Riscoprire la relazione con la Terra

In Nome della Madre è un laboratorio itinerante di teatro e narrazione che nasce dal bisogno di andare oltre l’importante informazione sulla crisi ecologica e sulla critica all’ideologia sviluppista, oltre la diffusione delle buone pratiche “sostenibili” e dei comportamenti ecologicamente virtuosi, per poter sanare, ri-creare, ri-trovare una relazione profonda e autentica con la Terra, riconoscendola come Madre.

In nome della Madre, Napoli, 6 giugno

In nome della Madre, Napoli, 6 giugno

Abbiamo subito, abbiamo agito, un allontanamento dalla natura e dalla campagna, in senso geografico (per lo piu’ viviamo in paesi, città o megalopoli dove la natura è ridotta a parchi, alberi di abbellimento e aiuole), in senso esperienziale e cognitivo (nella nostra infanzia non facciamo le grandi esperienze che solo vivendo a contatto con la natura si possono fare, non impariamo gli usi delle piante, non riconosciamo da dove vengono i cibi, non esperiamo il ciclo vita-morte-rinascita) e in senso valoriale (ci hanno fatto credere che abitare in città e meglio che vivere “sperduti” nella natura).

Se non avviene una trasformazione nel rapporto “personale” con la Natura sarà sentito come faticoso qualsiasi comportamento ecologicamente virtuoso continuativo, se non ci si mette in relazione con la Madre Terra, si rischierà di prendere posizioni “ambientaliste” in maniera ideologica o, peggio, di essere parte della moda green delle energie rinnovabili a fini speculativi. Il progetto In nome della Madre si propone quindi come ri-cerca attraverso i sensi, il corpo e le emozioni, del rapporto con la natura.

In nome della Madre, Montefiore (AP), 14 giugno

In nome della Madre, Montefiore (AP), 14 giugno

Il progetto si articola in una serie di laboratori brevi e interviste in diverse città italiane ed europee e in un laboratorio residenziale di cinque giorni. Durante i laboratori, si sperimenta l’integrazione di diversi linguaggi, passando dal linguaggio corporeo alla poesia e viceversa, dall’immagine al suono/movimento, dall’immagine al racconto orale. Si attinge alle tecniche di Teatro dell’Oppresso (in particolare Teatro Immagine ed Estetica dell’Oppresso), metodo di indagine e trasformazione della realtà personale e sociale. Si pratica la narrazione partecipata che fa riferimento al cerchio narrativo, rituale diffuso in tutte le culture antiche, pratica di ascolto attivo e orizzontalità.

I laboratori brevi a volte si inseriscono in spazi più ampi di incontro per il cambiamento. Il laboratorio a Lucca è ospitato dal Festival Mitos (Meeting Italiano di Teatro Sociale) che all’ottava edizione si chiede se il teatro sociale può rivoluzionare la società. Il laboratorio a Bologna è proposto durante Teatro per la Transizione – Villaggio di apprendimento, il primo incontro per condividere pratiche, strumenti e visioni sul ruolo del teatro partecipativo per la transizione verso modelli resilienti di vita insieme, in armonia tra noi e con la Terra. Il laboratorio residenziale si svolgerà nella comunità di Mas Franch a Girona, in Catalogna, una comunità che sta già vivendo e sperimentando un altro stile di vita, più sostenibile, che lascia una minore impronta ecologica.

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Alcuni laboratori brevi saranno per sole donne, per sondare il legame che intercorre tra tematiche di genere e rapporto con la Natura. Attraverso un linguaggio estetico, simbolico e non verbale, ci si chiederà quanto hanno in comune le violenze sui corpi delle donne e le violenze sulla Natura, che tipo di relazione c’è tra la riduzione del corpo della donne a oggetto di piacere e la riduzione della Natura a pacchetto di risorse da sfruttare.

“In nome della Madre” risponde anche al desiderio di sperimentarsi con l’economia del dono nel cammino di una transizione da un sistema economico del debito, della crescita infinta, del profitto per il profitto e della logica vince-perde, a un sistema che è a favore della vita, che poggia sui valori della cura materna, della solidarietà tra le persone, tra i popoli e le comunità, che crede in un’economia del dono e della generosita’ radicale.

Non a caso, “In nome della Madre” è in realtà già iniziato, raccogliendo immagini, suoni e parole durante il Giftival (Festival del dono) e durante il convegno “Le radici materne dell’economia del dono” alla Casa Internazionale delle Donne (26 aprile – 1 maggio), chiedendo ai praticanti e alle praticanti dell’economia del dono provenienti da tutto il mondo di lasciare una poesia, un’immagine corporea, una danza, una canzone “In nome della Madre Terra” .

“L’economia del dono prende come esempio la relazione tra madre e figlio e quella tra Madre Terra e gli esseri viventi che la abitano” ha detto Genevieve Vaughan. Per economia del dono, nel contesto del progetto “In nome della Madre”, TheAlbero intende quel sistema che esisteva, esiste ancora e vuole ri-nascere intorno a noi, in cui sappiamo e scegliamo di credere che chi dà è colui che riceve di più, ci sono risorse sufficienti per tutti e tutte, avere di più non è necessariamente meglio, ci sono sempre alternative. Si sperimenterà durante i laboratori brevi tutta la complessità della transizione, essendo tesi tra la volontà della trasformazione radicale e la difficoltà di praticarla in un sistema ancora dominante, pervasivo e invasivo. Ma aspettiamo il futuro che emerge in modo collettivo e plurale.

Ilaria Olimpico

Pubblicato su comune-info.net il 31 maggio 2015

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Lo sguardo sull’Altro: rappresentazioni e dinamiche di potere

(Stralci dall’intervento in occasione della presentazione del libro ‘Counseling e psicoterapia: un approccio culturalmente sensibile’ di Marwan Dwairy, curato da Alfredo Ancora, edito da Franco Angeli – evento organizzato da ‘Programma integra’ e ‘Interculturando Roma’ in convenzione con il Dipartimento Servizi sociali, Sussidiarietà e Salute di Roma Capitale, 17 aprile 2015)

Se siete accanto a un altro … potete figurarvi come un mendicante davanti a una porta in cui non potrà mai entrare: chi vi entra non sarete mai voi, col vostro mondo dentro, come lo vedete e lo toccate, ma uno ignoto a voi, come quell’altro nel suo mondo impenetrabile vi vede e vi tocca … (Enrico IV, Pirandello)

Pirandello rende in poche righe tutta la complessita’ della relazione tra me e l’Altro da me, evidenziando il ruolo delle rappresentazioni nella comunicazione e nella conoscenza reciproca. Cio’ che arriva di me all’Altro non sono io ma e’ la rappresentazione di me cosi’ come l’ha scelta l’altro, parafrasando Pirandello, l’immagine di me che percepisce l’altro non e’ l’immagine che ho io di me stesso, e analogamente l’immagine che ho io dell’Altro non e’ l’Altro ma la mia rappresentazione dell’Altro.

La questione della rappresentazione dell’Altro assume maggiore complessita’ quando l’alterita’ non abita solamente la dimensione io-tu ma anche la dimensione noi-loro, ossia fa’ riferimento a identita’ di gruppo.

Quando la rappresentazione dell’Altro diventa una narrazione sull’Altro, un sapere sull’Altro, un “discorso” direbbe Foucault, nella complessita’ rientrano le dinamiche di potere, perche’ come direbbe Foucault il “discorso” esercita un potere.

Chiederci sempre chi narra? Chi e’ narrato? Ci permette di prendere consapevolezza delle strutture di potere, per lo piu’ implicite, sottaciute e per questo autoperpetuantesi, tra due individui, due gruppi.

L’Altro assume tutte le stranezze, e’ piu’ o meno qualcosa, ma non si esplicita mai quale e’ la normalita’, il canone, la norma a cui si fa riferimento, il termine di paragone assoluto. Tacere o non rendersi conto che il metro di giudizio, di paragone preso e’ quello di colui che narra, produce delle distorsioni nella comprensione e nella relazione nonche’ produce e riproduce rapporti di potere.

La conoscenza dell’Altro non e’ mai neutra, mai oggettiva. Il sapere e’ strettamente connesso al potere. La sola esistenza di una “disciplina” come l’Orientalismo priva di un equivalente nelle culture orientali, è l’indizio di una dissimetria tra Est e Ovest scrive Edward Said.

Colui che narra, narra, quasi sempre, piu’ o meno inconsapevolmente, da una prospettiva culturocentrica, per cui la sua cultura e’ considerata la norma, l’universale.

Questa riflessione sullo sguardo sull’Altro puo’ essere applicata alla relazione interpersonale io-tu, alle relazioni tra persone di diversi gruppi culturali, alle relazioni tra i generi.

A proposito del concetto di Alterita’ riguardo al genere, scrive Simone de Beauvoir:

Il soggetto si pone solo opponendosi: vuole affermarsi come essenziale e costituisce l’Altro come inessenziale, come oggetto…. la donna si determina e si differenzia in relazione all’uomo, non l’uomo in relazione a lei: lei e’ l’Altro.

Nel caso dell’Altro in relazione all’appartenenza etnica, geografica o culturale, potremmo dire con certe forzature, che l’arabo, l’africano, il popolo x, vengono raccontati e presentati in relazione all’uomo bianco europeo cattolico, perche’ loro sono l’Altro.

Scrive Edward Said, nel suo celebre libro “Orientalismo”:

… esiste il presupposto che l’intero Oriente possa essere dominato da un unico punto di osservazione.

… All’Oriente viene negata la contemporaneità, la potenzialità di cambiamento, la storicità, la dinamicità, la complessità, la varietà.

… I caratteri dell’arabo diventano metastorici e metaindividuali.

Lo sguardo sull’Altro, non e’ mai neutro, mai oggettivo, mai scientifico. Non esiste un Altro “oggetto” di studio o di ricerca, esiste una relazione, in cui lo sguardo che va “da me all’Altro”, piu’ che dirmi qualcosa sull’Altro, mi dice qualcosa su come guardo, mi dice qualcosa su di me.

Nell’approccio di Margalite Cohen Emerique, l’analisi dello shock culturale non mi serve per capire l’altro ma piuttosto mi serve per individuare le mie zone sensibili.

Un altro esempio lampante della complessita’ dello sguardo sull’Altro riguarda il caso delle cosiddette Veneri steatopigie, le statuette del Paleolitico ritrovate in un’ampia area geografica, dalla Francia alla Turchia, dai Balcani alla Siberia. Queste statuette sono state interpretate come appunto Veneri, come espressioni dell’erotismo maschile o come riti di fertilita’ primitivi osceni. La maggioranza degli studiosi continua a proiettare sulle statuette preistoriche la propria visione del mondo ritenendola “universale”, o meglio non ponendosi alcuna questione sulla propria visione del mondo, dando per scontato che la loro visione sia “oggettiva”. Lo sguardo sull’Altro , in questo caso l’Altro del passato, e in particolare lo sguardo “maschile” sull’Altro, rivela una prospettiva “androcentrica” di chi guarda l’Altro.

Per passare da una prospettiva culturocentrica a una prospettiva transculturale, nel senso che viene dato anche nel libro di Dwayri, di attraversamento delle culture, il primo passaggio e’ un decentramento, una relativizzazione delle proprie categorie concettuali. Mi piace molto l’espressione usata nella prefazione “dissoluzione del centro”.

Una volta presa consapevolezza dell’elemento culturale e quindi di relativita’ delle nostre matrici percettive-valutative-epistemologiche, si apre la questione del limite tra il riconoscimento della relativita’ della propria cultura e la presa di posizione relativista.

La sfida del nostro tempo e’ non cadere ne’ nella tentazione di un universalismo che di universale ha solo le pretese perche’ figlio di una determinata cultura, ne’ nella tentazione di un relativismo che porta a un nichilismo morale (coem ha scritto l’antropologo Claudio Marta) e a una feticizzazione delle culture.

Quando ho letto le indicazioni di Dwayri che esortano il terapeuta a non entrare in conflitto con la cultura del cliente perche’ la terapia non e’ il luogo per cambiare la cultura, ho sentito delle resistenze (sono state toccate delle mie zone sensibili nel linguaggio di Cohen Emerique) per quanto riguarda la descrizione di casi in cui la famiglia ha un ruolo determinante/soffocante, ma forse perche’ nel mio lavoro agisco su un piano socio-politico e non terapeutico.

Mi e’ venuto alla mente un aneddoto di Julian Boal, figlio di Augusto Boal, fondatore del metodo del Teatro dell’Oppresso: Julian racconta che una donna disse a Boal padre di essere picchiata dal marito non piu’ di quanto meritasse. In questo caso disse Julian il Teatro dell’Oppresso non puo’ fare molto perche’ si ha a che fare con una vittima non con un soggetto oppresso che cerca di cambiare la propria situazione.

Per quanto riguarda le questioni di genere con approccio transculturale, vale la pena ricordare le riflessioni di Leyla Ahmed: e’ esistita ed esiste una connivenza tra certe posizioni femministe e il colonialismo, “l’adozione di un’altra cultura come rimedio alla misoginia della propria , è non solo assurdo ma impossibile”.

Come direbbe Freire: nessuno libera nessuno, ci si libera insieme in solidarieta’.

Tra l’altro, purtroppo, l’oppressione delle donne e’ trasversale a molte culture. Come acutamente osserva la sociologa marocchina Fatima Mernissi, se nel mondo arabo-musulmano c’e’ un harem di tipo spaziale, nel mondo occidentale c’e’ l’harem della taglia 42, io aggiungerei c’e’ un harem di tipo temporale, alle donne non e’ permesso invecchiare.

Come facilitatrice di teatro sociale, ho trovato nella “terapia della metafora” (scavare il tunnel metaforico, riportare la tovaglia sulla tomba dei genitori, etc), che propone Dwairy delle analogie con degli atti che definirei “psicomagici” e che sono agiti spesso nel teatro sociale, spazio protetto, liberato, luogo metaforico e al tempo stesso trasformativo.

 

Ilaria Olimpico

 

 

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La Tellus dal Quarto tempo

in nome della madre ima cut

Ero una viaggiatrice. Venivo da lontano. Da molto lontano. Da cosi’ lontano che non venivo solo da un altro spazio, ma da un altro tempo. Forse da un quarto tempo, un tempo del sogno, quando passato e futuro convivono e si mescolano, quando gli antenati e le antenate fanno visita, quando il presente non corre ma sta. Arrivai nella citta’ di Roma, deserta, abbandonata, dove alcune testarde e improvvisate guide turistiche continuavano a chiamarla “citta’ eterna” e confondevano mausolei e centri commerciali, accomunati dal disuso, dal loro essere diventati antiquati e inutili, ma gli uni di una certa belta’, gli altri di una violenza estetica insopportabile. Arrivai alla cosiddetta Ara Pacis e mi persi nel pannello che ritrae una bella Signora con due bambini, a me piace pensare un maschio e una femmina, perche’ dal tempo-spazio dove vengo il femminile e il maschile stanno ritrovando il loro equilibrio, e da un lato una giovane che cavalca un drago e usa la sua tunica come una vela al vento e dall’altro lato, una signora in groppa a un bel cigno, anche lei con la tunica a mo’ di vela, o forse di tenda per ripararsi dal sole. Quando le sedicenti guide turistiche dissero al gruppo di sprovveduti turisti che la Signora imponente e sicura di se’ poteva simboleggiare l’Italia o la Pax Romana rimasi molto male. Mi chiusero l’immaginazione. Velarono di un passato bellicoso la mia bella Signora che possiede il tempo, genera i frutti e allatta il mondo. Per me questa Signora possiede il tempo perche’ e’ placidamente seduta, non ha fretta, non deve andare a lavoro, non deve cucinare e non deve pulire casa. Sta. Per me questa Signora genera i frutti cosi’ come dispensa latte, cosi’ come esiste l’ossitocina nelle donne in questa Signora esiste una sorta di fruttosicina e verdurosicina. Per me questa Signora allatta il mondo perche’ il bambino e la bambina che tiene tra le braccia ben aperte, morbide, carnose, accoglienti, sono le generazioni che risaneranno il mondo ferito. Passai oltre l’Ara Pacis, oltre le guide turistiche beffarde e opportuniste, passai oltre la Pax Romana, ma portai nella mia memoria l’immagine di questa Signora, perche’ volevo a tutti i costi riappropriarmene, farla mia, rivestirla di significati e simboli che appartenevano a me e al mio nuovo tempo. Quando passai di nuovo vicino ai mausolei e ai centri commerciali, mi sforzai di vedere in una nuova luce anche questi ultimi. Non ci riusci’. Era troppo presto. Forse troppo tardi. Avevo bisogno di un’altra visita delle antenate, di un altro tempo di sogno, di un altro viaggio.

Ilaria Olimpico

Immagine: Tellus, Ara Pacis

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La donna sanguinante

Sotto l’albero la donna. Sotto la donna il sangue. Sotto il sangue la terra.

La donna era in ginocchio e seduta sui talloni. Le braccia le ricadevano lungo le cosce. I palmi delle sue mani erano rivolti verso l’alto. I capelli sciolti, lunghi e spettinati le coprivano la faccia. Ogni tanto si dondolava. Emetteva un lungo lamento. Sanguinava.

Lasciate che il sangue scorra, che la luna scompaia e ricompaia, cresca e decresca. Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti.

La donna sanguinava, emetteva un lungo lamento. Nella sua voce erano le lupe, le orse e le foreste in tempesta. Nelle sue mani aperte scorrevano fiumi di latte. Nel suo dondolio si calmava la bambina che era stata.

Il dondolio, il lamento, il sangue. Tutto fluiva. Tutto scorreva. Tutto passava.

Per un istante, il dondolio fece smuovere i lunghi capelli spettinati e si pote’ intravedere il volto della donna. Gli occhi erano chiusi, le labbra semiaperte nel lamento.

Dentro gli occhi chiusi, sotto le palpebre leggere, scorrevano le immagini che il sangue portava via.

C’era una vecchia donna con meta’ del volto ricoperto di un colore oro e l’altra meta’ attaccata dai vermi. La figlia, con gli occhi riempiti di lacrime, era seduta accanto alla vecchia donna con una mano sul suo viso per cacciare via i vermi.

Il dondolio riprese. Il lamento si fece piu’ intenso. Il lamento sfocio’ in un pianto di vecchia bambina.

Gli occhi si chiusero piu’ forte e le lacrime scesero copiose.

Dentro gli occhi chiusi, sotto le palpebre leggere, ripresero a scorrere le immagini che il sangue portava via.

C’era una bambina tranquilla nelle sue acque, nell’unita’ con la madre, dove non c’e’ tempo e non c’e’ spazio perche’ il desiderio non si completa che e’ gia’ soddisfatto. Venne un uncino di plastica sterile e ruppe le acque. La bambina trasali’. La bambina cerco’ di scappare. Le acque si prosciugarono e la bambina si senti’ senza protezione. Furono luci forti, voragini gravitazionali e terrore di cadere nel vuoto. L’unita’ venne spezzata, in fretta e senza pazienza. La bambina conobbe con trauma il tempo e lo spazio.

Il lamento divenne una ninna nanna per la bambina che era nata. Il sangue divenne la placenta. Dai seni sgorgo’ il latte che non le era stato dato.

Dentro gli occhi chiusi, sotto le palpebre leggere, iniziarono a scorrere immagini nuove.

C’era una bambina sull’erba un po’ verde e un po’ gialla. C’era terra sui suoi piccoli piedi e il sole le faceva increspare la fronte.

Il dondolio si placo’, gli occhi lucidi si schiusero ai raggi del sole basso primaverile, il sangue cesso’ di scorrere.

La donna si rialzo’, aveva una lunga gonna che le scendeva fino ai piedi scalzi e uno scialle giallo sulle spalle.

Inzio’ a danzare, canticchiare e ridere tra l’erba un po’ verde e un po’ gialla e torno’ al suo villaggio, piu’ forte, piu’ sana, piu’ generosa, piu’ fiduciosa.

Ilaria Olimpico

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Interview with Hector Aristizabal, artist, psycoterapist and activist – by Ilaria Olimpico, TheAlbero

Since 2010, ImaginAction (imaginaction.org) creative director Hector Aristizábal and co-facilitator Alessia Cartoni have opened up their international social theatre workshops to apprentices from around the world. The interns are able to participate in diverse community projects, experience methodologies including Theatre of the Oppressed, Playback Theatre, Theatre of Witness, council circle, and ritual. They also share living space, reflection on the work and group dynamics, and individual mentoring.
Hector will be in November in Italy, invited by the artistic collective TheAlbero (thealbero.wordpress.com), for a new apprenticeship “Mentor-ship”. In this interview, Hector explain how the idea of a training-internship was born and how is developing, which is the differece between a mentor and a teacher/trainer, how an international context make you more humble, how personal wounds and gifts are connected and he speaks about his next initiative in Palestine.

How was the idea of a training-internship born?

For many years I worked as a theatre artist and also a psychotherapist in Los Angeles and drew on both streams of experience and knowledge in my work with underserved populations and communities in crisis. I invited many of the people who were my clients in therapy to become actors and created plays with me. Some of them were gang members, some of them were so called “youth in trouble” some of them were people infected and affected by AIDS and HIV, some weretorture survivors from around the world. I always invited the professionals who worked with these groups — therapists, social workers, case managers, and teachers — to participate. I thought it was important for them to see their clients in a new way, as full human beings, and also get some ideas so they could incorporate the arts into their work as well. I found myself more and more committed to mentoring and training other practitioners.

In 2000, I also founded the nonprofit organization, ImaginAction, dedicated to my belief that when we access our own creativity and gifts, we can see transformation in our lives. I began getting invitations to work all over the world, which was wonderful, but though I was always able to train some local people, it was almost impossible to offer the kind of ongoing in-depth experiential and reflective training that were so much a part of my practice in Los Angeles. When the Playhouse offered me a one-month residency in Derry, Northern Ireland, I saw it as a chance to create an internship program, bringing together practitioners and students from around the world for an intensive experience, not only working with communities, but living together and exploring our own attitudes to the work, where we are comfortable and uncomfortable, where we experience blocks, etc.

The internships have taken place in different countries and the interns come from different countries. What difficulties come out of this diversity and how does the international context enrich the program?

Our interns have been exposed to diverse communities and their issues. In Northern Ireland, for example, we have worked with prisoners, former Republican (IRA) and Loyalist (UVF and UDF) paramilitary combatants, suicide prevention programs, youth programs, and more. In Colombia, we have worked with the exploration of group dynamics as well as different groups: the Afro-Colombian displazed population in Palomino, the NGO’s working with victim’s groups. Interns have come from the Netherlands, Belgium, Italy, Israel, Norway,UK, Australia, Venezuela, Colombia, El Salvador as well as the U.S. Rather than our different languages and backgrounds presenting a difficulty, I see it as an asset. I always urge practitioners to meet community members where they are, not to impose expectations or meaning. When you are working in your own city or country, there can be a tendency to believe you know all about the community you are working with. In fact, you may be quite ignorant of the social culture of a marginalized group and may overlook the individual characteristics of its members. In a foreign context, we are less likely to think we know best. We are aware of our own ignorance and so it’s easier to remain humble and really see the workshop participants in an authentic way. Ideally, this way of seeing and interacting will carry over into our work when we return to more familiar settings.
I am also very conscious of the privilege that we have of traveling the world and going to different places, meeting amazing people everywhere. So how can we gather and metabolize what we learn so we can give it back to others? One way is that we become hopefully more sophisticated in the way we handle the method and the techniques, how we add new things, how we share it with other practitioners, how we multiply this work. And working in places like Northern Ireland, that are post-conflict, I hope to learn as much as I can from here so when we return to Palestine we bring this, when we go to Colombia we bring what we learned in Palestine and Northern Ireland to Colombia, and then we take it to Guatemala and to Los Angeles and so on. The interns also carry this learning around the world.

During the internship, you say there are sessions of processing, what does it mean?

From the very first residency, we followed our workshops with processing sessions, reflecting on a daily basis on methodologies but also on our own group dynamics and how the personal issues we struggle with each other are also played out when working with communities. I realized how valuable it was for me to reflect when people asked questions about why we do what we do. I found that my experience of many years as a psychotherapist and my understanding of group dynamics made it possible for me to draw out insight and new understanding in ways that would not ordinarily happen in an educational setting. I sometimes think the most valuable lessons the interns leave with is a better understanding of who they are as practitioners.
In processing the day, we observe the tendencies; things we tend to look at and what are the things we tend not want to see because they wake up our fears. In this work it happens that we start connecting to our fears, our obstacles, our prejudices, our cops in the head, our narratives that are not serving us anymore.

How is a mentor different from a teacher/trainer?

Augusto Boal was a mentor to me. I don’t think he would have recognized me outside of Los Angeles. I also recognize mythologist Michael Meade as my mentor, even though I only see him once every few years.
The Greeks explained this connection exists when the daemon in a person sees and recognizes the daemon in another person. Once that mutual recognition exists, the mentor becomes part of your psyche, someone you think of when you are in trouble. Or someone who comes to you when you most needed, it’s not necessarily a phone call or an email, it can be just in your mind.
We can be mentors to participants in our community-based workshops even if our stay in their place is brief. You may recognize a gift in a young person who has spent his life misunderstood and stigmatized. By truly seeing him, you give him the experience of seeing himself in a new light, and the strength that comes from this mutual recognition can last a lifetime.
The mentor-mentee relationship is a two way process, both mentor and mentee are constantly teaching and learning from each other. What interests me about mentoring is the experience of working with others who share my vocation but have unique ways of expressing their gifts. .
To learn is to transform. True learning is NOT a process of vomiting information. If you are not transforming you are not learning. And learning is an act of love, there’s no other way to learn. The mentor is not someone who is going to give you comfort and a good grade, or just to give you a bad grade and not tell you anything. The mentor has to commit to that part of you that wants to learn. That is something that gets terribly lost in university, where a teacher has forty students, or in virtual learning. Information can be exchanged, but information can only lead to more information, it doesn’t necessarily lead to formation. And you cannot form someone without knowing who they are.
Part of the beauty of having interns participate and often facilitate the workshops is that I can observe their energy, their interactions. From living together, I also begin to appreciate different traits. I am then able to offer guidance or raise questions for the individual to reflect on. In most learning settings I think we lose the opportunity to gain insight and become more aware of how we learn and how we teach. Together we explore the things that don’t allow us to learn as well as the things we want to learn.

The internship is a total experience because you don’t just work together. You live together. How does the mentorship continue during those days and hours of everyday residency life?

The living together in community, 24/7, while doing the work becomes a great laboratory for life. It’s interesting that much of our community-based work is about reweaving the threads of communities broken by violence, addictions, or other problems, while at the same time, most of us no longer live in community. We live in our apartments, we go to work, we come home. The apprenticeships remind us what community means, what it means to take the group’s needs into consideration. The difference between this and other contexts is that if there is a problem we deal with it. We don’t hide it, we don’t put up with you and wait for the month to end. We deal with it, talk about it, make necessary changes.
During an apprentice residency, hopefully we realize that we all need healing and that we all carry medicine. The way I approach the work is to incorporate healing into Theatre of the Oppressed and social justice, because I do believe that without healing there is not much social justice that is possible, or true transformation. Of course, I do not impose transformation. If the person is ready, it will happen. The same when working with communities, we don’t invite them to come for healing but it is often a meaningful by-product of the process.

What do the interns learn?

I have a role to play that is to guide the process, as much as possible, but my intention is that we all jump in with our gifts, knowledge, questions and enrich the process. I am not teaching a model, I am not teaching a series of techniques, I’m not teaching how to do it. Of course, You will have experience in bringing the techniques and methods into a diverse community of people with no previous theatrical experience. You will live the philosophy of liberation arts and more specifically of Theater of the Oppressed.
I sometimes think the most valuable lessons the interns leave with is a better understanding of who they are as practitioners.
Christine Baniewicz an earlier intern said something very interesting: “being in an apprenticeship is not about learning how Hector does what he does, not learning how to be like Hector. It is to start learning how to be like yourself and to embrace your gifts and your styles and you unique challenges.”

You often speaks about gifts and you tell a story about the gift of every child. Your autobiographical book is „the blessing next to wound“. Tells how gifts and wounds are connected. What does it mean in the context of a community?

When I mentioned each person carries gifts or medicine and the blessings are next to the wound, I am simply echoing an understanding I have gained from my own life as well as learned from most traditional societies. It used to be understood that each child brings gifts that are needed by the community. When our gifts are not seen, honored, initiated they often lead us into deep trouble. We become dangerous in the world. The role of the community is to see, to bless, to recognize those gifts of each child and provide them the needed nourishment and opportunities for the gift to be given.
In mentoring we as a group create the conditions for us to see each other, to both recognize our wounds and our gifts and to have the chance to bless and heal together.
In more modern terms, the working together while using a heightened awareness of oneself and the other we learn to see what gets triggered in us as practitioners while doing the work. I have often observed how some people are great when using the techniques with adults, yet the same person becomes paralyzed when using the same techniques with youth. During the processing we discussed what happened and we described what we observed on that person. We often use rainbow of desire and Cops in the head techniques to investigate and help us unveiled and make conscious some of these mechanisms. Often this inquiry leads to the person connecting to deep feelings of pain and anger that got triggered when working with youth. In a safe and supportive environment we work through the fears and identify the coping mechanisms used by the person. Ideally the practitioner becomes more aware of the fact that this work will trigger in us the things that we often have to deal with on ourselves.
An intern reflects : ”I was often bullied as a teen and when the group starts becoming rough or using foul language I get scare or furious and lose my composure,” The invitation then is to recognize that when working with groups our wounds will be re-opened and its important to know that we are also healing ourselves and that we need to find support when this things happen. Our job is not that of having a salvationist formula for people to apply and change, we can only transform by transforming ourselves, participate in healing by healing our own wounds.
Theater is about story telling and story listening. It‘s about the use of symbolic language (stories, myths. dances, music, ritual objects) to re-signify who we are, to re-member who we are to ourselves and to each other and to the earth.

In November, for the next apprenticeship „Mentor-ship“, what will be different?

Each mentorship experience is absolutely unique. It has to do with the alchemy of the people involved and with what we can create together with our desires. I am excited to have as part of the focus the desire to problematize this attempt to reconnect with this ancient ways of teaching. I am interested in collaborating with Albero in more horizontal ways of learning together. We are also incorporating other wonderful ways of transformation such as Dragon dreaming and whatever else the new interns are interested in exploring.

Your next initiative is in Palestine, you were invited by the Popular Struggle Committee of Bil’in, what will you do there?

Yes, from Oct 8 to Oct 22 2014, I will have the privilege of working with a group of both international and Palestinian theater practitioners and the community of Bil’in. They have specifically asked us for a Forum Theater piece that we will then tour through four neighboring villages. Guided by internationally known muralist, Francisco Letelier, we will also create a mural depicting the story of their struggle against the Israeli occupation, Finally we will create and use giant puppets to participate in the weekly nonviolent demonstration organized by the village demanding the removal of the wall.
“TheAlbero”, in collaboration with “Assopace Palestina Roma”, is organizing an evening (in Rome in the end of October) to tell about our experience in Bil’in. I will bring videos, photos and inter-act with the public in a theatrical dialogue.

Juliano Mer Khamis, co-founder of the Freedom Theatre of Jenin, often repeated that the next intifada would have to be a cultural intifada. What do you think about the role of the arts as tools for social justice and resistance?

Juliano has been an inspiration for many of us around the world and as an artist he was also a visionary. I too share his utopian desire to see the third intifada be a cultural one driven by the spirit of art–by the task of transforming what is and creating something completely new.
My desire as I travel to Palestine, Northern Ireland, Colombia and other places is to re-connect people with the role of the arts as the place where humanity heals. If therapy is the place where the individual tries to heal, Art is what heals the community.

Published on http://comune-info.net/2014/10/teatro-dei-ribelli/
Traduzione italiana http://comune-info.net/2014/10/teatro-dei-ribelli/

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La maestra e Marianna

Ci sono storie dai colori pastello, dove il blu, il giallo e il rosso rivestono paesaggi fantastici e personaggi briosi e bizzarri;
ci sono storie bianche che si svolgono nella neve e nel mare freddo del Nord, che raccontano di abbandoni e solitudini;
ci sono storie dai colori caldi che curano le ferite e fanno tornare gli sguardi da bambini;
ci sono storie poi in bianco e nero, dai contorni non ben definiti, che raccontano mondi antichi e lontani, poetici e talvolta malinconici.
Questa storia me l’hanno raccontata in bianco e nero, per immagini come fosse un vecchio film muto, dove i dialoghi sono nei volti e le parole decifrate sono poche e bianche, scritte in un corsivo antico su cartelli in nero.
C’era innanzitutto una bicicletta, una bicicletta che io ho sempre immaginato come una di quelle che da noi si chiamavano “Graziella”. E sulla bicicletta c’era una donna, né giovane né vecchia, dal viso sereno e dal sorriso sincero, a volte innocente e a volte da bambina birichina. E la donna in bicicletta percorreva sentieri pietrosi e bianchi. E ai lati dei sentieri pietrosi e bianchi, sorgevano casette semplici e basse, alberelli da frutta e arbusti aromatici.
C’erano le volte in cui la donna in bicicletta pedalava spensierata per andare a fare la spesa, per andare a messa o per andare a fare una chiacchierata nelle case amiche, e poi c’erano le volte che la donna in bicicletta pedalava veloce, piegata in avanti per acquisire velocità, col fiatone e il batticuore. Queste erano le volte, che di giorno o anche di notte, andava a riscaldare l’acqua, preparare le stoffe bianche di tela pesante e prendere la vita dalle pance delle donne.
La donna in bicicletta la chiamavano “maestra” perché aveva insegnato anche ad altre donne l’arte della levatrice. Allora, a volte, si vedeva un uomo in camicia non stirata e fuori dai pantaloni, con la barba non fatta e lo sguardo un po’ perso che diceva a chi domandava: “abbiamo già chiamato la maestra, sta venendo”. Altre volte, si vedevano gruppetti di donne con il fazzoletto sulla testa e il grembiule sporco di farina, attorno al forno, che dicevano: “sta arrivando la maestra, ma è presto ancora”. E altre volte ancora, si vedeva qualche bambino nel cortile di una casetta semplice e bassa che sedeva sul muretto con le gambe a penzoloni e a chi domandava diceva: “stanno tutti dentro, speriamo che la maestra arriva presto”.
Una notte, Marianna fece chiamare la maestra. Sentiva un serpente che partiva dal punto più basso della schiena e arrivava alla sua ioni, passando per i fianchi. La maestra arrivò e disse che era presto. La notte dopo, Marianna sentì di nuovo il serpente che la avvolgeva, quando restava nel letto, si metteva sul fianco, aspettava di sentire il dolore e cercava di allertare tutti i sensi, per capire bene come si svolgeva questo mistero e per poter spiegare alla maestra cosa sentiva e a che punto stava la faccenda. Era quasi mattina ormai e Marianna faceva su e giù dal letto, ascoltava il mistero, si posizionava come aveva detto la maestra per aspettare e accogliere la forza della vita, si accovacciava, piegandosi sulle ginocchia con le gambe larghe, facendo spazio per il pancione alla sua massima espansione, inspirava profondamente e, quando il dolore si faceva più intenso, lo accompagnava, espirando lungamente con la bocca appena aperta come se fischiasse. “Non si può più aspettare, bisogna chiamare la maestra” disse il marito con la voce seria seria. Marianna acconsentì. La maestra venne e preparò un grande telo spesso sul pavimento, cambiò le lenzuola, diede le indicazioni al futuro padre e diede del miele alla futura madre. La maestra aveva detto a Marianna: “sentirai la forza della vita che ti avvolge i fianchi, ti stringe, ti addensa, ti compatta, e intanto, anche se non lo sentirai allargherà, dilaterà, spianerà”. Il respiro di Marianna che accompagnava e accoglieva il dolore diventava un fischio sonoro, poi una “a” prolungata, poi una “a” quasi urlata. La maestra aiutò allora Marianna a sopportare il dolore: applicò stoffe bagnate di acqua calda sulla parte bassa della schiena, le fece fare un bagno versando acqua calda sulla parte dolente, la fece appoggiare sulle sue spalle e le disse di dondolare sulle ginocchia piegate. Infine la forza della vita cambiò toni e modi, irruppe facendo rompere il sacco amniotico e acqua chiara uscì a fiotti, bagnò camicie, lenzuola e pavimento. Marianna si accovacciò sul telo spesso, guardava le labbra della maestra che sussurravano sorridendo lievemente: “è quasi fatta, forza”. Arrivò il momento di spingere, la forza della vita cambiò ancora toni e modi. Lasciava prendere fiato, energie e suggerimenti e poi tornava più forte che mai e in maniera nuova. Come si spinge veramente si chiedeva Marianna. La maestra aveva una voce calma e dolce, nei momenti di tregua, suggeriva a Marianna di guardarsi la pancia, di immaginare la bambina, le diceva che ormai poteva vedere i capelli scuri. Marianna allora urlò, urlò più per trovare la forza necessaria a spingere che per il dolore, e la testa di Nina fu spinta fuori e tutto il corpicino seguì sguisciando come un pesciolino. In un attimo Nina passò dalle mani sapienti della maestra al seno gonfio di Marianna e Marianna fu completamente risucchiata dagli occhioni scuri di Nina spalancati sul mondo.
La maestra era ancora una volta, per la millesima volta, commossa, con le pelle d’oca e gli occhi lucidi, ma oramai Nina prendeva tutta l’attenzione. La maestra aspettò il secondamento, sistemò le ultime cose, aiutò Marianna a cambiarsi, a lavarsi e a rilassarsi con la piccola Nina al seno, sul letto odoroso di lavanda mediterranea.
La maestra salì sulla sua bicicletta, sentì le gambe tremolanti, come sempre, come se fosse sempre la prima volta, sentì tutta la stanchezza e disse in mente una preghiera per la piccola Nina, come usava fare sempre per tutte le bambine e tutti i bambini: “Che Dio sia davanti a te per guidarti, dietro di te per proteggerti e al tuo fianco per benedirti”.

Ilaria Olimpico

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Communitas

Communitas è il termine latino per indicare l’ideale della comunità, fa riferimento allo spirito dello stare insieme in maniera solidale. Communitas è oggi anche il nome di un’esperienza-ricerca del collettivo artistico TheAlbero, un luogo che riunisce le persone che vogliono recuperare la relazione perduta con la natura, in cui sperimentare concretamente la riscoperta dell’essere comunità attraverso il teatro, i rituali e la narrazione.

Communitas diventa così un cerchio pulsante che si apre e si chiude a seconda delle persone che arrivano e vanno, un tempo fuori dall’ordinario in cui ri-pensare se stesse/i nella relazione con gli altri e con la natura. Ma Communitas è anche la possibilità di vivere non con un’economica del debito, ma con un’economia del dono, un invito a fare rete per sognare insieme e sperimentare qui e ora un progetto che cambia la relazione tra umanità e natura, tra comunità e ambiente.

Communitas si svolgerà in due periodi (14-22 giugno e 5-13 luglio) a Casalbordino, in provincia di Chieti.

L’idea è nata dall’esigenza personale di cercare nuove modalità di relazioni tra umani e tra umani e natura. Questa esigenza ha portato TheAlbero a sognare di lasciare la megalopoli romana per trasferirsi in un paesino abruzzese e svolgere i laboratori in un terreno dove sperimentare la permacultura e l’ecobuilding, il teatro e la comunità. L’esigenza personale riecheggia nelle questioni collettive poste dai movimenti delle transition town, degli orti urbani e degli ecovillaggi.

Secondo la metodologia del Dragon Dreaming per realizzare i propri sogni personali si deve creare un dream team (un gruppo del sogno) che decide di realizzare al 100 per cento i sogni del gruppo, sapendo che i sogni personali devono morire per rinascere come sogno collettivo. Per questo TheAlbero invita a far parte di Communitas come un sogno-progetto collettivo. Una communitas si riappropria dell’arte come una fonte di trasformazione, liberazione ed espressione. L’arte nella communitas è celebrazione creativa delle stagioni della vita, rito per la rigenerazione personale e collettiva nella quale tutte e tutti possono partecipare, luogo di conoscenza attraverso il corpo, i sensi e la bellezza. Per questo, il 21 giugno in occasione del solstizio e il 12 luglio in occasione della luna piena si svolgerà un rituale performativo nella Communitas.

Durante il seminario, attraverso il teatro immagine – teatro dell’oppresso – si rendono visibili le rappresentazioni della comunità e della società, si conosce attraverso il corpo ciò che si dà per scontato e ciò che si vuole trasformare, ciò che ci opprime, ciò che desideriamo e i passaggi per superare le oppressioni e raggiungere il desiderato. Il teatro fisico permette di entrare con il corpo nell’esperienza della comunità come “antistruttura” (la comunità, secondo Turner, si presenta come la parte non strutturata dei legami sociali, fa riferimento alla solidarietà, alla semplicità e alla spontaneità, contrapponendosi alla parte strutturata, che fa riferimento alle istituzioni, alle gerarchie e all’organizzazione della società). Il teatro forum (teatro dell’oppresso) inscena i conflitti presenti nelle società e nelle comunità offrendo l’opportunità di provare i cambiamenti possibili. L’esperienza laboratoriale sulle metodologie volte al consenso propone strumenti per gestire i conflitti e prendere decisioni in comune. Attraverso il teatro-giornale si prendono in considerazione testi non drammatici che pongono questioni sulle relazioni sociali e sulla relazione tra ambiente antropico e natura. Il teatro permette di intrecciare la storia dei movimenti sociali nel Mediterraneo degli ultimi anni e le storie personali delle ricerche di cambiamenti sociali, chiedendosi verso quali relazioni a livello macroscopico aspiriamo e con quali mezzi e modi vogliamo raggiungerle. La danza, il teatro, l’arte marziale, la comunicazione delle emozioni sono esperienze che ri-cercano l’armonia tra il corpo, la mente e lo spirito; in una communitas l’armonia tra i membri dipende dall’armonia con se stessi/e e con ciò che ci circonda. La permacultura insegna una nuova relazione con la natura, in cui si impara dagli ecosistemi naturali la conservazione dell’energia, della biodiversità e della sostenibilità.

Communitas ha l’ambizione di mettere insieme tutto questo perché crede che per avvicinarsi alla communitas ci sia bisogno di un cambiamento paradigmatico. Non si tratta solo di rivedere le leggi che regolano i rapporti tra persone, ma le pratiche e le visioni che regolano il rapporto tra i generi, tra il corpo, la mente e lo spirito, tra l’umanità e la natura, tra i gruppi.

L’arte può promuovere l’immaginazione e l’immaginazione è il presupposto imprescindibile per essere capaci di pensare cambiamenti paradigmatici e aprire le porte ad altri mondi possibili. Non è un caso che la natura e il corpo siano simbolicamente affini e siano entrambi oppressi dalle società che hanno perso gli elementi della communitas. Il corpo è considerato gerarchicamente inferiore alla mente e ridotto a mero oggetto vuoto. La natura è considerata inerte e ridotta a insieme di metalli, terra e acqua da sfruttare. La riappropriazione della natura e del corpo come forme vive e senzienti fa parte del processo di ri-creazione e ri-generazione della communitas.

Partendo da queste premesse, restano tante domande da cercare ed esplorare attraverso la pratica, il corpo, il lavoro della terra e lo stare insieme in cerchio…

Ilaria Olimpico e Uri Noy Meir
pubblicato su http://comune-info.net/2014/06/communitas-il-cambiamento-e-comunitario/

communitas sogno

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