazioni, dei trutherisms, del politically correct, della libertà usata come scudo dell’insulto, del “noi – qualsiasi noi – contro loro – qualsiasi loro”.

Ilaria Olimpico

Note:

Cosa è LOVE-Storm?

L’organizzazione nonviolenta tedesca Bund für Soziale Verteidigung (Alleanza per la difesa popolare nonviolenta), negli anni novanta, è stata attiva nel contrasto alla violenza contro immigrat*, promuovendo la diffusione del coraggio civile – la capacità di non restare a guardare quando siamo testimoni di soprusi o violenza. Negli ultimi anni il BSV ha iniziato a lavorare contro i discorsi di odio in Internet, con la piattaforma di apprendimento digitale LOVE Storm.

Da ottobre 2020, LOVE-Storm è diventato un progetto europeo. Sono coinvolti come partner, oltre al BSV, la Casa dei Diritti umani di Zagabria (Croazia), DigiQ (Slovacchia), e l’Università di Firenze, in collaborazione con l’International Network against Cyber Hate, e partner di altri paesi.

L’obiettivo è la creazione di una piattaforma europea online di apprendimento e azione che rimarrà poi a disposizione nel tempo per società civile, comunità educativa e tutte le persone interessate per contrastare l’odio in rete.

STORIE CHE RICONNETTONO: SEMI-NARI E RACCOLTA

Il metodo in continua evoluzione “Storie che riconnettono” è stato condiviso, questa primavera, in tre seminari, due in italiano e uno in inglese per studenti e studentesse internazionali.

Di seguito, riporto in italiano l’esperienza con i gruppi in italiano.

Qui in inglese riporto l’esperienza internazionale che era inserita nella cornice della Summer school “International Social Work: Violence Prevention and Conflict Transformation” (Università di Scienze Sociali di Würzburg in Germania e l’Università Libanese Americana di Beirut).

Seminario all’interno del Festival online MITOS

Questo seminario di appena due ore è stato un assaggio di ri-connessione, consapevolezza e conoscenza.

Abbiamo integrato diversi linguaggi (corporeo, poetico scritto, visuale, narrativo orale) seguendo e adattando la mappa della Teoria U: co-iniziare, co-sentire, presencing, co-creare, co-evolvere.

Nei feedback è stata apprezzata la continua risonanza tra persone, tra personale e collettivo, tra inconscio e consapevole, tra simbolico e razionale, tra storie personali e collettive, tra linguaggi diversi. 

Seminario di maggio con il gruppo di donne 

Mappa Miro Seminario Maggio (parte)

Ho proposto questo seminario su invito di un gruppo di donne che aveva già seguito i lab “Storie che riconnettono” e la mia intenzione era di aprire uno spazio di ricerca, condividere il meta-livello del laboratorio e chiarire per me e per chi partecipava le cornici e il setting; svelare per me e per chi partecipava le possibilità che ne scaturivano.

Nella prima sessione abbiamo esplorato: Il setting e il ruolo di chi facilita, Lo spazio e il contenitore, La relazione e il gruppo.

Sempre siamo partite dall’esperienza e su questa abbiamo poi poggiato le riflessioni e i rimandi alla cornice e al meta-livello.

Ho apprezzato la generosità dei contenuti che hai condiviso e l’intreccio armonico tra esperienza, riflessione e formazione”. (dal feedback finale di A.T.)

Mappa Miro Seminario Maggio (parte)

La nostra seconda sessione è stata dedicata all’embodiment, al corpo come fonte di saggezza. 

Abbiamo esplorato le nostre sfide ispirandoci all’esercizio dello stuck del Social Presencing Theater. 

Questa è la poesia di risonanza dalla trasformazione (shift) del blocco di A. T.:

Tendo l’arco 

per colpire il bersaglio 

che non vedo  

Rilascio le tensioni 

del mio corpo

Mollo la presa

Vedo

La nostra terza sessione ha esplorato la Narrazione e la pluralità di linguaggi:

Storie in cerchio – Polisemia delle immagini – Risonanze come pratiche di sense making

Cenni sulla pratica dello storytelling partecipativo tra autobiografia e comunità,

tra processo personale creativo e pratica collettiva di ascolto ed educazione alla pace.

Tra i feedback di questa sessione, mi ha risuonato molto questo: “è stato un allenamento ad accettarsi e scoprire nuovi punti di vista; un tempo per ascoltarsi senza frenesia del dover dire, fare; una sensazione di libertà”.

La quarta e ultima sessione è stata emozionante, di celebrazione e di valutazione partecipata.

Alle domande “cosa porti con te?” e “cosa hai apprezzato?” tra le risposte c’erano:

Avere più consapevolezza del contenitore e della sua importanza

Legame tra corpo, mente e cuore

Percorsi di questo tipo creano legami forti

Coscienza del ruolo del setting, che il setting ci proteggeva

Poter essere come sono

Coinvolgere emozione e corpo e non solo livello cognitivo per un apprendimento che rimane

La tua grande sensibilità di restare sulla linea del processo pur essendone il battito cardiaco

Questo ultimo feedback mi restituisce con commozione il mio particolare stare-facilitare, la mia scelta di partecipare nelle mie stesse proposte, sia per essere in una relazione orizzontale per cui, laddove invito a condividere, sono io stessa a mettermi in gioco, sia per fare a mo’ di esempio ma senza pretese, in modo autentico, sia per sentire nel momento cosa emerge dal processo, per esserne al tempo stesso dentro e fuori, al cuore e ai margini.

Ilaria Olimpico

Grazie mille a questo gruppo

per aver aperto il cuore,

per aver attivato il corpo anche a distanza,

per aver condiviso riflessioni, apprendimenti, consapevolezze, poesie, immaginari.

LIFE – raccolta e semina

Linguaggi delle Arti Sociali per esplorare talenti e sogni, sfide e possibilità – Laboratorio sulla valorizzazione delle competenze – progetto LIFE di inclusione socio-lavorativa di cittadin* di Paesi Terzi – online

Lavoro nel progetto LIFE dall’autunno del 2019. LIFE è in questo caso un acronimo: L.I.F.E. Lavoro, Integrazione, Formazione, Empowerment. Si tratta in effetti di un progetto FAMI per l’inclusione socio-lavorativa. Ma per me, il progetto LIFE è sempre più connesso al significato proprio della parola in inglese: VITA. Nello specifico, per tutto ciò che riguarda la VITA nel suo fiorire: essere riconosciut* nella propria storia passata senza esserne schiacciat* ed essere vist* nel proprio futuro nel potenziale più alto.

Con la mia splendida collega e amica, Mara Moriconi, e supportata dall’equipe più larga (in particolare Gabriella Delfino, Uri Noy Meir, Gabriele Antonini), abbiamo prototipato il laboratorio sulla valorizzazione delle competenze e ne abbiamo portato avanti 10 edizioni. 

Qui trovate un articolo sulla nostra esperienza dei primi due laboratori in presenza e del passaggio nella versione online quando è iniziata la pandemia https://imaginaction.org/alla-ricerca-di-doni-e-sogni

Cosa intendo quando scrivo “essere riconosciut* nella propria storia passata senza esserne sommersi ed essere vist* nel proprio futuro nel potenziale più alto”?

Attraverso il laboratorio di storytelling si crea uno spazio protetto di narrazioni di noi stess*, talvolta impensate, sopite, esiliate. Le narrazioni su di noi ci danno modo di ricomporre passato, presente e futuro in una cornice di senso, di apprendimento e possibilità. 

La storia di Poder, nella sua rivisitazione, ricevuta da Hector Aristizabal, apre sempre il lab di storytelling. E’ una storia perfetta per iniziare con la gratitudine per il fatto che ognun@ di noi nasce con un dono e non è mai troppo tardi per scoprirlo. La storia è sempre una mappa, ognun@ si sente richiamat@ da un elemento piuttosto che da un altro, da un personaggio o da un altro, ognun@ trova il messaggio che è autentico per lei-lui proprio in quel momento. Molt* sono colpit* dalla figura del fratello di Poder (assente nella storia tradizionale) che, invidioso, usa male il dono di Poder e, solo dopo un disastro, scopre di avere anche lui un suo dono particolare. Per altr*, il viaggio di Poder per arrivare a scoprire il suo dono è molto evocativo del proprio viaggio – fisico e metaforico – di vita. Per altr*, la figura della levatrice, come personaggio guida, mentore, è significativa, evocativa di persone incontrate che hanno segnato positivamente il percorso. 

Dopo la storia ci inoltriamo nel nostro viaggio… alla ricerca dei nostri doni e del nostro ikigai… 

Il concetto giapponese di Ikigai ci guida per delle domande generative sulle passioni, sui talenti, sui bisogni del mondo. Lasciando il linguaggio verbale logico-razionale ordinario, ci avventuriamo in un altro tipo di linguaggio, quello analogico, simbolico: il linguaggio delle immagini.

L’uso delle immagini apre le porte dell’immaginazione, del cuore, della comunicazione, dei rimandi e dei ricordi, delle evocazioni e delle proiezioni. Nelle ultime edizioni, utilizziamo le immagini di Story Lab (TheAlbero), molto efficaci, grazie alla varietà di categorie (persone, paesaggi, natura, animali, oggetti), e grazie alla loro particolarità che combina lo stile realistico della fotografia e lo stile fantastico dell’illustrazione, suggerendo un viaggio nella frontiera tra reale e immaginario. 

alcune immagini STORY LAB usate nel lab competenze

Nei lab in presenza le immagini erano stampate, nei lab online, ormai, le immagini sono inviate come pdf nel gruppo WA del lab e condivise in modalità sharescreen

L’immagine di un pescatore sul Lago Trasimeno per M. diventa il ricordo delle piroghe del Senegal, evoca il suo desiderio di tornare a casa, un giorno, con un progetto, con un sogno… quando lo dice, il suo viso si apre in un sorriso pieno e bianco.

L’immagine del papà con un bambino, permette a S. di riconsiderare la sua passione di lavorare per i diritti dei bambini, valorizzare la sua esperienza nei cosiddetti paesi di transito, dove ha lavorato in progetti per la tutela dei minori. 

Le immagini consentono di trovare una narrazione poetica e il significato più profondo del lavoro “sperato”. Per F., l’immagine di una mano che accarezza una foglia richiama il suo lavoro ideale di fare la parrucchiera, che diventa un prendersi cura con delicatezza dei capelli, così come la mano si prende cura delle piante. 

Per chi ha una conoscenza scarsa della lingua italiana,talvolta è più faticoso, talvolta è un espediente ponte che apre condivisioni prima impossibili. 

Per F., l’immagine famosa dell’opera d’arte dell’artista cinese Liu Bolin, è il desiderio di uscire dall’invisibilità, cercare un’opportunità per mostrare il proprio talento e valore ed essere visto. 

P. sceglie l’immagine di un’aquila per il suo dono, la sua volontà, di poter vedere dall’alto le situazioni. 

Le immagini abbinate alle domande, inserite nella cornice dell’obiettivo del lab, danno modo di far emergere anche attitudini e competenze trasversali, su come ci si pone nelle situazioni, nelle relazioni, nelle sfide.

F. sceglie l’immagine del bambino con un fiammifero (un’illustrazione forse della piccola fiammiferaia) e parla della capacità di trovare una luce dentro di sè nei momenti bui, di difficoltà.

H. sceglie l’immagine delle donne con vestiti tradizionali con persone vestite in stile “moderno” perchè le piace fare da ponte, ha sempre, fin da piccola, fatto da ponte tra la cultura della sua famiglia e la cultura italiana.

Mentre ci narriamo attraverso le immagini, seppure siamo online, diventa, in molti gruppi, quasi palpabile la connessione e la fiducia. La profondità del lab dipende, come sempre, sia dall’intenzione di noi facilitatrici e dalla nostra qualità di presenza, sia, imprescindibilmente, dalle intenzioni di chi partecipa. E’ più facile quando nei gruppi arrivano persone con forte motivazione, più complesso quando chi arriva è stat@, per così dire, sollecitat@ o spint@ a partecipare da operatori-operatrici sociali. 

Quando il livello di conoscenza della lingua italiana nel gruppo è più che buono, condividiamo narrazioni di noi in terza persona con l’espediente dell’alter ego. E’ un ulteriore passo di ricomposizione tra passato, presente e futuro e di consapevolezza di sè, in cui l’alter ego crea uno spazio estetico, in cui sono al tempo stesso “vicina e distante”, “dentro e fuori” alla mia storia, aprendo prospettive talora impensate. 

A. racconta la storia del suo alter ego: una bambina creativa, adulta attiva e appassionata del suo lavoro nel suo paese, che si ritrova in casa a fare le pulizie nel nuovo paese dove non può fare il lavoro che faceva prima. 

Sono piccole storie nate da un esercizio breve di 20 minuti, appoggiato sulla costruzione della fiducia e dell’empatia, che ridanno uno spaccato personale ma intensamente sociale delle vite migranti. 

Nei lab in presenza, l’immersione nei ricordi era veicolata da un esercizio corporeo in coppia in cui a turno si è ciech* e guida. 

Dopo la tessitura di sogni e talenti, passioni e doni, continuiamo nel percorso, attraversando sfide e soglie, utilizzando il linguaggio questa volta corporeo. Per questa parte, mi ispiro all’esercizio del blocco-stuck del Social Presencing Theater, concedendomi di integrare elementi dal Teatro dell’Oppress@ e dal Focusing. Quello che facciamo è sentire, attraverso i sensi e la saggezza innata del corpo, come viviamo una sfida del momento e lasciare che dal corpo stesso emerga un insight, un’intuizione, un messaggio che ci porta a una trasformazione, sia corporea, sia, di rimando, di consapevolezza.

Nel passaggio dalla versione in presenza alla versione online, l’uso del linguaggio corporeo è stato introdotto con molta cautela, aggiungendo via via complessità.

Negli ultimi incontri abbiamo sentito di lavorare addirittura con chi aveva problemi con la webcam e abbiamo guidato il processo come fossimo al telefono.

 In questo caso, J. ha esplorato la sua sfida attraverso una posizione corporea, con la webcam chiusa. Le ho chiesto quale era la statua, una parola che emergeva da quella statua e ho facilitato il processo fino alla trasformazione. Non abbiamo avuto l’opportunità di vedere la trasformazione, ma ci è sembrato di vederla quando con un bel sospiro e un tono squillante, diverso dal tono basso e pacato di alcuni minuti prima, J. ha escalamato come insight: “Get my body back! Riprendere il mio corpo!”.

K. è passata da una statua chiusa a una statua del “volo”, un’apertura delle braccia, dello sguardo e del sorriso. I. ha aperto le mani e il suo insight era: aprirsi al mondo, fare, conoscere, studiare. Tra gli insights che emergono di volta in volta, c’erano:  lasciar andare, respirare, correre e agire, accogliere cio’ che non posso cambiare, accettazione, testa alta e braccia aperte, guardare altrove, fare uno sforzo. Sono espressioni semplici, ma vissute ed emerse nell’ascolto del corpo, rimandano un cambiamento di percezione, un apprendimento su di sè, che poggia in un’esperienza autentica e significativa. E’ molto arricchente portare il linguaggio e l’approccio del Focusing in questo lavoro. Per molt* di noi è difficile, se non insopportabile, stare con delle sensazioni di disagio, come ansia, paura, dolore. Quello che facciamo è “cacciarle”, “zittirle”, “passare oltre”, ci identifichiamo con la parte di noi che invece è quella forte, o almeno vuole esserlo, o con la parte di noi che ha subito la risposta per tutto. Portare il linguaggio e l’approccio del Focusing apre la possibilità di stare accanto a queste sensazioni.

M. ha mostrato la sua statua del blocco con le mani sulla testa, dicendo: “è come volessi tenere i pensieri tutti là”. Ho poi chiesto se c’erano altre parti di lui che sentivano altro in quella sfida. M. ha trovato una parte di sè nella pancia chiusa, piegata. Ha messo le mani intorno alla pancia, si è un po’ piegato. M. ha subito detto di voler partire, agire, fare, essere forte. Ho invitato M. a restare accanto alla parte della pancia come si starebbe accanto a un amico, senza voler suggerire cosa fare o senza volerlo cambiare. Pian piano, ascoltando la parte della pancia, è stata ascoltata la parte che ha paura di fallire, o di non essere all’altezza.

“Una parte di me…” è un’espressione tipica del linguaggio della disidentificazione del Focusing, che consente di ascoltare tutte le parti di sè senza esserne sommersi, praticando quello che viene chiamato “Sé-in-Presenza”.

La consapevolezza di come viviamo la sfida e di come ci rapportiamo ad essa, ci prepara ad attraversare la soglia verso il nostro futuro nel suo più alto potenziale. Qui ho raccontato questo passaggio 

Immagini casuali che diventano significative, squarci di storie personali che compongono quadri collettivi e sociali, sfide che diventano soglie di apprendimenti su di sè e richieste di ascolto dei propri bisogni e desideri… questo è il mio raccolto di questa prima parte del progetto che sta volgendo al termine.

Mentre si raccoglie, già si conservano i semi dei frutti che si assaporano. I nostri semi sono un modello emergente di tutoring-networking. Il tutoring privilegia la relazione un@ a un@, l’antica relazione di mentorship maestr@-alliev@ in cui l’attitudine principale del mentore è quella di un’attenzione apprezzativa che guarda il-la mentee nel suo più alto potenziale. Il networking valorizza una delle risorse più grandi che abbiamo e più facilmente disponibile: la connessione tra di noi, le relazioni, il fare rete.

*Seguirà un articolo più dettagliato sull’esperienza del lab competenze che scriverò a breve con Mara Moriconi.

Ilaria Olimpico

To my girl

La mia bambina crea mondi interi,

ritagliando la carta, piegando un cartone,

continua a raccontare,

mentre le manine si muovono

con le forbici arrotondate tra la carta rosa e gialla.

La mia bambina crea mondi interi,

avvolgendosi con una coperta blu,

esclama: e ora sono la dea del mare!

La mia bambina crea mondi interi,

sbucciando una piantina di bambù,

dà vita a un’anguilla, una biscia, un gelato,

una bacchetta magica.

La mia bambina crea mondi interi,

c’è chi dice: “gioca con niente ‘sta bambina!”

e lei risponde con semplicità: “mi basta l’immaginazione!”.

La mia bambinba crea mondi interi,

dietro la tinozza del bucato, nascosta,

mostra una sacca accortacciata che diventa un polpo,

entra con i piedi nella sacca ed esce da dietro la tinozza come sirena.

La mia bambina crea mondi interi,

E la mia missione è guardarla con meraviglia,

accompagnarla con fiducia,

benedirla con gratitudine alla Vita che me l’ha portata.

Ilaria Olimpico

“my mission is to keep the light in your eyes ablaze”

Reconnecting with teenagers

I am curious and amazed,

by swinging myself upon a waterfall, without fear,

looking at a dolphin on a hill.

This image and all images we used in the workshop are part of TheAlbero project Story Lab

This is my poem of resonance from the collective story told by 23 pupils, me, and their teacher.

From the collective story, the poems of resonance, and the final sharing, I see two words emerging: Courage and Listening.

The courage of the girl and the boy, protagonists of the story, to launch themselves into the waterfall and in the deep sea; the courage of the protagonists to stay with each other even when one of them seems like a crazy guy to the other; the courage to go on exploring passing from a landscape/world to another; the courage to say “yes” and healing the fin of a dolphin. This “yes” was the only word of one of the pupils as his contribution to the story and this little powerful word gave a direction to the end of the story. How do we direct our narrating story and our personal and social story with a yes or with a no?

The courage of the teenagers to launch themselves in a collective story. Many of them said about the challenges of the activity: to tell together, to continue the story told by somebody else, depending on the others choices in the story, to improvise, connect to the other’s imagination, match words and images, overcome the fear of not doing the “right thing”, opening up.

The pupils caught exactly – even if not explicitly – the deeper dimension of co-creating stories as a practice of listening. When we tell a story where everybody adds a little piece, there is an ongoing negotiation among different perspectives and imaginaries. And this requires a series of soft skills related to conflict transformation literacy: attentive listening, the capacity of mediation, accepting what it was said, capacity to creatively integrating what the others told and what I am going to tell, capacity to stay into the unknown, taking the agency to creatively transform.

I am very grateful to connect again with teenagers through my work. And now, maybe, with much more awareness of what I can offer and of how I can be.

My challenge was working online and above all working on a platform that does not allow to see everybody either to see the participants meanwhile presenting and screen sharing. And however, we had a meaningful experience. I am aware that, indeed, the intention and the quality of the “presence” (that required more energy online in my experience) is shaping our model of conversation and the way we are together. 

In our co-initiating, we recall our body, our senses. Despite the limit of time and a big number of pupils, we shared and savored our names, at the same time, letting them be present in the ether.

It is so powerful the intelligence of the heart. It is so touching the combination of depth, fragility, and strength. It is so delicate the threshold between me and each one of them and so heartwarming the connection after. It is so fulfilling the opening up that comes from a radical welcoming of whatever is emerging.

Ilaria Olimpico

*The workshop was “Stories that reconnect with teenagers” delivered online for

Classe I B ISTITUTO COMPRENSIVO “VIA CASALE DEL FINOCCHIO” Roma.

Thanks a lot to the teacher Monica Di Bernardo!

Open, broken heart

Hospital. Day after.

“How are you, honey?”

“Better. “

“So, maybe, you need to stop writing your quote <with an open, broken heart>, ah?”

Both chuckle.

“It was intense. “

“Yes…”

“I walked through… vulnerability. My heart was really like punched at each breathing in.”

Long silence.

“You know, I am no more able to pray. Not that I am detached from God. Not at all. I am very detached from the religion, but I do feel God. I am no more able to pray because something in me is saying: and what about others’ prayers? are you more special?”.

“So you did not feel to pray…”

“Something in me was desperately praying. The motherhood inside of me was praying to stay more.”

“Yeah…” a gentle tear along the cheek.

“So there, you are not asking to yourself, did I pay the bills? Did I reply to the coordinator’s email?… There, I was asking to myself: Did I forgive that person that cut my heart? Did I sing with my daughter today? And what about that hug that I couldn’t give? Did I dare to love the world enough?”

Ilaria Olimpico

“The fear of death do not prevent you from dying, but can prevent you to live.”

STORY LAB

STORY LAB

Dall’esperienza Immagini&Storie di #TheAlbero 

Trentasei Immagini e Infinite Storie

Grazie a chi ha inviato le sue foto diventando co-creator,

grazie a @yearimvaleria per la rielaborazione grafica.

Stay tuned 😉