Accompagnare, ricomporre e tessere reti – LIFE

Un articolo/report, in cui io e Mara Moriconi raccontiamo

il passaggio online e l’evoluzione del laboratorio sulla valorizzazione delle competenze,

realizzato nell’ambito delle attività di ANCI Umbria per

il Progetto FAMI 2014-2020 PROG-2430

“LIFE: Lavoro, Integrazione, Formazione, Empowerment”.

Condividiamo le sfide e le sorprese,

gli strumenti (intervista, storytelling, linguaggio visuale, embodiment),

e la bellezza di questo lavoro, sempre vivo e in evoluzione.

Ilaria Olimpico

LOVE Storm – Italia

Prossimamente la versione italiana della piattaforma digitale di apprendimento
LOVE Storm**

sarà disponibile in italiano per promuovere il coraggio civico e

contrastare i discorsi e i fenomeni di odio.

Qui la prima newsletter – Scrivimi se sei interessat@ a ricevere le prossime newsletters

** La piattaforma digitale di apprendimento LOVE Storm

per contrastare i discorsi di odio in Internet

è stata ideata e utilizzata dall’organizzazione tedesca

Bund für Soziale Verteidigung

per promuovere il

coraggio civico:

la capacità di non restare a guardare quando siamo testimoni di soprusi o violenza.

Grazie al progetto ERASMUS+ “LOVE Storm”,

la piattaforma sarà tradotta e utilizzata

dai partner di progetto:

Casa dei Diritti umani di Zagabria (Croazia),

DigiQ (Slovacchia),

Università di Firenze (Italia).

Di destra, o di sinistra, il discorso d’odio è sempre discorso d’odio. Ed è questo che lo rende  così diffuso, così pervasivo, così elusivo. Qui non si tratta di puntare il dito contro l’“odiatore” (chi era costui?), o stabilire  la differenza tra buoni e cattivi. Si tratta piuttosto di chiedersi quali siano le caratteristiche e le modalità di ciò che chiamiamo ‘linguaggio’  o ‘discorso d’odio’, quali le sue variabili, le sue cause, i suoi  effetti.

(Federico Faloppa, #ODIO Manuale di resistenza alla violenza delle parole)

Quanto piu’ sono radicata

Tanto piu’ posso ascendere

Quanto piu’ abito il mio corpo

Tanto piu’ posso contattare la mia anima

Quanto piu’ so stare nella quiete

Tanto piu’ il movimento puo’ emergere autentico

Ilaria Olimpico

FACILITAZIONE

*in questo post si fa riferimento spesso al metodo del Focusing, per saperne di più puoi vedere qui https://www.focusinginsideout.it/che-cose-il-focusing/

COSA – CHI è UNA FACILITATRICE?

Facilitazione. Nel mondo “ordinario” – mainstream? -, il lavoro di “facilitatrice” trova sguardi incerti e visi con un grande punto interrogativo. Nel mondo – bolla? – delle associazioni e dei gruppi che ricercano altri modi di fare comunità, la facilitazione è intesa soprattutto come facilitare riunioni e facilitare i processi decisionali. Nel mondo – bolla? – a cui sento di appartenere, la facilitazione ha un senso più ampio di accompagnamento dei gruppi in processi che via via si caratterizzano a seconda del progetto, dell’intenzione, dell’orizzonte (parola che mi piace molto di più della parola “obiettivo” che per me richiama qualità come durezza, produttività, ristrettezza dello sguardo, al contrario di “orizzonte”, che per me richiama qualità come morbidezza, apertura dello sguardo, dinamicità e divenire, dialogo con ciò che c’è momento per momento). Così, quando dico che sono una facilitatrice, intendo che accompagno (non guido) gruppi in processi che zigzagano e riverberano a vicenda tra trasformazione personale ed evoluzione sociale. Ho lavorato nelle scuole e con gruppi di adulte/i in programmi di educazione alla pace e all’intercultura, con gruppi di art-ivisti e operatrici sociali in progetti di formazione, con gruppi di migranti (+ locali, forzando sempre i progetti che riproducono segmentazioni e categorie) in progetti con orizzonti di inclusione sociale ed empowerment.

Ho sempre viaggiato tra diverse metodologie, curiosa di Educazione non formale, Teatro dell’Oppresso, DanzaTearapia, Storytelling, Teatro e drammaturgia, Scrittura creativa e autobiografia, Metodo del consenso, Dragon Dreaming, Process Work, Movimento Autentico, Pedagogia del Bosco, Trasformazione del conflitto, Comunicazione Nonviolenta, PNL, Expression Primitive, Playback theatre, Teatro Rituale, e negli ultimi anni soprattutto: Lavoro che Riconnette, Social Presencing Theater, Teoria U, Movement Medicine, Teatro-Danza e Focusing.

Sento di attraversare un passaggio da un bisogno di denuncia e rivendicazione, in uno spirito di advocacy con mezzi teatrali, a un bisogno di ascolto e conoscenza della realtà personale e sociale – o meglio personale/sociale, in un approccio che segue la saggezza “come dentro così fuori, come fuori così dentro” (vedi https://www.focusinginsideout.it/risorse-inside-out) – in un anelito di saggezza attraverso il corpo e i sensi. 

Come cambia in questo passaggio il mio rapporto con i metodi, le tecniche e gli strumenti del mio lavoro di facilitazione?

Se una parte di me, talvolta è fastidiosamente critica per non aver seguito un bel master o un bel corso di alta specializzazione per diventare “Esperta di …”, un’altra parte di me è piacevolmente e orgogliosamente sollevata per non essere diventata “portatrice religiosa” di nessun metodo unico. Quando un metodo diventa una religione? Quando partecipando a un incontro o una formazione si sente un “noi” (professionisti, esperti di un certo metodo) di categoria molto forte e a tratti arrogante, quando altri elementi, possibilità, sfumature, vengono marginalizzati e trattati con sufficienza, quando tutto viene interpretato secondo una sola mappa.

“La mappa non è il territorio” (ho imparato che è una frase di Alfred Korzybski e riconosciuta come fondamenta della PNL) e aggiungerei: non esiste una sola mappa, vedere mappe della stessa realtà può aprire a insights inaspettati. Che la mappa non fosse il territorio è stata una di quelle rivelazioni apprese non nell’ambito della facilitazione, ma durante l’Università, negli studi di Geografia Umana e nella parte dedicata alla cartografia. La mia dispensa cominciava con una citazione di Borges: “Un uomo si propone di disegnare il mondo. Nel corso degli anni popola uno spazio con immagini di province, di regni, di montagne, di baie, di vascelli, di isole, di strumenti, di astri, di cavalli e di persone. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto”. Sono affascinata dalla potenza della storia e della metafora per trasmettere un’intera visione del mondo, un insight, una certa filosofia – filosofare come “pensare per modelli” – o un certo approccio – come un modo di vedere le cose e rapportarsi a esse. Nella citazione di Borges posso trovare una dimensione epistemologica, un approccio interculturale, una profonda consapevolezza di sè. Per tornare al punto da cui sono partita (formazione frammentaria secondo la mia voce critica, o formazione plurale integrata, secondo la parte di me apprezzativa), poter accedere alla conoscenza di più mappe, metodologie, mi ha dato la possibilità anche di individuare quali patterns tornavano o si contraddicevano, quali elementi sempre mi risuonavano ed erano trasversali, e per questo forse essenziali per una mia pluri-mappa possibile. 

COSA E’ DAVVERO ESSENZIALE NELLA MIA MAPPA DI FACILITAZIONE?

slide about Facilitator – Ilaria Olimpico

Cosa c’è al di sotto delle diverse tecniche e dei diversi metodi che ho assorbito e integrato?

  1. La cura della relazione e del processo, nei termini più in voga potrebbe essere tradotto con approccio “client-oriented” e “process-oriented”. In una delle sue interviste E. T. Gendlin sottolinea: “Qualsiasi metodo, se mette da parte la persona, diventa una violenza”.    
  1. La fiducia che ogni persona ha le risorse interne per affrontare qualsiasi cosa le accada. Nel Corano si trova più o meno questa frase: “Dio non dà a nessuna anima un carico più grande di quel che possa sopportare”.  “La figura dell’esperto è inadeguata al processo evolutivo umano, di per sè soggettivo e unico” E. T. Gendlin.
  1. Chi facilita è custode del processo. Chi facilita non risolve, non suggerisce, non insegna, è in ascolto del gruppo, di ciascun@, e di sé. Può conoscere molti metodi, può conoscerne uno solo in modo specifico e puntuale, può avere a disposizione molti strumenti e un bagaglio di tecniche da scegliere di volta in volta, ma la cosa di cui davvero necessita è una qualità di “presenza”. “Senza Amore, sarete solo abili” scrive Frederick Leboyer, rivolgendosi a ginecologi e operatori (maschi?) sanitari nel suo libro rivoluzionario “Nascere senza violenza”. Anche in questo caso, occorre una fiducia nel processo, così come occorre ri-conoscere che le mamme sanno come partorire e le figlie e i figli sanno come nascere.

Parafrasando la frase citata da Otto Sharmer “the success of an intervention depends on the interior condition of the intervener, i.e. on the inner place from which is operating”, si potrebbe dire che il processo di facilitazione dipenderà dalla condizione interiore di chi facilita, ossia del suo stato di “presenza”. Chi facilita ha un potere. E dovrebbe essere sempre un “poter di … e con…”, mai un “potere su…”. Chi facilita non è neutro. 

  1. Ascoltare. Per poter ascoltare è necessario creare un “contenitore”, uno spazio vuoto che accoglie. Come nella storia orientale del maestro zen, che ogni volta che il discepolo gli porta una tazza di te’, la rovescia, finchè il discepolo arriva con la tazza vuota e il maestro inizia a parlare. Ascoltare include ascoltare tutte (o quasi) le voci in me e del mondo. Chi facilita dovrebbe avere la capacità di essere contemporaneamente in ascolto di ciò che avviene in sè e ciò che sta avvenendo fuori di sè. Ascoltare le voci “fastidiose”, ascoltare le voci che non concordano con noi. (Vedi “Arte di Ascoltare” di Marianella Sclavi).
  1. Spazio e possibilità. Pulire, fare spazio, creare il contenitore. Durante il Focusing, spesso ho questa sensazione di ampliare lo spazio, oppure in un’altra espressione “fare zoom out”, allargare per poter includere ciò che non vedevo – o non volevo vedere. Se nella focalizzazione, l’inclusione significa vedere le parti di me marginalizzate, nella facilitazione, l’inclusione può significare vedere le parti fuori di me marginalizzate.  Fare spazio significa anche poter essere al tempo stesso vicino e distante a ciò che accade, dentro di me, così come fuori di me. Talvolta chi lavora empaticamente con gruppi o persone può essere sommerso dalla frustrazione, dalla tristezza, e/o può “difendersi” da questo dolore prendendo una certa distanza, che può prosciugare la capacità empatica. Esiste un modo per essere abbastanza vicini per poter sentire empaticamente e abbastanza distanti per non essere sorpaffatti?
  1. Natura magistra vitae, riformulando la famosa “Historia magistra vitae”. Per natura intendo sia il mondo vegetale e animale, con la sua ciclicità, le sue spirali e i suoi messaggi, sia la nostra natura come creature incarnate in un corpo senziente e saggio. Una riappropriazione del corpo e una riconnessione alla natura anche nel suo senso trascendente, prende sempre più spazio nelle mie premesse.
  1. Pluralità dei linguaggi. Nel Focusing c’è un andirvieni tra corpo e mente, felt sense e pensiero, simbolizzazione e apprendimento profondo, metafora e conoscenza. Così nella mia mappa, c’è l’intenzione di accedere ai diversi tipi di conoscenza e di espressione, di introspezione e comunicazione, dando spazio, valore e riconoscimento ai diversi tipi di intelligenze (Vedi “Intelligenze Multiple” di Howard Gardner, “Intelligenza Emotiva” di Goleman) e ai diversi tipi di sistemi rappresentazionali (cfr. PNL). 
  1. Setting e acqua. Il vincolo e la libertà. Il Focusing non possiede nessuna agenda rigida e fissa per il mondo interiore, eppure ci sono dei passi individuati che possono creare lo spazio e dare un linguaggio. Così un setting di facilitazione dovrebbe avere un modello per creare uno spazio e dare forme di comunicazione e allo stesso tempo avere la qualità dell’acqua, fluire con ciò che accade.

Ilaria Olimpico

Voicing Gaia: Me, you, we

We, me the Earth, you human.
Me human, you the Earth, we.


We washed our face with our tears.

We washed our face with our tears.

We washed our face with our tears.

We washed our face with our tears.

We washed our face with our tears.


We can feel the pain, the anger, the madness of this… dev… develop…development.


Me the Earth, you human, we.

How dare you, human?
I will shake all your useless constructions off of me.
My youngest sons and daughters are screaming my pain that is their pain:
How dare You?

And our heart will be broken.
Open…
and so, Open your heart.
Feel me.
Dance on me.
Live with me, within me.


Me, You, We.

Ilaria Olimpico

Improvisation (movement and poetry) for VOICING GAIA https://imaginaction.org/voicing-gaia

Belonging

Where do I belong?

Something in me torn and tired,

squeezed and wringed.

… making choices…

Leaving behind, going into the unknown.

Where do I belong?

All our belongings going into a small truck,

all our relations going down down deeply in our hearts.

What you leave, still stays. Jennj says.

Belonging.

I belong to a window overlooking the lake, the oaks and the cypresses on the sweet hills.

I belong to a drawstring bracelet and all the mothers that prepared them.

I belong to what I left behind.

I belong to whatever future is waiting for me.

I belong to the highest future that I will go for.

I belong to my footsteps as well as I belong to my look ahead.

Ilaria Olimpico

Saluto

Pascolano le barche nella darsena,

Ondeggiano le canne nel vento.

Si depositano le isole nel lago.

Si alza il mio braccio in saluto,

Raccoglie e ricorda la mia mano

benedice e lascia andare.

Ilaria Olimpico