TheAlbero

Quest’Albero che vedemmo era misterioso e semplice a un tempo.
Aveva un tronco robusto, antico, dalla corteccia rossiccia di sangue coagulato, di ferite guarite. Aveva rami larghi che tendevano al cielo e offrivano rifugio ai piccoli animali.
Aveva radici profonde che affondavano nella Terra scura e fertile.
Quest’Albero lo vedemmo la prima volta in una fresca serata estiva e continuammo ad andare da lui ogni volta che c’era da raccontare una storia, che c’era da danzare una danza, che c’era da ricordare e guarire, da sognare e creare.
L’Albero cambiava a ogni stagione e noi con lui. In Autunno con lui ci spogliavamo delle vite che avevamo gia’ vissuto, in Inverno con lui eravamo nudi e veri per meglio sentire, in Primavera con lui tornavamo a fidarci della vita e ci aprivamo alla trasformazione, in Estate con lui donavamo i frutti della rinascita.
E sempre, in ogni stagione, come le sue radici, affondavamo nella terra e affrontavamo la paura di esplorare le fonti scure e buie delle risorse.
E sempre in ogni stagione, come i suoi rami, ci aprivamo, accogliendo, fremendo, bruciando, fiorendo.

*TheAlbero, Collettivo Artistico fondato da Uri Noy Meir e Ilaria Olimpico

Ferite di donne, Medicine di donne

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Ferite di donne Medicine di donne, Ilaria Olimpico

Laboratorio di Arte Partecipativa e Cerchio di Donne

Riflessioni

” … facilitare un laboratorio per sole donne e’ un’esperienza intensa, profonda, emozionante… sempre.

Ci sediamo in cerchio, mettiamo al centro la nostra presenza in maniera simbolica con un nostro oggetto personale e gia’ qualcosa di stra-ordinario accade.


Camminiamo nello spazio, prendiamo consapevolezza del respiro, ci guardiamo, ci conosciamo in un codice “socialmente non atteso”, ci riappropriamo dei nostri corpi cosi’ come sono, li onoriamo, ci lasciamo scivolare via le sagome pubblicitarie che ci ritroviamo appiccicate addosso, ci ri-connettiamo.


Giochiamo, ridiamo. Ci emozioniamo, forse piangiamo.

Ci concediamo di conoscere la nostra vera voce, il “muscolo dell’anima”.
Entriamo in relazione con le altre mettendoci “nelle loro statue”, nelle posture che hanno creato con i loro corpi.

Danziamo e scriviamo poesie lasciandoci ispirare dalle danze delle altre.
Ascoltiamo e raccontiamo storie insieme, ci re-inventiamo e partoriamo mille e un mondo possibile.

Ripercorriamo la nostra storia di essere donne, tra posture rigide, movimenti sinuosi, tappe difficili e gesti simbolici.

Condividiamo tutto e non dobbiamo spiegare niente.

I laboratori con le donne risentono della conoscenza di tante donne… in questo momento sento di ringraziare: Anita Mosca (drammaturga e attrice), Carol Mendelsohn e Zwaantje de Vries (Centro artistico Roy Hart), Nube Sandoval (teatro Cenit), Silvana Rigobon (medicine movement e cerchi sul ciclo mestruale), Alessia Cartoni (facilitatrice di Theatre of Witness, Teatro dell’Oppresso ed arti partecipative in comunità), Marcia Plevin (danza movimento terapia).”

Ilaria Olimpico


Un laboratorio per ritrovarci tra donne, per riscoprire il nostro potenziale creativo ed espressivo che genera e rigenera, per condividere le ferite e le medicine.


Insieme pratichiamo il Teatro danza, per esprimerci con il corpo ritrovato, nello spazio liberato, tra le altre in armonia,


il Teatro dell’Oppresso, per prendere consapevolezza e per trasformare la realtà, personale e sociale,


la Narrazione partecipata, per tessere insieme una storia collettiva, in una pratica di ascolto attivo, condivisione e orizzontalità,


lo Storytelling, per ritornare bambine, ascoltando storie contenenti luoghi e personaggi archetipici.


Sperimentiamo l’integrazione di diversi linguaggi, usando il corpo, la poesia, l’immagine, il suono, la manualita’, la voce, la danza e la parola.

 

 

 

Di foreste e di figlie

 

Come una Dafne speculare e opposta,

sono gia’ Alloro, arbusto, pianta,

e sono donna in fieri, in continua metamorfosi tra umano e vegetale.

Rami tra le braccia, i miei tra le tue,

porto te, uomo, nel regno vegetale.

Rami-braccia si cercano e si intrecciano, si sfiorano e si scontrano.

Le mie mani-rami passano tra i tuoi capelli che diventano giunchi.

Della tua barba faccio un nido sul mio ramo piu’ bello.

Mentre ti stringo,

La tua pelle morbida e liscia dei fianchi diventa corteccia ruvida e tronco robusto.

Ti porto nella foresta con me.

Siamo mani e foglie, braccia e rami, capelli e giunchi, toraci e tronchi, sangue e linfa, caviglie e radici,

sguardi e cieli, ventri e terra.

Dai nostri frutti prenderemo i piu’ dolci per dare vita alle nostre figlie.

Dalle nocciole piu’ lucide prenderanno colore occhi profondi e immensi,

dalle albicocche piu’ succose prenderanno polpa e carne labbra ben disegnate,

dalla gemma piu’ promettente prendera’ forma il nasino delicato e gentile.

I venti che ci sferzano e ci sfiorano, ci avvolgono e ci dividono,

scompiglieranno i capelli delle nostre figlie,

lasciando riccioli del colore delle castagne piu’ buone.

La brezza del mare che risale fino a noi portera’ le risate dei delfini fino alla gola delle nostre figlie.

L’odore del grano sara’ sulla pelle delle manine da mangiucchiare di baci.

Culleremo tra i nostri rami le nostre figlie

all’ombra delle nostre chiome verdeggianti nella stagione calda,

e nella stagione fredda, lasceremo cadere le nostre foglie

perche’ le nostre figlie possano godere della luce

del sole lontano e fioco.

E sempre resteremo nella terra e sempre tenderemo al cielo.

Perche’ e’ dalle fessure che passa la luce, figlie mie,

perche’ e’ accanto alle ferite che la benedizione riposa.

E anche nei momenti piu’ freddi e bui dell’anno,

non sarete mai sole, figlie, perche’ siete figlie della foresta.

Ilaria Olimpico

 

 

Grazie Fatima

Paralizzate dai confini, le donne partorivano paesaggi e mondi interi”. “I sogni sono come i profumi, invisibili ma potentissimi (Fatima Mernissi, La terrazza proibita)

Ti ho citato spesso nelle mie ricerche di corrispondenze tra approcci interculturali e approcci di genere,

Ti ho letto tanto, sono stata sognante sulle terrazze della tua infanzia in Marocco e sono stata affascinata dalle sultane in terre di Islam da te riportate alla memoria, smentendo Bernard Lewis, ulema e islamofobi…

Grazie Fatima Mernissi!

Ilaria

(la sociologa e femminista Fatima Mernissi è morta il 30 novembre a Rabat)

La mia recensione del libro “La terrazza proibita. Vita nell’harem” di Fatima Mernissi (ed. Giunti, 1996)

Una “terrazza, spaziosa e invitante, tutta imbiancata a calce” è il luogo magico dove prendono vita le storie delle Mille e una notte, dove i ragazzi e le ragazze si scambiano sguardi furtivi d’amore, dove, nelle notti di luna piena, le donne recitano formule magiche in lingue sconosciute, dove una bambina si nasconde in una giara di olive per imparare a non avere paura.

Fatima Mernissi racconta la Fez degli anni Quaranta con la semplicità tenera e l’arguzia innocente della bambina che è stata.

La curiosità infantile passa dal desiderio di capire cos’è un harem o il perché della guerra, alla voglia di imparare formule magiche d’amore, dall’esigenza di capire cosa sono i hudud (confini), alla voglia di sapere cos’è la felicità “piena e tonda, al cento per cento”.

Chi legge, così come la piccola Fatima, impara che le parole sono come cipolle, “più pelli togli, più significati incontri”. Così, la parola harem evocherà allo stesso tempo: un cortile di una famiglia allargata in cui non c’è né discrezione, né autonomia; una terrazza incantata dove si recita e si gioca; una prigione dove si schiacciano “talenti e desideri”, una comunità di donne che solidarizzano e sognano “una vita di deliberata indulgenza”.

Le donne del romanzo sono sia coloro che, sulla terrazza, inneggiano alle eroine del mondo arabo, da Sherazad a Huda Sharawi, consapevoli dell’impellenza della libertà e della modernità, sia quelle che concordano con gli uomini sulla reclusione delle donne e si autorecludono nei limiti della tradizione.

Le note dell’autrice sono illuminanti circa i particolari personaggi evocati o taluni eventi storici a cui si fa riferimento, inoltre, sono utili le note esplicative sulla cultura islamica per chi non è esperto.

Ciò che percorre l’intero romanzo sono il potere simbolico e di riscatto delle storie e delle drammatizzazioni e la tenacia dei sogni.

Paralizzate dai confini, le donne partorivano paesaggi e mondi interi”. “Certo un sogno da solo, senza il potere contrattuale necessario a perseguirlo, non basta a trasformare il mondo o ad abbatterei muri, però aiuta a conservare la dignità”.

A chi si lascia affascinare, rimangono i profumi, di henné e di thé, e i sogni. E i sogni sono come i profumi: “invisibili ma potentissimi”.

Ilaria Olimpico

Un nostro laboratorio…

Un laboratorio di TheAlbero è

uno spazio ludico e al tempo stesso profondo, in cui, attraverso il gioco, conosciamo noi stessi/e e gli altri/le altre,

uno spazio creativo e di liberta’, in cui, quando creiamo, dispieghiamo le ali della liberta’ di espressione piu’ autentica e diventiamo narratori e narratrici della nostra storia,

uno spazio di condivisione e ascolto attivo, in cui raccontiamo e ci raccontiamo, protette/i nella frontiera tra realta’ e immaginazione,

uno spazio trasformativo che permette di vedere l’immagine della realta’ e la realta’ delle immagini, in un quarto tempo in cui l’impossibile diventa possibile,

uno spazio per la teatralita’ essenziale per attori e attrici ma soprattutto per non attori e non attrici,

uno spazio di esplorazione artistica in cui cerchiamo corrispondenze e interconnessioni tra il linguaggio visivo, corporeo, verbale, lo spazio che ci circonda e le persone che incontriamo.

Ilaria Olimpico, Uri Noy Meir

Immagini e Storie sulla diversità a scuola

Grazie ai ragazzi e alle ragazze della Scuola Pablo Neruda di Roma
per essersi messi in cerchio con noi, per aver condiviso storie di esclusione, per essere andati in scena mostrando la solidarietà e la valorizzazione della diversità.
Di seguito le loro riflessioni sul laboratorio*:

un grande insegnamento di vita… di non fermarsi all’apparenza.
in questo laboratorio ho esplorato le mie emozioni in modo non superficiale.
sento di non essere più quello di una volta ma sono cambiato dentro.
Ho provato emozioni uniche e indimenticabili.
Abbiamo iniziato a scoprire nuove tecniche di comunicazione attraverso giochi, immagini e teatro.
Questo progetto mi ha fatto capire ancor di più che è bello essere diversi, nessuno deve essere giudicato.
Prima del progetto, prendevo in giro.
…ci insegnano a capire che siamo ciò che siamo…
In questo progetto, mi sono sentita diversa ma sono stata felice di esserlo.
Siamo riusciti a diventare più uniti e solidali tra di noi.
È stato bello perchè nessuno imponeva le sue cose all’altro.
Abbiamo imparato a lavorare in gruppo e la modalità del cerchio è molto utile perchè ci dà la possibilità di ascoltare di più gli altri.
…soprattutto ci ascoltiamo.
potevamo dire ciò che pensavamo a turno senza essere contraddetti da nessuno.
Abbiamo scoperto cose nuove dei compagni,come paure, idee.
Credo che ha aiutato ognuno di noi.

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*Il laboratorio Immagini e Storie è stato svolto nell’ambito del progetto sulla diversità della Cooperativa Nuovi Orizzonti, grazie ai fondi del Municipio XIV. Approccio interculturale, Metodologia integrata: teatro dell’oppresso, fotografia partecipativa, narrazione partecipata, stop motion.

Installazione In nome della Madre, Grazie!

Dal 25 ottobre all’8 novembre, la Casa Internazionale delle Donne ha ospitato l’installazione In nome della Madre*. L’installazione e’ stata un’esperienza sinestetica e interattiva che iniziava con la Gratitudine, passava per il Dolore della Ferita, attraversava la Trasformazione per poter Guardare con occhi nuovi e Andare Avanti.

Alla fine dell’esperienza dell’installazione, abbiamo chiesto alle visitatrici e ai visitatori di scrivere un sogno, un’emozione, un impegno, una riflessione. Questo e’ quello che abbiamo raccolto:

Pace con me stessa e con gli altri.

Da madre terra a figli di una sola madre.

Continuare a credere che another world is possible e lavorare con coerenza.

Dare corpo al sogno della poesia.

Desidero sempre di piu’ una migliore energia con la natura.

Sogno i bambini che possano continuare a guardare le stelle liberi di respirare aria pulita e nutrirsi di natura.

Respirare. Consapevolmente.

Connessioni, cooperazione, condivisione.

Vorrei aver partecipato al laboratorio nel cortile con il palazzo bianco intorno… tutto molto emozionante, grazie.

L’emozione di un viaggio lungo tutte le vite… il sogno di tutte le vite che diventano una.

La natura ci ha dato tutto, adesso e’ il nostro momento per dare tutto a lei.

Un impegno… maggiore rispetto per le esigenze della natura.

Un sogno… costruirmi un’abitazione in un parco.

Un’emozione… una dolce musica che accompagna il mio sogno.

Il mio sogno e’ che tutti noi si completino con l’amore di qualsiasi genere e razza.

La natura ci rende liberi, ci fa ritrovare il vero senso della vita, riappropriandoci delle nostre sensazioni arcaiche, istintive, liberandoci da dogmi, preconcetti, maschere, solo ritornando al suo contatto, ritroveremo autenticita’ e liberta’.

Sento un profondo grazie… per tutte le volte che non sono riuscita a vedere oltre e a far fluire tutte le belle sensazioni che ho racchiuso dentro. Non vergognarsi piu’, abbracciare, legarsi, far uscire tutte le lacrime e donarle alla terra arida per farla fiorire. Un bagno d’erba, cadere e rotolarsi, scrutare oltre, viaggiare.

Cambia todo cambia… y ase’ como todo cambia que yo cambie no es estrano… (M. S.) Questo percorso mi risuona e mi ha fatto venire in mente questa canzone… semplice, intensa e magica come tutto cio’ che e’ realmente bello. Il mio sogno e’ ritrovare l’autenticita’ e soprattutto un tempo piu’ naturale, che qui ci schiaccia un po’.

Vorrei che guerra smetta e che ci sia la pace.

Sogniamo e realizziamo i nostri sogni.

It’s matriarchal cultures turn again.

Sostenere in ogni caso, in ogni luogo, la vita.

La percezione vera degli elementi. Voglia di ricongiungimento.

Rispetto (sogno) Gratitudine (emozione) vita serena (impegno)

Il cammino da proseguire, con le mani insieme, toccandole stringendole, bevendo lacrime a gocce, disegnando sorrisi.

In nome della Madre: raccolta, protagonista incontrastata, involontaria centrale e occulta, sensitiva e incontestata.

L’intenzione di aver fatto questa installazione e’ buona. L’emozione in certi momenti e’ stata di ansia e turbamento.

Difficile trovare il contatto con Madre Terra se ognuno pensa al suo benessere personale… se riuscissimo a capire che la nostra esistenza dipende da lei… Inquiniamo meno!

lasciare il mondo un po’ migliore di come l’ho trovato…

E’ la seconda volta che vedo questa installazione ed e’ bellissimo… grazie!

Il piacere di essere con la natura…

Ho provato… un’intenzione enorme di riavvicinamento alla natura… in fondo e’ cio’ che sento dentro ogni giorno e che posso esprimere …

Altre presenze

Per ricordarsi… prima e’ essere poi la materia. La vita di ogni cosa esistente.

Liberta’ condivisione passione.

Oltre un cancello un giardino… alberi in autunno… foglie verdi, foglie gialle, foglie cadute che sono un tappeto che coprono terra bagnata, fango, su cui saltare gioiosi come bimbi… questo e’ il mio sogno.

Respiro, energia, flusso, connessione, umanita’, relazioni, rispetto. Riconnetterci con la madre terra. Tornare alla naturalezza del nostro essere, alla pancia. Abbandonare le sovrastrutture.

Emozione… un’emozione sarebbe troppo poco o forse la vita passata fino ad adesso non mi fa assaporare un’emozioneunica cosi’ profonda, cosi’ le dovrei elencare ma in realta’ non saprei nemmeno fare questo e allora, allora cio; che posso dire e’ una sensazione unica, la sensazione della terra, di una connessione che sta scomparendo ma che riesco a rivivere solo all’interno di un bosco. Il bosco e’ vita, e’ emozione, e’ calore, e’ buio, silenzio, rumore, violenza e Pace. Si’ pace, pace e’ quello che mi trasmette la madre terra.

 

Grazie alla Casa Internazionale delle Donne e al Centro Studi Femminista sull’Economia del Dono

*L’installazione e’ una co-creazione di Alessia Cristofanilli, Fernanda Dimastropaolo, Pietro Giuliati, Francesco Martino, Ilaria Olimpico, Cristiano Pinto, Uri Noy Meir e di tutte le persone che hanno partecipato ai laboratori e alle interviste del progetto In nome della Madre** a cura di TheAlbero, concedendo il permesso di condividere le loro immagini, le loro poesie e le loro voci.

**In nome della Madre e’ un progetto del Collettivo Artistico TheAlbero.

Il progetto e’ nato seguendo tre sogni: risanare il legame con la Madre Terra, partorire nuovi mondi possibili, essere guidati dai principi materni della cura e del dono.

Crediamo nel Teatro e nell’Arte come strumenti di trasformazione personale e sociale e crediamo nella valenza del teatro come rituale di “guarigione”, per questo abbiamo voluto offrire il medium artistico per risanare il legame con la Madre Terra (Ilaria Olimpico, TheAlbero)

TheAlbero e’ stato in viaggio per tutta l’estate 2015 in Italia e in Europa, incontrando persone e comunita’, per raccogliere immagini, suoni, poesie e voci che portassero un messaggio “in nome della Madre Terra”.

I laboratori sono stati svolti credendo nell’Economia del Dono. Non ci sono state quote fisse ma la fiducia che le persone coinvolte onorassero il lavoro svolto, in liberta’ e con responsabilita’.

Condividiamo la gratitudine per tutte le persone meravigliose che abbiamo incontrato e con le quali abbiamo co-creato durante il nostro viaggio, per tutte le persone che hanno sostenuto tramite l’economia del dono il progetto “In nome della Madre” e quindi tutto il nostro progetto piu’ ampio “TheAlbero” (Ilaria Olimpico e Uri Noy Meir, TheAlbero)

I laboratori teatrali hanno integrato diversi linguaggi (si e’ esperito il passaggio dal linguaggio corporeo alla poesia e viceversa, dall’immagine al suono/movimento, dall’immagine al racconto orale) e diverse metodologie (Teatro dell’Oppresso, Narrazione Partecipata, Social Presencing Theatre, Estetica Matriarcale).

Durante i laboratori teatrali e le interviste abbiamo potuto guardare le ferite inferte alla Terra e abbiamo potuto cercare insieme le “medicine”. (Uri Noy Meir, TheAlbero)

In particolare, alcuni laboratori rivolti solo a donne, hanno indagato la correlazione tra oppressione sui corpi femminili e oppressione su Madre Terra.

I laboratori con le donne sono stati molto intensi, talvolta dolorosi, perche’, come ha detto una partecipante, “abbiamo sentito nel nostro utero la ferita della Terra”, o come ha detto qualcun’altra “abbiamo sentito nel corpo quello che non avremmo capito con il cervello, quanto e’ profonda la connessione tra ferita alla terra e ferita nel corpo femminile (Ilaria Olimpico, The Albero)

Tappe del viaggio In nome della Madre

  • Napoli, grazie alla solidarieta’ delle donne del gruppo TDO Napoli e Dintorni
  • Poggio Catino, grazie all’ospitalita’ del Podere dell’Autosufficienza
  • Montefiore dell’Aso (AP), grazie alla solidarieta’ di Aradia Aps e l’ospitalita’ di Angeli di Montefiore/Yogaitalia
  • Berlino
  • Candeggio (PG), Comunita’ Che Passo
  • Bucarest
  • Assisi
  • Malerargues, Francia, Centro Artistico Internazionale Roy Hart
  • Mas Franch, Spagna, Comunita’ di Mas Franch
  • Monzuno, Comunita’ L’Alluce Verde, Theatre for Transition Learning Village
  • Lucca, Festival MITOS
  • Roma

 

In nome della Madre, In the name of the Mother

In nome della Madre e’ stato un viaggio creativo, una ricerca estetica e un’installazione interattiva.

Quando abbiamo iniziato, queste erano le nostre premesse e le nostre intenzioni:

In nome della Madre perchévogliamo risanare il legame con la Madre Terra, vogliamo partorire nuovi mondi possibili, vogliamo essere guidati dai principi materni della cura e del dono.

Vogliamo raccontare questa esperienza attraverso immagini, voci e scene.

In coda trovate il nostro Album e alcuni video.

Grazie a tutte le persone e ai gruppi che hanno sostenuto questo progetto con l’Economia del Dono.

ALBUM

In the name of the Mother was a creative voyage, an aesthetic exploration, an interactive installation.

When we started, these were our intentions and premises:

In the name of the Mother because: We want to heal the connection to Mother Earth, We want to give birth to new possible worlds, We want to be lead by the maternal principles of caring and sharing.

We want to share our experience through some images, scenes and voices.

Thanks to all persons and groups that supports this project through the Gift Economy.

https://youtu.be/aIgRG9npNlo

https://www.youtube.com/watch?v=2EvHBvF6eEU

https://www.youtube.com/watch?v=3A6EuZZ6JOU

https://www.youtube.com/watch?v=6-KrnzXb4pM

 

Metaphoric Creative Actions in Public spaces – an evolving call for action towards COP21

The play is not only the play but also the playfulness. It is through playing that we return children and can gain or rather regain a greater understanding of the preset moment and what is needed to have a life sustaining culture. In Theatre of the Oppressed Brazilian Augusto Boal[4] suggests playfulness and creativity as tools for social and political liberation and redemption of the oppressed. Augusto Boal developed a full arsenal of theatrical techniques, games and exercises that try to achieve exactly that: Newspaper Theatre, Invisible Theatre,  Image Theatre,  Forum Theatre, Rainbow of Desires, Legislative Theatre and Aesthetics of the Oppressed. Everyone can and does act and create, we are all artists and theatre and art can help us change reality instead of just waiting for it that is the essence of his thought and legacy.

But how can those techniques meant to liberate the oppressed be used to help an oppressed that is none of us and all of us at the same time, Gaia, our Mother Earth?  How can we adapt those techniques and other useful techniques like Jonathan Fox and Jo Salas development of the Playback theatre[5] to deal with this great challenge of our times? What is the kind of play we need to catch conscience not only of the king but of all of us?

The Spiral

Modern man must descend the spiral of his own absurdity to the lowest point; only then can he look beyond it. It is obviously impossible to get around it, jump over it, or simply avoid it.” – Vaclav Havel

A spiral unites the circular and linear perception of time in one theory. As science become a more established and “grown up” source of knowledge it learns and ”discovers”  simple truths that indigenous cultures have known for a very long time (the others have forgotten). Are we in the end of the spiral or in its beginning, Can spiral have such things as beginnings and ends? Are we in the descending or ascending in the spiral, does up and down have any sense in a spiral?

Joana Macy propose a spiral model for the inner work of an activist :

The activist’s inner journey appears to me like a spiral, interconnecting four successive stages or movements that feed into each other. These four are:

  1. opening to gratitude,

  2. owning our pain for the world,

  3. seeing with new eyes,

  4. going forth.

The sequence repeats itself, as the spiral circles round, but ever in new ways. The spiral is fractal in nature: it can characterize a lifetime or a project, and it can also happen in a day or several times a day. The spiral begins with gratitude, because that quiets the frantic mind and brings us back to source. It reconnects us with our empathy and personal power. It helps us to be more fully present to our world. Grounded presence provides the psychic space for acknowledging the pain we carry for our world.”[6]

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This model inspires us to think of a dramaturgy that works from the inner towards the outer. We think that maybe by reproducing the spiral phases as metaphoric creative and collective actions we could bring about both the healing of the “inside” and shifting of the “outside”,  together in harmony into the world.

The Gift

It’s not how much we give but how much love we put into giving.” ― Mother Teresa

So what does starting with gratitude means in a public creative action? It can mean giving thanks for the gifts we receive from Mother Earth and for its unconditional love to us. Everything we hold and gives has life comes from the earth and she asks nothing in return, and it will not ask in the future, this the unconditional love and gift that moves everything in our world.  We could just hold hands in silence and say a quit heartfelt thank you to all the abundance we receive.  We could give small gifts in the form of leafs and branches to the people in the street, making for them obvious and clear the generosity of nature. We could sing and we can dance while giving thanks, that is what we did for millenniums and has brought balance and harmony  to our communities. Urbanization and modern lifestyle have pushed and marginalized ritual of thankfulness, play, song and dance from our lives. Our first action would be to reclaim it with joy and an open heart and invite others to join our circle. It might already make huge difference and open the way and the heart for the next steps that we need to take the biggest gift we received, life.

The Wound

Not without a wound in the spirit shall I leave this city.” – Khalil Gibran

How own our pain for the world would look like in the streets of certain city or town? It could be by expressing our pain to the world through images, sounds and words. It could be by creating a human tableaux (Image theatre) that shows the suffering of the earth and the suffering men and women of this time using. It could be done by reading texts and interpreting texts that speak of this (Newspaper theatre), it could be done by sharing stories that present the problems we are facing (Forum Theatre), it can also be done by simply  singing songs and reading poems that express the depth of the wound of our disconnection from nature and the pain it creates.

The Medicine

Initiation remains at the stage of ordeal unless I find a way to share the gift of medicine I found with my wound.” – Hector Aristizabal

How can we, trough a creative action in a public space, see and make others see with new eyes the reality and what needs to be changed around climate change or any other interconnected subject? One way would be moving from the image of pain to an ideal, or emerging image. Using Image theatre to explore the possible and necessary transformation and action wanting to born out of the wound, The motion inside emotion. It could be by opening a dialogue with Forum theatre or sharing through Playback theatre with the people that we meet on the streets our feeling and thoughts wound of pain we feel for the world. It is be seeking and sharing medicines that we all carry next to our wounds, it is by singing, dancing, and expressing and being the change we want see in the world. Actions in which invite the people around us to co-create the future.

The Dream

There is nothing like a dream to create the future.” – Victor Hugo

How can we go forth with the people we would meet and interact when we take the streets of Paris or any other city with collective creative actions? Maybe we could  use the power of dreams and intentions, and collect from people that have interacted with us their hopes and future intentions. Maybe we could use techniques from Dragon Dreaming[7] and create collective dream of the street, of the town, of the city, of the world. A collective dream that give birth to new energies and projects that create true community that heal our communities and the earth. Recover what was lost and build a better world and better future for future generation. Maybe we can just hold hand and express and sing our hopes and dreams, maybe we can dance in circle the ancient circles dances that we danced for generation. Maybe we can tell a story together, an old-new story.

Yes, we live in desperate times, but it is exactly for desperate times that hope is most needed and was created for.

Uri Noy Meir

[1] https://us.sagepub.com/sites/default/files/upm-binaries/37973_Chapter_1_The_Presence_and_Power_of_Metaphors.pdf

[2] https://thealbero.wordpress.com/in-the-name-of-the-mother/

[3] http://www.joannamacy.net

[4] http://ptoweb.org/aboutpto/a-brief-biography-of-augusto-boal/

[5] http://www.playbacknet.org/drupal/iptn/about

[6] http://www.joannamacy.net/theworkthatreconnects/the-wtr-spiral.html

[7] http://www.dragondreaming.org

 

Madre

Madre, ti hanno spogliata, penetrata, scavata, sporcata. Madre, ti hanno strappato i capelli per ricoprirti di cemento e pece, ti hanno umiliata, ti hanno tirato via la pelle per cupidigia e capriccio. Ti hanno sfruttata, usurpata, soffocata. Hanno contaminato i tuoi umori, le tue lacrime e il tuo sangue. Non si sono accontentati di succhiare ai tuoi seni, ma li hanno presi a morsi e corrotti. Madre, generosa e umile, hai figli irriconoscenti e avari. Coprici di lava e sommergici di fango, facci sprofondare nelle tue viscere ed espellici per sempre dal tuo ventre.

Ilaria Olimpico