זאת הייתה הפעם הראשונה – It was the first time – Era la prima volta

זאת הייתה הפעם הראשונה על מונית גדולה עם לוחית ירוקה

It was the first time on a big taxi with green license plates

Era la prima volta su un grande taxi con la targa verde

פעם ראשונה בנסיעה לדרום ההר ולעבר יושבי המערה

first time riding south towards the cave dwellers

La prima volta che viaggiavo verso sud dove abitano nelle caverne

זאת הייתה הפעם הראשונה לישון בבית של פלסטיני בהזמנה

It was the first time to sleep, invited, in a Palestinian home

La prima volta che, invitato, dormivo in una casa palestinese

פעם ראשונה בלי נשק מתחת למיטה

First time without arms under the bed

la prima volta senza armi sotto il letto

זאת הייתה הפעם הראשונה לבנות ביתן אבן על גיבעה

It was the first time to build a dry stone house on a hill

la prima volta che costruivo una casa di pietra su una collina

פעם ראשונה לשחק כדורגל כהסוואה

First time to play football as disguise

la prima volta che giocavo a calcio come un trucco

זאת הייתה הפעם הראשונה ללוות כבשה

It was the first time to escort a sheep

era la prima volta che scortavo una pecora

הפעם הראשונה ליצור פסלי היאחזות לעבר גיבעה שכנה

First time creating statues of resistance towards the next hill

la prima volta che creavo statue di resistenza di fronte a una collina

זאת הייתה הפעם הראשונה לבקש מחיילת להסיר את המסכה

It was the first time asking a soldier to remove her mask

Era la prima volta che chiedevo a una soldata di togliere la sua maschera

פעם ראשונה לבקש שלא יעצרו חבר

First time asking not to arrest a friend

la prima volta che chiedevo di non arrestare un amico

Uri Noy Meir

DSC_0529

foto di Magdalena

Leave a comment

Filed under Other Stories

Auto-riflessioni insieme sul TDO – Self-reflecting together on TO

by/di Ilaria Olimpico e Uri Noy Meir

Followed by English translation 

Cos’è il TDO?

Ilaria: Posso dire cosa è il TDO per me. Dire “il TDO di Boal” è tradire Boal stesso che, essendo un uomo intelligente, ha sempre rivisto il suo metodo, a seconda dei contesti in cui si trovava. Dire ““il TDO di Boal” è come dire “marxismo” che ha perso Marx. Dunque, il TDO per me è un metodo pertinente ed efficace per il mio lavoro nel campo dell’educazione e della formazione, così come, nella facilitazione di processi creativi di gruppo. Uso il termine “educazione” nel suo significato etimologico di e-ducere, cioè “tirare fuori”; e uso il termine “formazione” impropriamente perché la formatrice più che “formare, forgiare, fissare, definire” dovrebbe “de-formare, de-costruire, ri-definire” con il gruppo, mettendo in discussione. In questi due campi, quindi, dell’educazione come processo maieutico e della formazione come processo di indagine e critica, il metodo del TDO mi permette di interagire con il gruppo coinvolgendo più dimensioni e più canali di dialogo e apprendimento: mentale, corporeo ed emozionale. In particolare, faccio uso del Teatro Immagine come strumento di indagine per rendere visibile, attraverso “statue corporee”, ciò che di solito è dato per scontato, ciò che il corpo conosce ma la mente dimentica, ciò che si sente ma non si riesce a dire; questo strumento si rivela ricco di scoperte sia con le bambine sia con le adulte e, in entrambi i casi, la facilitatrice dovrebbe avere l’atteggiamento dell’osservatrice e della raccoglitrice prima di tutto, per essere aperta a ciò che viene fuori e accoglierlo, e in seguito dovrebbe avere una grande capacità di analisi e restituzione, per riflettere al gruppo quanto emerso e stimolarlo a nuove osservazioni. Per quanto riguarda l’uso del TDO nella facilitazione di processi creativi di gruppo, intendo l’uso di diverse tecniche che provengono in maggior parte dal teatro tout court, ma che il TDO ha traslato su un piano più giocoso. Facilitare un processo creativo di un gruppo di non-attrici significa per me promuovere la ri-appropriazione dell’arte come momento catartico, rigenerativo, celebrativo delle stagioni della vita e della morte, talvolta come riscatto e denuncia sociale, talvolta come espressione di sé e dei propri bisogni, desideri e paure in linguaggio simbolico e sensibile.

Uri: Condivido che non dovremmo “copiare e incollare” il lavoro di Boal senza impegnarci in una critica attiva e un adattamento continuo al contesto del tempo e del luogo in cui operiamo e in cui siamo. Sì, il TDO ha una base e delle “radici ideologiche” che devono essere riconosciute, studiate e onorate. E’ un Teatro nato durante la dittatura militare e la censura, un teatro che cerca di promuovere la consapevolezza delle ingiustizie nel mondo, che punta ad attivare le persone perché siano impegnate nel “cambiamento del mondo” per renderlo migliore. Un mondo migliore non è inteso in termini assoluti ma relativi, in una battaglia senza fine in itinere verso ideali irrangiungibili di giustizia, verità e amore. La mia esperienza e la mia pratica mi hanno portato a credere che il modo migliore di “cambiare il mondo” (preferirei “riparare il mondo”) è cambiare se stessi e in un effetto di propagazione gli altri. Credo che questo si possa fare tirando fuori (come in e-ducare) il nostro sé essenziale, quello che non è separato dal resto dell’umanità. Così rinforziamo il nostro sé comune e la qualità dell’empatia, sim-patia (essere empatici insieme), tolleranza e solidarietà. In questo viaggio individuale, individuale nel senso di in-divisibile aspetto delle esperienze personali e collettive, ho appreso, sin da quando ho incontrato il Teatro dell’Oppresso di Boal, la sua metodologia e filosofia.

Quali sono le immagini-momenti piu’ significative del tuo lavoro con il teatro?

Ilaria: Prima di tutto ricordo (nel senso latino di avere memoria nel cuore) I laboratori di teatro (non dell’oppresso) nelle scuole che ho seguito con Anita Mosca, perche’ segna “il momento” in cui ho capito cosa mi piaceva fare nella vita. Mi viene in mente il laboratorio di “Lettura animata e drammatizzazione” in una scuola primaria di Miano, zona periferica di Napoli; il laboratorio di teatro e narrazione “Regina di Saba” che e’ poi diventato un seminario che integra teatro, narrazione e studio di testi per esplorare gli intrecci tra questioni di genere e questioni interculturali; il mio primo processo di Arcobaleno del Desiderio condotto in modo assolutamente non “ortodosso” su un caso di violenza domestica; infine, ultimo in ordine di tempo, il laboratorio sull’orientamento scolastico in una scuola del Pigneto di Roma, in cui ho ri-adattato le tecniche di “immagini e storie”.

Uri: Sono riconoscente a queste immagini preziose nella mia mente: Da una stretta aula di una scuola di bambini lavoratori sulle sponde di un fiume orribilmente nquinato vicino Kathmandu, creando e trasformando delle immagini con loro sulle loro oppressioni quotidiane, fino a uno studio bianco di un college di arti nella serenità dei canali di Amsterdam per decostruire I messaggi nascosti nei giornali economici, attraverso il teatro giornale. Dal “giocare” con le testimonianze e le immagini dai Territori Occupati degli ex-soldati israeliani, al giocare a calcio e creare delle immagini teatrali di resistenza creativa con I bambini palestinesi del villaggio di At-tuwani. Dal condurre un laboratorio per più di 40 praticanti di TDO (per la maggior parte più esperti di me) nel 4° Festival Muktadhara di Jana Sankriti, all’organizzare un laboratorio familiare con le tecniche di Immagini e Storie per il 70° compleanno di mia madre. Molte immagini, suoni, odori e parole ancora mi vengono in mente quando penso alla mia vita nel TDO e il TDO nella mia mia vita, per tutti questi momenti devo ringraziare un uomo che non ho mai incontrato, Augusto Boal.

Chi sono gli oppressi?

Ilaria: Anche per questa domanda, rispondo premettendo “per me” (sì, è un atteggiamento post-moderno, lo so). Inoltre, anche richiamandomi a Boal e a ciò che accennavo prima circa il suo continuo ricercare e adattarsi a seconda dei contesti, posso dire che anche per lui le oppresse non erano sempre gli stessi gruppi e in Europa la sua prospettiva sulle oppressioni cambiò totalmente e diede vita alle tecniche di Arcobaleno del Desiderio e Poliziotti nella Testa per affrontare “le oppressioni internalizzate”. Quali criteri scelgo per individuare chi sono le oppresse? Un criterio economico, sociale, psicologico? E all’interno di questi criteri dovrò sempre sceglierne altri e saranno scelti a seconda della mia particolare weltanschauung, ad esempio se le oppresse sono scelte in base a criteri economici, potrò accontentarmi di sceglierle in base al reddito? E se la mia visione del mondo ampliasse la concezione dell’oppressione e mi facesse considerare oppresse tutte le persone che credono che il capitalismo sia l’unico sistema economico? La mia concezione di oppressione, o meglio il tipo di oppressione con cui mi sento di voler (dover) lavorare in questo momento della mia vita, ha a che fare proprio con “l’oppressione dell’immaginario”. Il metodo del TDO mi permette di scalfire i territori della mente colonizzati dai main stream culturali, questo si traduce nella messa in discussione degli stereotipi di genere e dell’ “altro” in senso sociologico, del sistema economico, etc. Da questa concezione è nata anche l’idea di “Altri Mondi Possibili in Praxis”.

Uri: Chi sono gli Oppressi? Nessuno, tutti? Per me è il corpo il più oppresso: il corpo del lavoratore della fabbrica “moderna” che è addestrato a lavorare nella ripetitività di una linea di produzione senza fine, è il mio corpo che ricorda l’esperienza, nell’estate dei miei 16 anni, selezionando lychees per più di 13 ore al giorno per 30 giorni. E’ il corpo degli uomini addestrati a non mostrare debolezza e a dominare, è il mio corpo addestrato a essere un soldato e a uccidere un altro essere umano. E’ l’umanità meccanizzata dalla violenza e dall’avidità. E’ la madre terra e la mente umana che sono umiliate e danneggiate dai prodotti chimici. Questi sono i corpi che hanno bisogno di liberarsi, questi sono gli oppressi che hanno bisogno di riscattarsi. Solo i corpi sono oppressi? Il corpo umano è la manifestazione fisica dell’oppressione della mente e dello spirito che sono diventati oppressi: menti riempite di voci esterne che le forzano in strutture e paradigmi, spiriti che cercano la redenzione sotto le ali delle religioni istituzionali o nella fredda logica del pensiero scientifico. Tutti questi hanno bisogno di essere liberati e agire, esperire, muovere il corpo teatrale è un portale per questo.

Ti definisci una praticante di TDO?

Ilaria: Sento sempre disagio nelle definizioni di me stessa; ci sono persone che si sentono sicure nelle forme fissate, sono soddisfatte quando riescono a dire “chi sono professionalmente” perché dà loro una forma specifica, altre che al contrario si sentono bene solo nella fluidità, forse perché non si definiscono a seconda di quello che fanno oppure perché sanno che fanno cose diverse e continueranno a cambiare le cose che fanno; io sono tra queste ultime. Pratico il TDO ma non mi definirei “una praticante di TDO” perché sottointenderebbe azioni e pratiche che non mi appartengono. Inoltre, utilizzo il metodo del TDO sempre coniugato ad altre pratiche e metodi, collegati inevitabilmente a ciò che sono e ciò che ho fatto, ad esempio la narrazione partecipata, lo storytelling improvvisato, alcune pratiche di gestione nonviolenta dei conflitti e alcune tecniche dell’educazione non formale.

Uri: Come ho detto prima, il TDO è diventato parte della mia vita, e sì, lo pratico, non come ‘e’stato praticato’ ma come ‘potrebbe essere o diventare.’ Non nel modo in cui ‘ero’ ma nel modo in cui ‘sono e posso essere’. Agisco e rifletto, provo e fallisco, sbaglio e celebro i miei sbagli, provando sempre a essere sul cammino e diventare migliore di quanto possa pensare di diventare.

* L’uso del genere grammaticale femminile è una provocazione, non deve far pensare che abbia lavorato con soli gruppi femminili, così come l’uso del genere grammaticale maschile non fa pensare che si tratti di soli maschi.

ENGLISH VERSION

What is TO?

Ilaria: I can only say what is the TO for me. Saying this is “the TO of Boal” is to betray Boal himself , who, being an intelligent man, always has revised an re-invented his method, depending on the context in which he operated in. Saying “the TO of Boal” is like saying “Marxism” who has lost Marx. For me TO is a relevant and effective method for my work in the field of education and training, as well as in facilitation of group creative processes.
I use the term “education” in its etymological meaning of e- ducere, or “pull out”, and I use the term “training” loosely because the trainer (in Italian “formatore/rice”) more than “forming, forging, fix, define” should “re- form, re-build, re-define” with the group through questioning. In these two fields, therefore, the field of education as a Socratic process and the field of training as a process of criticism and of inquiry, the TO method allows me to interact with the group involving multiple dimensions and multiple channels of dialogue and learning: the mental, the body and the emotional one. In particular, I make use of Image Theatre as an investigative tool to make visible, through “bodily statues”, what is usually taken for granted, what the body knows and the mind forgets, what you feel you can not say. This tool proves to be very revealing both with children and with the adults, in both cases, the facilitator should have the attitude of an observer and be open and welcome what comes out of it, and as a result should have a great ability to analyze and reflect the findings to the group and so encourage them to new observations.
Regarding the use of TO in the facilitation of group creative processes, I mean the use of different techniques that appear in most forms of the theater per se, only that TO has a more playful approach. Facilitate a creative process of a group of non-actresses means for me to promote the re-appropriation of art as a cathartic moment, regenerative, celebrating the seasons of life and death, sometimes as an up-rising and social commentary, sometimes as expression of needs, desires and fears in symbolic and sensitive language.

Uri: I agree we shouldn’t just “Copy Paste” Boal’s work without engaging in active criticism and adapting to the context of time and place in which we operate and which we are. Yes, TO has a base and “ideological roots” that must be recognized, studied and honored. It is a Theater born in midst of a military dictatorships and censorship, a theater that seeks to bring consciousness to the injustices of the world, that acts to activate people to engage themselves in “changing the world” and bring about a better world. A better world is not meant in absolute terms but in relative terms, in never-ending on-going struggle towards our unreachable ideals of justice, beauty, truth and love. It is my experience and my practice that leads me to believe that the best way to “change the world” (or I prefer to think on it as “repairing the world”) is to change one-self and in a ripple effect in others. It is my belief that this is done by “pulling/bringing out” (e- ducere) our essential self, the self that is not separated from the whole of humanity. To this we reinforce in our common “selves” the quality of empathy, sym-pathy (being emphatic bi-laterally), tolerance and solidarity. In this individual voyage, individual in the sense of in-divisible aspect of the personal and collective experiences, I gained much since I first encountered Boal’s Theatre of the Oppressed, the book, the methodology and philosophy.

What are for you the most memorable Images/moments from your work with the theater ?

Uri: I am thankful of this precious images in my mind: From a tiny classroom of a school for working children on the banks of the horribly polluted river crossing Kathmandu creating images of their daily oppressions and transforming them, to a white studio of an arts college positioned in the serenity of Amsterdam canals to ‘deconstruct’ the hidden messages in economical news, through newspaper theater. From a “playing with” testimonies and images from the occupied territories with Israeli ex-soldiers, to playing football and creating theater images as creative resistance with children of the Palestinian village At- Tuwani. From leading a workshop to more then 40 Theater of the oppressed practitioners (many of them much more experienced then me) in Jana Sankriti’s 4th Muktadhara festival, to organizing a family workshop of the techniques Images and Stories for my mother’s 70′s birthday. Many more images, sounds, tastes, smells and words come to my mind when I think about my life in the TO and TO in my life, for all of those moments I need to thank a man I never met, Augusto Boal.

Ilaria: First of all I remember (in the Latin sense of “ri-cord-are”: having memory in the heart) the theater workshops (not TO) in the schools that I have assisted in, led by theater director Anita Mosca, because it marked “the moment” when I realized what I liked to do in life. I remind the workshop “Animated reading and dramatization” in a primary school of Miano, a suburb of Naples; the storytelling and theater workshop I led, “Queen of Sheba”, that later became a seminar that integrates theater, storytelling and texts, and that explores the interweaving of gender and intercultural issues; my first try at the Rainbow of Desire, conducted so absolutely not in an “orthodox” way on a story of domestic violence; and finally, the orientation workshops in a school at Pigneto (Rome), in which I re-created the technique of “Images and Stories”.

Who are the oppressed ?

Ilaria: For this question, I answer again on the premise “for me” (yes, it is a post-modern attitude I know). As mentionaed before, re-calling Boal’s continuous search to adapt to different contexts, I can say that also for him the oppressed were not always the same groups, in Europe he totally changed his perspective on oppression and gave birth to Rainbow of Desire and Cops in the Head techinques to deal with “internalized oppression”. Which criteria I choose to identify who are the oppressed? An economic, social, psychological one? And within these criteria, will I not always choose according to my particular weltanschauung?, for example, if the oppressed are chosen on the basis of economic criteria, will I be content to choose them based on income? And if, in my vision of the world, my own concept of oppression and the oppressed, would make me consider all people who believe that capitalism is the only possible economic system?
My conception of oppression, or rather the kind of oppression with which I would want to (have to) work at this time in my life, has to do with the “oppression of the imagination”. And the method of TO allows me to explore the territories of the mind colonized by the main stream culture, this translates into questioning stereotypes about gender and “the other/s” in the sociological sense, the economic system, etc. From this concept is born the idea of “Other Possible Worlds in Praxis”.

Uri: Who are the Oppressed? Nobody, everybody, anybody? For me it is the body that is the most oppressed: It is the body of the “modern” fabric worker that is trained to work in the receptivity of a never-ending production line, it is my body remembering the experience, in a summer job at 16 years old, sorting out Lychees for 13 hours a day for 30 days. It is the body of men trained to show no weakness and dominate , it is my body trained to be a solider and kill my fellow-men. It is humanity mechanized by violence and greed. It is mother earth and human mind humiliated and degraded by chemicals. Those are the bodies that need release, those are the oppressed that need to redeem themselves.
Only the bodies are oppressed? The human body is the physical manifestation of oppression of the minds and souls that have become oppressed: Minds filled with external voices forcing them into structures and paradigms, and souls that seek redemption under the wings of institutional religion or in the cold logic of scientific thought. All of those need to be liberated and moving, acting, experiencing theatrical body is a great portal to do this.

You call yourself a practitioner of TO?

Ilaria: I always feel uncomfortable to define myself, there are people who feel better by saying “who they are professionally” because it gives them a specific form, others, on the contrary, they feel good only in the fluidity, perhaps because they do not define themselves according to what they do, or because they know they do different things and will continue to change the things they do, I am one of the latter.
I practice TO but would not call myself “a practitioner of TO” because maybe it would mean some actions and practices that do not belong to me. In addition, I always use the method of TO combined with other practices and methods, linked inevitably to what I am and what I have done , such as participatory narration,  improvised storytelling, nonviolent conflict management and non-formal education .

Uri:  Like I said before from TO has become an inseparable part of my being and yes, I practice it, but not in the way ‘it always was’ but in the way ‘it could always be or become’. Not in the way ‘I was’ but in the way ‘I am and can become’. I act and reflect, try and fail, make mistakes and celebrates them, trying always to be on the way and become better then I think I could be.

Leave a comment

Filed under Articles&Reflections

Speriamo che sia ribelle*

Sei arrivata dalla mia ovaia sinistra, sento le forze della vita a sinistra della mia ioni. “No, Signora, non significa assolutamente nulla quello che sente, l’embrione è posizionato al centro”.

La pancia è tonda, è femmina.

Una fossetta al mento pizzicato: è maschio.

Colorito pallido, è femmina.

Buonumore, è maschio.

Se è vivace e si muove molto nel pancione, è chiaro, è maschio.

Meglio se è maschio. È più facile.

Se è femmina costa di più vestirla. Però è una compagnia in casa, ti dà una mano!

In Lucania, quando nasce un maschio si versa una brocca d’acqua per la strada, a simboleggiare che il bambino è destinato a percorrere il vasto mondo. Quando nasce una femmina, l’acqua viene versata nel focolare, a significare che la sua vita sarà dedicata alla cura della famiglia e della casa.

Speriamo che sia maschio, non lo dicono mai esplicitamente, ma lo sottintendono sempre.

Speriamo che sia femmina, è il sussulto delle donne dei cerchi.

Speriamo che sia maschio, speriamo che sia femmina… io dico, maschio o femmina, speriamo che sia ribelle.

Ribelle ai ruoli stereotipati.

Ribelle alle identità di genere culturalmente costruite e poi “naturalizzate”.

“Nonna, lo so che volevi un maschio, ma io me lo sentivo: è femmina.”

“E va be’ pure è ‘na compagnia, stann nascenn tutt femmen, c’amma’ fa’ vonn nascere!”

Cognome da sposata?

Nome di suo marito?

Dico direttamente il cognome del papà senza perdere tempo oppure rispondo: ho sempre il mio cognome, sono sempre io. E non è la normalità l’essere sposata e non è neanche la normalità che ci sia un cognome del papà del bambino.

Respiro. Speriamo che sia ribelle.

Ribelle al senso comune.

Ribelle a ciò che viene dato per scontato.

Ribelle a tutto ciò che si definisce normale.

Parti precedenti? Menarca? Aborti spontanei? Interruzioni di gravidanza?

Prosegue con la stessa tonalità di voce, uomo, donna, non fa differenza nella sensibilità, domanda se ho perso dei figli, se ho deciso di perdere dei figli, con la stessa tonalità della gelataia che mi chiede cono o coppetta? Con panna o senza signora?

Speriamo che sia ribelle.

Ribelle al lavoro come meccanizzazione, spersonalizzazione, disumanizzazione.

Speriamo che sia ribelle.

Ecografia 1. 9 settimane.

Ti sento per la prima volta con i sensi percettivi, al di là del senso che nn distingue il razionale dall’emotivo, le fantasticherie dalle sensazioni.

Mi sento invasa dal tuo battito vibrante, deciso, veloce.

Posso sentirlo ancora?

È la mia vocina di madre emozionata, ingenua, inconsapevole.

Ecografia 2. 14 settimane.

“L’ecografia è come un martello pneumatico per il bambino” “E’ come un fischio, fastidioso o no dipende da tante cose, l’intensità, la durata, il macchinario…”

“Signora può entrare per l’ecografia” “l’ho fatta meno di un mese fa, non la rifarei se non occorre…” “La mamma non vuole vedere il suo bambino?” melliflua, viscida, affettata, in camice bianco, bianca di emozioni vere.

Ogni attimo di passaggio e pressione dello strumento imbevuto di gelatina fredda sulla mia pancia è un secondo in più di martello pneumatico, di fischio nella mia mente e forse nelle orecchie del mio bambino.

“Eccolo, si è girato a salutarvi” falso, sciocco, mellifluo. Io penso che il mio bambino forse si è girato perché si è spaventato. Il battito non è più l’emozione della prima volta, è il segnale della paura del mio bambino.

Speriamo che sia ribelle.

Speriamo che sia ribelle a tutti i percorsi istituzionalizzati.

Speriamo che sia ribelle alla Nemesi Medica.

Amniocentesi.

Oramai la fanno tutte quante.

Hai fatto l’amniocentesi?

Ah io l’ho fatta con tutti e due i miei figli.

Signora, qui trova tutti i centri dove è possibile fare l’amniocentesi.

Mi parla di amniocentesi, di duotest, di percentuali sulla normalità del bambino… le donne fabbriche di bambini normali sottoposte al controllo qualità con tanto di criteri e percentuali. Mandano in onda la pubblicità progresso sulle persone con sindrome di down e intanto vellutatamente ti dicono di scremarle prima che arrivino. Per altruismo verso di loro, perché la vita è difficile così… per egoismo e paura del diverso tutta nostra perché non siamo pronti…

Speriamo che sia ribelle.

Ribelle alle definizioni di normale.

Ribelle alle omologazioni.

Ribelle ai buonismi di facciata.

Ecografia 3.

Ti chiedo perdono piccolino se sentirai fischi e martelli, ma ho bisogno di sapere come stai.

Lo strumento imbevuto di gelatina fredda ti trova, ti misura, ti ingrandisce, seleziona parti del tuo copro, le misura, le ingrandisce.

E’ tutto misurato, calcolato. E’ tutto nelle misure “giuste”, “calcolate”.

Il mio piccolo sta bene. Sono rasserenata. Sono felice per le procedure?

La ginecologa segna ecografia specifica per il cuore. “Perché c’è qualcosa che non va?” Il mio cuore steso sull’amaca in terrazza tranquillo all’ombra si getta alla ringhiera della terrazza al sole sudato e allarmato. “No tutto a posto ma se dovesse avere dei problemi cardiaci alla nascita sarebbero pronti a intervenire”.

La mia mente corre veloce:

anno 2020 ecografia occhi e orecchie:

controllano che il feto non abbia problemi di vista e udito.

Anno 2030 ecografia permanente 3D:

l’ultimo mese il feto è sotto controllo costante.

Anno 2040 ecografia per il colore degli occhi:

signora, come non vuole sapere il colore degli occhi di suo figlio?

Anno 2050 per le donne incinte in offerta ecografi da casa, per controllare di tanto in tanto come sta e cosa fa il proprio bambino.

Dove finisce la cura e la premura, dove inizia l’ossessione?

Speriamo che sia ribelle.

Ribelle alla volontà di controllo.

Ribelle alla volontà di superpotenza.

Dovresti fare un’ecografia ogni mese per controllare lo stadio di sviluppo.

La mia amica non è andata a fare neanche un controllo ed è andato tutto bene, basta stare tranquille.

Bisogna essere delle incoscienti a non usufruire di tutto il progresso medico scientifico.

E’ tutto over-medicalizzato. Devi ribellarti.

Hai visto il video della donna che partorisce nella foresta da sola?

Fallo un controllo in più, c fai se succede qualcosa al bambino?

I ginecologi sono le persone più sbagliate da vedere in gravidanza.

A me è finito il liquido amniotico, sono dovuti intervenire, menomale avevo fatto il controllo.

Il parto indotto non segue il ritmo naturale.

Sono stata tutta la notte in travaglio da sola poi alle 7, poiché gli conveniva per i turni, mi hanno indotto il parto.

Shhhh.

Speriamo che sia ribelle.

Ribelle a tutti i sistemi ideologici, degli uni e degli altri.

Ribelle a tutti i pensieri unici, a tutte le alternative uniche.

Ribelle a tutti i sistemi di pensiero chiusi, giudicanti, rigidi, escludenti.

Speriamo che sia ribelle agli uni e agli altri.

Ti sogno piccolina con i miei occhi e il sorriso di chi amo.

Ti sogno piccolina e mi risveglio con una sensazione di pace.

Le madri devono diventare un po’ pazze, eccedere nelle visioni oniriche e staccarsi dal mondo materiale…

Ti sogno piccolina e nutrendo te al mio seno, nutro la bambina che sono stata,

la bambina che sento di essere in questa tempesta di voci che mi dicono cosa fare e non fare.

“Puoi uscire un attimo? – La voce del capo, della capa – E questa pancetta?”

“pancetta” la chiama il capo, la capa, l’amministratore, la segretaria.

“Se non ci fa’ un’altra sorpresa…” riecheggia nei corridoi grigi, senz’anima.

Che differenza fa per loro se non ho neanche diritto all’assegno di maternità?

Piccolina, dovevo forse nasconderti ancora per farmi inserire in un ennesimo progetto in cui dovrò elemosinare ciò che mi spetta?

Sii ribelle piccolina, sii ribelle a questo sistema che stritola, macina, spreme, sfrutta,

sii ribelle a questo sistema che vuole solo che le donne partoriscano nuovi consumatori

e che tornino presto a lavoro, e in forma, perché altrimenti se sformate e grasse sono da “rottamare”.

Il parto è un’esperienza estatica, sciamanica.

Non c’è niente di spontaneo nel parto.

Io ho chiesto l’epidurale e non me l’hanno voluta fare.

Il dolore nel parto è fondamentale per il rilascio di endorfine che proteggono la mamma e il bambino.

Parto in casa? E non ci pensi al bambino?

Non c’è niente di romantico nel parto.

Mia madre racconta che il mio parto è stato frettoloso… frettoloso… sarà per questo che ho una particolare premura a custodire la lentezza, a difenderla, a rivendicarla… sarà per questo che ho conservato il bisogno insoddisfatto di dormire, di restare nel grembo dell’inconscio e dei sogni…

… frettoloso… il parto di me è stato frettoloso… e per tutta la vita reclamerò la lentezza.

Ilaria Olimpico

*”Speriamo che sia ribelle” è stato presentato come lettura drammatizzata al Festival Teatro in Comune a Casalbordino e al Female against violence a Roma nel mese di novembre 2013

Leave a comment

Filed under Other Stories

Luigi De Norma e Luigi De Imaginis

Così, arrivarono dalla Giudice due uomini:

uno era ben vestito, lavato, profumato, con la barba fatta e le scarpe pulite,

l’altro era come arrivato all’improvviso, direttamente da un cantiere, aveva i pantaloni un po’ consunti sulle ginocchia, la barba lasciata crescere, e, ai piedi, un paio di sandali impastati di terra.

Il primo era un po’ nervoso, batteva ogni tanto la punta della sua scarpa lucida sul pavimento bianco di marmo del Palazzo di Giustizia e guardava l’orologio, lasciandosi sfuggire una smorfia di disappunto,

il secondo era tranquillo, sembrava sognasse a occhi aperti e aveva un bel sorriso sotto la barba incolta.

La Giudice finalmente chiamò: Luigi De Norma.

Il primo uomo si affrettò a entrare lasciando dietro i suoi passi il rumore delle scarpe nere lucide sul pavimento di marmo bianco.

Luigi De Norma, nato in ospedale, nel paese di Picom, trasferitosi in città per gli studi, laureato con quasi il massimo dei voti, lavoratore dipendente, con famiglia, una moglie e due figli, un maschio e una femmina, con casa di proprietà, con mutuo da finire di pagare, con salotto ben arredato, cucina abitabile, bagno padronale e bagno di servizio, camera matrimoniale e cameretta ampia per i bambini con giocattoli e disegni.

Risposte segnalate: “Sì, come tutti i miei paesani, mi sono trasferito in città per avere più opportunità”,”Sì, in campagna o al mare ci andiamo per rilassarci in estate due settimane”, “No, mai pensato di disubbidire”, “Sì ho accettato qualche compromesso, ma non più di quanti ne abbiano accettati tutti quelli che conosco”, “Sì, chiudo sempre la porta di casa con doppia serratura e metto l’antifurto”, “No, non ho mai cambiato lavoro”, “Sì, purtroppo, lavoro molto e non ho molto tempo per i miei figli”, “Sì, i miei figli hanno il cellulare e la televisione in camera, non faccio mancar loro nulla, anche a costo di sacrifici”, “Sì, amo mia moglie, andiamo a cena fuori e al compleanno le ho regalato una borsa firmata”, “Sì, ci rilassiamo la domenica, andiamo a volte al centro commerciale”, “Come?” risposta alla domanda “Ha dei sogni?”, “Sì, mia moglie è iscritta all’associazione di volontariato NoiTiAiutiamo, abbiamo anche per un anno sostenuto una povera bambina pakistana negli studi”, “Non mi occupo di politica” risposta alla domanda “Quale è la sua utopia?”, “In che senso?” risposta alla domanda “Lei vuole cambiare il mondo?”.

Luigi De Norma consegnò infine tutte le bollette pagate, tutte le analisi effettuate, tutti i certificati conseguiti, tutte le dichiarazioni firmate, tutti i bollini di qualità, tutti i bolli di assicurazioni, tutti i progetti e i preventivi con relative relazioni e consuntivi, tutto in ordine, tutto a posto, tutto normale, tutto come doveva andare.

Poi la Giudice chiamò: “Luigi De Imaginis”.

Luigi De Imaginis, nato nel paesino di Marnel, trasferitosi diverse volte, in diverse città, infine nel paesino di Narnil, lavoratore indipendente instabile non precario, laureato, convivente, con una figlia, vive in una casetta di terra e legno.

Risposte segnalate: “Sì, sempre le persone sono stupite di come vivo”, “Sì, sono un artigiano”, “Sì ho studiato all’università con ottimi risultati”, “No, perchè?” risposta alla domanda “Si sente frustrato per il suo lavoro di artigiano dato che ha studiato?”, “Sì certo, è considerato uno stile di vita diverso…”, “Sì amo la mia compagna, ci teniamo per mano nel cammino della vita”, “No, mia figlia non ha quasi nessun giocattolo e non ha il cellulare come gli amici”, “Sì, ho cambiato molte volte lavoro”, “Sì, quasi sempre mi sono ribellato”, “Non esattamente, non sono più un adolescente, ma sono sulla strada del cambiamento del piccolo mondo in cui vivo”, “Sì, molti” risposta alla domanda “Ha dei sogni?”, “Sì, se abbiamo dei soldi in più, viaggiamo”, “No, non abbiamo l’antifurto, neanche le chiavi di casa, nessun ladro entrerebbe perché non c’è granché da prendere”, “Sì abbiamo dei rituali per ricordarci da dove veniamo, per celebrare le stagioni, per risvegliare il futuro”, “Sono d’accordo con chi ha detto: non si tratta di dare di più, ma di prendere di meno”.

Luigi De Imaginis consegnò un oggetto fatto da lui, una statuina di legno di una dea antica con un’ascia doppia e un serpente. Nient’altro. Bollette, non pagate, staccato dalla rete nazionale. Bolli, non conservati. Alla richiesta dei bollini di qualità, presentò delle foglie degli alberi del terreno dove vive. Per la sezione progetti, preventivi, relazioni e consuntivi, presentò uno schizzo a mano della loro casetta, un disegno pasticciato della figlia, un foglio bianco.

La Giudice, restata sola, prese la bilancia dell’intensità della vita e, come sempre, non si sentì di mettere sui piatti le risposte del Signor De Norma e del Signor De Imaginis. Lei era la Giudice non giudicante, a lei, il grande onore, solo di osservare, di guardare, di prendere atto.

Ilaria Olimpico

Leave a comment

Filed under Other Stories

L’Antenata

Quando ero piccola, andavo spesso a rifugiarmi nella casetta nel bosco della mia antenata.

La casetta era di mattoncini fatti a mano, rossicci e irregolari, con la tettoia in legno, chiaro ma sporcato di terra scura, la cucina era in terra cruda e sempre piena di grandi pentole di rame e ciotole di terracotta, tutto intorno c’era terreno selvaggio con piante rampicanti, fiori rossi e gialli o spine e rami secchi a seconda della stagione, alberi di acacia di cui mangiavamo i fiori bianchi e un piccolo olivo che era stato piantato alla mia nascita.

La mia antenata aveva capelli bianchi un po’ arruffati ma odorosi di fiori, il naso dritto e le guance piene di rughe, memoria fisica di ampi sorrisi, portava appeso al collo un ciondolo con artigli di orsa madre.

Ogni volta che mi rifugiavo dalla mia antenata, la trovavo a raccogliere erbe, a seccare fiori, a cucire piccoli sacchetti di stoffe colorate, a intrecciare giunchi per fare ceste da donare piene di frutta di stagione.

Quando lasciavo la strada grande asfaltata e nera e mi incamminavo per il sentiero di terra battuta e sassolini, circondata dai cespugli di rovi infestanti, sentivo di attraversare la soglia sottile e potente che separa due mondi.

A volte, nei giorni speciali, andavamo al “tondo”, un cerchio di pietre grosse, dove in primavera, ai margini, sbocciavano le ortensie blu e viola. Al “tondo”, nei giorni speciali, portavamo del cibo rituale, di solito dolcetti e riso con verdure, e là mangiavamo, intonando dei canti che nessuno conosceva e che non potevamo mai ripetere uguali, battevamo forte sui tamburi e danzavamo insieme, viaggiando col corpo e con la mente, celebravamo la vita e le sue stagioni di morte e rinascita. Al “tondo”, la mia antenata mi parlava sempre de La Signora, tutti mi dicevano che era la Madonna dei Miracoli che era venerata nella grande chiesa all’entrata del villaggio, ma io sapevo che la mia antenata mi avrebbe detto di più un giorno. Ogni domenica e alle feste comandate della Madonna, la mia antenata andava in chiesa, ma era malvista, perché le puritane del villaggio la consideravano una strega. La mia antenata aveva certe figure di piombo appese al camino e certi unguenti e oli profumati e spesso andava da chi la chiamava per far nascere le bambine e i bambini portando pezze di cotone purissimo, andava a suonare il tamburo in certe cantine per guarire le giovani donne troppo magre e le donne mature che avevano perso il sapore della vita e non celebravano più le loro stagioni perché era stato detto loro che erano senza più sangue.

Quando mi abbracciava, la mia antenata si trasformava in un grande grembo, caldo e accogliente, sentivo tutta la forza delle Madri e mi sentivo protetta e forte al tempo stesso.

La mia antenata credo fosse anche un’artista perché faceva disegni col carboncino e spesso disegnava villaggi antichi, anche se lei diceva che erano le visioni del futuro, popolati da uomini vestiti di pelli di animale e donne adornate con piume e nastri colorati, bambini e bambine sugli alberi e orse e lupi intorno.

Una notte ho sognato una grande orsa che si erigeva sulle sue due zampe posteriori e urlava un pianto antico, e nel sogno, o forse anche nella realtà, io piangevo con lei questo pianto ancestrale e urlavo con lei questo urlo viscerale. Poi l’orsa, liberata dall’urlo e dal pianto, restava eretta sulla montagna e io sentivo, nel sogno o forse anche nella realtà, che mi ero liberata con lei e percepivo una tensione e un’energia nelle spalle e lungo tutte le mie braccia.

Quando il mattino dopo sono andata alla casetta della mia antenata, non l’ho più trovata. Sapevo che l’orsa l’aveva presa con sé e adesso toccava a me prendermi cura del “tondo” e celebrare La Signora, raccogliendo erbe, cucendo sacchetti di stoffa colorata, intrecciando giunchi per fare ceste da donare piene di frutta di stagione, suonare il tamburo, seccare fiori, disegnare altri mondi possibili…

Ilaria Olimpico

2 Comments

Filed under Other Stories

What happened at “Teatro in Comune” Festival?

Between the 13th and the 17th of November 2013 took place in the town of Casalbordino (CH), Abruzzo, Italy, the first edition of the International theater festival “Teatro in Comune”.

The festival was organized through the collaboration of the TheAlbero, ImaginAction, Aradia and Nouva Arcadia.

The municipality of Casalbordino has gave to the festival organizers an ex-market building recently renovated and painted colorfully so it could become a youth center. The festival was an occasion to open the space for the first time and give the young people of Casalbordino a ‘taste’ of its potential and the potential of theater and participative art to transform.

The festival started with a “surprise” visit to the schools of Casalbordino, where more then 200 children and youngsters met the first to arrive artists of the festival wearing costumes, stilts and masks. Many of these children returned to the youth center and other occasions to meet the “strange people with different languages” and engaged in the festival activities.

The afternoon of the opening day of the festival included a carnival parade in the streets of the historic medieval town, departing and returning to the youth center the festival Artists’ “organized attacks of beauty and music on the city”, when songs and dances were dedicated to random street goers.

At evening time an opening ceremony was held with theater games and storytelling in a big circle connecting the communities of artists and locals.

During the next four mornings of the festival (14th till 17th November) took place the advanced workshop “Re-weaving the stories of the community”, with Alessia Cartoni and Hector Aristizabal, exploring techniques from Theater of the Oppressed, Storytelling and Theater of Witness. The workshop and living together in the ‘Festival’s Villa” had made possible the weaving of an artistic community ready to share and act out intense and deep personal stories.

The diverse afternoons workshops of the festival has facilitated the participation of at least another 100 members of the community. The youth center was happily “invaded”, mostly with children and youngsters. Workshops for creating Commedia dell’Arte masks, ‘brown paper’ puppets, costumes from old newspapers, hand puppets from recycled cardboard, drawing workshops, face painting and theater games in circle, all of those were moments to awake the force of creativity and the magic of transformation of simple material ‘coming to life’.

For the programed workshops and the spontaneous activities we thank: Aradia (Laura e Diana Capriotti), Giulia Frova, Alessia Cartoni, Silvia Liberati, Hector Aristizabal, Julie Rose Stevenson, Tasso Barbasso (Marina Mansi e Stefano Seproni), Ilaria Olimpico and Uri Noy Meir (TheAlbero).

The Casalbordino youngsters also joined in the the workshops of the “adults”, creating an inter-generational horizontal exchange, and meeting Theater of Witness, with the placement in scene of personal stories; Theater of the Oppressed, affronting question on gender, oppression, aggression and creation. Facilitators of diverse styles and backgrounds have experimented in leading workshops with mix groups of youngsters and adults, actors and non actors.

Festival’s afternoon workshops included:

- “Living with resilience” by Diol Mouhamadou of Senegal, with the universal language of movement, rhythm and song. Diol took his group to the main square involving the citizens of Casalbordino in games and exercises of African style forum theater.

- “Weaving a basket as metaphor of a community” by Francesco D’Ingiullo of Palmoli, workshop of basket weaving that opened with a real and metaphoric weaving of the community.

- “Beyond intellectualism” by Lucian Marradi of Rome, a workshop on the role of TO in social uprisings.

- “De-construct your look” by Curcuma (Inma Pascual Sanchez, Mariona Arner, Nando Carnero) theater group from Spain. Exploring and questioning with theater games and exercises gender constructions.

- “Warming up with our voice” by Caterina Palmucci from Sulmona, a relaxing and yet vibrant circle that warms up the space with the breath and the voice of the community.

- “Ouverture” by Philippe Tordeaux from Abruzzo, the last workshop of the festival has collected the energy of festival participants into exercises and scenes of clowning.

In the evenings of the festival, performances, works in progress and short performances were shared.

From Abruzzo:

- ‘Stories of a Future City’ by “Mure’ Teatro” has gifted the community with passionate trip Pescara then, now and in the future.

- ‘Con(m)passione’ by “Tasso Barbasso” theater company has portrayed 6 tableaux images of violence against women. The images has spontaneously became a theatrical dialogue with the audience using image theater with the facilitation of TheAlbero facilitators Uri and Ilaria.

- ‘Nightwind’ by “ImaginAction” a play in which advanced workshop facilitator Hector Aristizabal has shared his life story and his experiences with torture. Hector has carried the spectators into an image process of his creation in which the play is processed in an embodied way.

- ‘I am Here’ by Yke Van Dok has presented in the festival a documentary film telling the story of refugee youth in Holland through their own eyes, giving them the role of protagonists and storytellers.

- ‘Hopefully a rebel’ by Ilaria Olimpico (TheAlbero) was presented as a dramatized reading of an original text based on personal life experience of being pregnant.

- ‘Warrior of Light’ by Uri Noy Meir (TheAlbero), a work in progress, telling the story of teller’s experience as an Israeli ex-combatant.

- ‘Maybe, Maybe, Maybe’ by Giusi Ciccio’, Told the story of what happens when your toilet is broken and you can not pay to fix it cause you have no contract.

- ‘Happy Gipsy’ by Antun Blazevic, This play was gifted a final performance in the town Wine festival, held in the historic center streets, with poetry and storytelling the tell’s of the Roma people and much more. It was an ending that had a hint of the begining when a child that recognized one if the facilitator-organizers (Uri) as “the one that came to the school” was invited with her white winter coat become a little angel helper for “spelling corrections” by the actor, and so become part of the scene of the final play.

In the final day a ‘closing’ carnival parade was led, this time the children of the town were leading it energetically by making rhythm with pots and pans and wearing colorful costumes and masks made during the festival.

The Festival received no funding and was completely auto-organized. But we want acknowledge the (non financial) help and support we received:

  • We thank the town Casalbordino, mayor, administration and even more importantly people, for the warm welcome.

  • We thank the vice mayor of Casalbordino, Vincenzo Cocchino, that as the responsible for culture and tourism that trusted our “crazy ideas” give us logistical support and was generally very available.

  • We thank Giancarlo and Cantina Casalbordino for providing us with delicious Casalbordino wine in the final evenings.

  • We thank Mother and Grandmother ‘Aradia’ for giving us wonderful food made with love that we will never forget.

  • We thank that many participants that came from far and near to realize a dream and make an unusual festival in an unusual place. (participants came from Estonia, Marche, Abruzzo, Lazio, California, Spain, Sardinia, Lombardia, Germany, Toscana, Russia, Campania, Holland, Umbria, Emilia Romagna, Colombia, Senegal). Thank you for sharing stories, weaving threads, playing games, laughing and dancing with us, you made it all possible!

     

Uri Noy Meir & Ilaria Olimpico

teatroincomune00042

Leave a comment

Filed under Articles&Reflections

Cosa e’ successo al Festival “Teatro in Comune”?

Dal 13 al 17 Novembre 2013 si e’ svolto il Festival “Teatro in Comune” a Casalbordino (CH).

Il Festival e’ stato organizzato da TheAlbero in collaborazione con ImaginAction, Aradia e Nuova Arcadia.

Il Comune di Casalbordino ha dato in concessione il Centro Giovani, un ex mercato coperto trasformato in uno spazio colorato per attivita’ giovanili, ma non ancora in funzione. Il Festival e’ stata un’occasione per aprire lo spazio e dare ai ragazzi e alle ragazze di Casalbordino un assaggio delle potenzialita’ del centro e dell’arte come strumento di trasformazione perrsonale e sociale.

Il Festival ha colto di sorpresa circa duecento bambini e bambine in grembiulino che hanno visto arrivare artisti e artiste in maschere e trampoli la mattina del 13 novembre nella propria scuola! Gran parte di questi/e bambini/e e’ tornato al Centro Giovani per incontrare i “personaggi strani che parlavano lingue diverse” e ha poi partecipato alle attivita’.

La cerimonia di apertura si e’ svolta la sera del 13 novembre con una vivace Carnival Parade per le strade del centro storico, partendo dal Centro Giovani, “attaccadno con la bellezza e la musica” passanti e commercianti, a cui venivano dedicate canzoni e balli.

Durante la serata, si e’ raccontata una storia in cerchio col tamburo e si sono fatti dei giochi per favorire lo scambio e la conoscenza tra locali e artiste/i internazionali.

Durante le mattinate (dal 14 al 17 novembre) si e’ svolto il laboratorio avanzato “Re-weaving the stories of the community”, con Alessia Cartoni e Hector Aristizabal, esplorando tecniche del metodo del Teatro dell’Oppresso, dello Storytelling e del Teatro di Testimonianza. Il laboratorio e la vita comunitaria nella “Villa del Festival” hanno reso possibile la tessitura di una comunita’ artistica pronta a condividere storie personali intense e profonde.

Durante i pomeriggi si sono svolti laboratori aperti alla comunita’ che hanno coinvolto circa cento persone.

Il centro e’ stato allegramente invaso soprattutto da bambini e bambine dai 6 ai 10 anni e ragazzi e ragazze adolescenti. Laboratori di maschere della Commedia dell’Arte, di pupazzi di carta, di vestiti con giornali, di burattini con materiale da riciclo, attivita’ di disegno, face painting e giochi in cerchio, sono stati momenti per risvegliare insieme il grande potere della creativita’ e la magia della trasformazione di materiali semplici in qualcosa di vivo.

Per i laboratori in programma e le attivita’ nate spontaneamente per iniziativa di artisti/e del Festival, per bambini/e e ragazzi/e, si ringraziano: Aradia (Laura e Diana Capriotti), Giulia Frova e Alessia Cartoni, Silvia Liberati, Hector Aristizabal, Julie Rose Stevenson, Tasso Barbasso (Marina Mansi e Stefano Seproni), Ilaria Olimpico e Uri Noy Meir.

Gli/le adolescenti hanno partecipato ai laboratori di teatro unendosi spesso agli/alle adulti/e in uno scambio intergenerazionale orizzontale in cui si sono confrontati/e con la tecnica del Teatro di Testimonianza, mettendo in scena storie personali; con il metodo del Teatro dell’Oppresso affrontando questioni relative alle identita’ di genere, all’aggressivita’, alla creativita’.

Facilitatori e facilitatrici con diversi stili e metodi si sono sperimentati nella conduzione di laboratori che mettevano insieme praticanti di Teatro dell’Oppresso, ragazzi/e che non avevano mai fatto teatro e adulti/e incuriositi/e.

Si sono susseguiti i laboratori:

- “Living with resilience” di Diol Mouhamadou dal Senegal, che ha parlato il linguaggio universale del movimento, del ritmo, del canto, portando in piazza il suo gruppo coinvolgendo cittadini e cittadine in giochi-esercizi teatrali del teatro forum africano;

- “Weaving a basket as metaphor of a community” di Francesco D’Ingiullo da Palmoli, laboratorio di cesteria che ha aperto la tessitura reale e metaforica della comunita’ del festival;

- “Al di la’ degli intellettualismi” di Luciano Marradi da Roma, sul ruolo del TdO nelle rivendicazioni sociali;

- “De-construct your look” del gruppo Curcuma (Inma Pascual Sanchez, Mariona Arner, Nando Carnero) dalla Spagna, che ha indagato, attraverso giochi-esercizi, la costruzione delle identita’ di genere, sfidando il senso comune e il dato per scontato;

- “Riscaldamento per Voce” di Caterina Palmucci da Sulmona, un cerchio rilassato e allo stesso tempo vibrante che ha riscaldato lo spazio con i respiri e le vocalizzazioni di tutta la comunita’;

- “Ouverture” di Philippe Tordeaux dall’Abruzzo, un laboratorio conclusivo che ha raccolto tutta l’energia accumulata durante il festival, in cui, negli esercizi di clownerie, partecipanti, adulti/e e bambini/e, artisti/e e non, hanno dato il meglio di se’!

Durante le serate, si sono condivisi spettacoli, work in progress e corti teatrali.

- Lo spettacolo della compagnia “Mure’ Teatro” ha regalato alla comunita’ un viaggio appassionato alla ricerca della citta’ futura, incontrando personaggi e persone reali della Pescara di ieri e oggi (Tento Tanto, storie di vita nella citta’).

- La compagnia “Tasso Barbasso” ha provocato la comunita’ con sei tableaux sulla violenza di genere, fisica, mediatica e psicologica (Con(m)passione); in conclusione dello spettacolo, in maniera non prevista, Ilaria e Uri di TheAlbero hanno coinvolto il pubblico, soprattutto bambini presenti allo spettacolo, a intervenire sulle immagini viste per vedere le trasformazioni possibili, utilizzando tecniche di teatro immagine.

- Hector Aristizabal ha condiviso la sua performance “Nightwind”, uno spettacolo sulla tortura raccontato dal torturato stesso, con delicatezza, forza, ironia e verita’; dopo, Hector ha coinvolto la comunita’ in una risposta in immagini corporee alla performance.

- Yke Van Dok ha mostrato il video “I’m here” sulla vita dei giovani rifugiati in Olanda, particolarita’ del video e’ l’apporccio partecipativo utilizzato nel montaggio: i rifugiati sono protagonisti e artefici del video, appropriandosi della loro storia e della narrazione della loro storia.

- Ilaria Olimpico ha presentato “Speriamo che sia ribelle”, una lettura drammatizzata di un testo originale basato sull’esperienza della gravidanza come status privilegiato per mettere a fuoco derive socio-culturali e sistemi ideologici rigidi e giudicanti.

- Uri Noy Meir ha condiviso il suo work in progress “Warrior of light”, un testo originale che ripercorre la sua esperienza di ex combattente israeliano.

- Giusi Ciccio’, in maniera ironica, ha mostrato i risvolti del precariato raccontando la sua storia esilarante in “Forse, forse, forse”, alle prese con un wc intasato senza possibilita’ economica di ripararlo.

- Antun Blazevic ha regalato alla Festa Castrum DiVino in centro storico, “Zingaro felice”, squarci di vita zingara, a tratti poetici e a tratti irriverenti, la sua voce roca e unica era interrotta da una bambina del pubblico che correggeva il suo italiano “balcanico” e dalle musiche allegre e accattivanti dei suoi musicisti.

Il Festival si e’ concluso con una Carnival Parade finale a cui si sono aggiunti/e bambini/e con le loro creazioni, ragazzi e ragazze che sono partiti/e dal Centro Giovani con ritmi ed energia.

Il Festival era auto-finanziato, e’ stato possibile solo grazie a tutte le eprsone che hanno creduto nella nostra folle idea:

Si ringrazia la municipalita’ di Casalbordino, in particolare l’Assessore alla Cultura e al Turismo, Vincenzo Cocchino, per la grande fiducia, l’aiuto logisitco e la generosa disponibilita’.

Si ringrazia tutta la comunita’ di Casalbordino per l’accoglienza calorosa.

Si ringraziano i/le partecipanti del Festival venuti/e da vicino e da lontano (Estonia, Marche, Abruzzo, Lazio, California, Spagna, Sardegna, Lombardia, Germania, Toscana, Russia, Campania, Olanda, Umbria, Emilia Romagna, Colombia, Senegal), per aver condiviso storie, intessuto reti, giocato, riso, ballato con noi!

Si ringrazia Giancarlo e Cantina Casalbordino per aver offerto del buonissismo vino locale durante le serate del festival!

Si ringraziano mamma e nonna “Aradia” per il cibo gustoso e fatto con amore!

 

Uri Noy Meir & Ilaria Olimpico

teatroincomune00029

Foto: http://s1255.photobucket.com/user/Uri_NM/library/TEATRO%20IN%20COMUNE%201st%20EDITION

Leave a comment

Filed under Articles&Reflections