Communitas

Communitas è il termine latino per indicare l’ideale della comunità, fa riferimento allo spirito dello stare insieme in maniera solidale. Communitas è oggi anche il nome di un’esperienza-ricerca del collettivo artistico TheAlbero, un luogo che riunisce le persone che vogliono recuperare la relazione perduta con la natura, in cui sperimentare concretamente la riscoperta dell’essere comunità attraverso il teatro, i rituali e la narrazione.

Communitas diventa così un cerchio pulsante che si apre e si chiude a seconda delle persone che arrivano e vanno, un tempo fuori dall’ordinario in cui ri-pensare se stesse/i nella relazione con gli altri e con la natura. Ma Communitas è anche la possibilità di vivere non con un’economica del debito, ma con un’economia del dono, un invito a fare rete per sognare insieme e sperimentare qui e ora un progetto che cambia la relazione tra umanità e natura, tra comunità e ambiente.

Communitas si svolgerà in due periodi (14-22 giugno e 5-13 luglio) a Casalbordino, in provincia di Chieti.

L’idea è nata dall’esigenza personale di cercare nuove modalità di relazioni tra umani e tra umani e natura. Questa esigenza ha portato TheAlbero a sognare di lasciare la megalopoli romana per trasferirsi in un paesino abruzzese e svolgere i laboratori in un terreno dove sperimentare la permacultura e l’ecobuilding, il teatro e la comunità. L’esigenza personale riecheggia nelle questioni collettive poste dai movimenti delle transition town, degli orti urbani e degli ecovillaggi.

Secondo la metodologia del Dragon Dreaming per realizzare i propri sogni personali si deve creare un dream team (un gruppo del sogno) che decide di realizzare al 100 per cento i sogni del gruppo, sapendo che i sogni personali devono morire per rinascere come sogno collettivo. Per questo TheAlbero invita a far parte di Communitas come un sogno-progetto collettivo. Una communitas si riappropria dell’arte come una fonte di trasformazione, liberazione ed espressione. L’arte nella communitas è celebrazione creativa delle stagioni della vita, rito per la rigenerazione personale e collettiva nella quale tutte e tutti possono partecipare, luogo di conoscenza attraverso il corpo, i sensi e la bellezza. Per questo, il 21 giugno in occasione del solstizio e il 12 luglio in occasione della luna piena si svolgerà un rituale performativo nella Communitas.

Durante il seminario, attraverso il teatro immagine – teatro dell’oppresso – si rendono visibili le rappresentazioni della comunità e della società, si conosce attraverso il corpo ciò che si dà per scontato e ciò che si vuole trasformare, ciò che ci opprime, ciò che desideriamo e i passaggi per superare le oppressioni e raggiungere il desiderato. Il teatro fisico permette di entrare con il corpo nell’esperienza della comunità come “antistruttura” (la comunità, secondo Turner, si presenta come la parte non strutturata dei legami sociali, fa riferimento alla solidarietà, alla semplicità e alla spontaneità, contrapponendosi alla parte strutturata, che fa riferimento alle istituzioni, alle gerarchie e all’organizzazione della società). Il teatro forum (teatro dell’oppresso) inscena i conflitti presenti nelle società e nelle comunità offrendo l’opportunità di provare i cambiamenti possibili. L’esperienza laboratoriale sulle metodologie volte al consenso propone strumenti per gestire i conflitti e prendere decisioni in comune. Attraverso il teatro-giornale si prendono in considerazione testi non drammatici che pongono questioni sulle relazioni sociali e sulla relazione tra ambiente antropico e natura. Il teatro permette di intrecciare la storia dei movimenti sociali nel Mediterraneo degli ultimi anni e le storie personali delle ricerche di cambiamenti sociali, chiedendosi verso quali relazioni a livello macroscopico aspiriamo e con quali mezzi e modi vogliamo raggiungerle. La danza, il teatro, l’arte marziale, la comunicazione delle emozioni sono esperienze che ri-cercano l’armonia tra il corpo, la mente e lo spirito; in una communitas l’armonia tra i membri dipende dall’armonia con se stessi/e e con ciò che ci circonda. La permacultura insegna una nuova relazione con la natura, in cui si impara dagli ecosistemi naturali la conservazione dell’energia, della biodiversità e della sostenibilità.

Communitas ha l’ambizione di mettere insieme tutto questo perché crede che per avvicinarsi alla communitas ci sia bisogno di un cambiamento paradigmatico. Non si tratta solo di rivedere le leggi che regolano i rapporti tra persone, ma le pratiche e le visioni che regolano il rapporto tra i generi, tra il corpo, la mente e lo spirito, tra l’umanità e la natura, tra i gruppi.

L’arte può promuovere l’immaginazione e l’immaginazione è il presupposto imprescindibile per essere capaci di pensare cambiamenti paradigmatici e aprire le porte ad altri mondi possibili. Non è un caso che la natura e il corpo siano simbolicamente affini e siano entrambi oppressi dalle società che hanno perso gli elementi della communitas. Il corpo è considerato gerarchicamente inferiore alla mente e ridotto a mero oggetto vuoto. La natura è considerata inerte e ridotta a insieme di metalli, terra e acqua da sfruttare. La riappropriazione della natura e del corpo come forme vive e senzienti fa parte del processo di ri-creazione e ri-generazione della communitas.

Partendo da queste premesse, restano tante domande da cercare ed esplorare attraverso la pratica, il corpo, il lavoro della terra e lo stare insieme in cerchio…

Ilaria Olimpico e Uri Noy Meir
pubblicato su http://comune-info.net/2014/06/communitas-il-cambiamento-e-comunitario/

communitas sogno

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Noa in canoa sul Rio delle Amazzoni

Questa è una delle storie di Noa in canoa…

quella volta, la piccola Noa si trovava sul Rio delle Amazzoni,

incontrò un pappagallo e disse: “Salve pappagallo!”;

e il pappagallo rispose: “Salve pappagallo!”;

allora Noa disse: “Ma io non sono un pappagallo”;

e il pappagallo rispose: “Ma io non sono un pappagallo”;

e allora Noa disse: “Ah neanche tu sei un pappagallo”;

e il pappagallo rispose: “Ah neanche tu sei un pappagallo”;

e allora Noa iniziò a ridere

e il pappagallo iniziò a ridere

e insieme si fecero grasse risate.

Ilaria Olimpico

 

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“Teatro dell’oppresso” di Belén Apolo

“Teatro dell’oppresso” di Belén Apolo, Partecipante del laboratorio ‘Oltre La Violenza’
Eccomi qui, distesa sul mio letto riflettendo sulla mia vita.
A due passi della fine di un percorso della mia vita, cerco di immaginare cosa succederà dopo.
Mille idee attraversano per la mia testa.
Mille sogni sono rinchiusi nel mio cassetto del quale ho paura aprire.
Ansia;
Timore;
Paura ed oppressione sono presente in ogni momento delle mie giornate.
Sono stanca.
Stanca di averle intorno a me.
Stanca di sentirmi cosi vuota.
Stanca di avere paura di dimostrare come sono veramente.
Ho paura di risultare ridicola, di essere giudicata.
Penso che se non posso dimostrare al mondo ciò che sono… la vita non abbia un senso, uno scopo.
Non so cosa fare.
In questo momento dovrei stare 24 ore su 24 concentrata sugli esami che valuteranno il mio livello di maturità.
Non ci riesco.
Non perché non abbia voglia di fare, ma perché voglio anche un po’ di allegria, divertimento e follia.
Accettare o non.
Mettermi in gioco… oppure restare ancora una volta in un angolo nascosta?
Si chiama teatro dell’oppresso.
Ricordo quando decisi di frequentare il laboratorio di teatro per diventare più sicura di me, meno timida.
Non aveva funzionato.
Perché dovrei accettare questo progetto?
Alla fine sicuramente sarà come l’altro.
Senza nessun risultato.
Premo il tasto off della mia mente.
Ora basta.
Basta con queste paure.
Basta con queste incertezze.
Basta con il pessimismo.
Se vuoi ottenere qualcosa devi essere pronta a lottare per averlo.
Ho deciso.
Questa volta mi metterò in gioco.
Cercherò di affrontare il mondo.
Di scavalcare ogni ostacolo.
Di radere al suolo chiunque mi impedisca di stare bene.
Nuovi volti ho di fronte a me.
Persone delle quali non conosco nemmeno il nome.
Iniziamo con dei giochi sulla fiducia.
Divertente! Io non mi fido nemmeno della mia ombra.. ma ci provo.
Divento lo specchio uno di loro e allo stesso modo questa persona riflette i miei movimenti.
Camminiamo ad occhi chiusi per la stanza.
Camminiamo ad occhi chiusi da soli.
Camminiamo ad occhi chiusi guidati solo dal tatto o dal rumore.
Fiducia.
Fiducia in è stessi.
Fiducia verso glia altri.
Fiducia è ciò che manca nel mondo.
Una virtù che potrebbe porre fine alla guerra e alla violenza.
Fiducia è ciò che mi ha reso ora più sicura di me.
E’ incredibile come attraverso la camminata si possa capire la personalità di una persona.
Bisogna solo imitarla ed esagerare quel movimento.
Scelgo uno del gruppo.
Di fronte a me lo guardo negli occhi e cerco di vedere nei suoi occhi colui che mi fa star male.
L’elemento che causa dell’oppressione in me.
Come l’esercizio richiede… gli pongo mille domande e cerco il modo per porre fine a tutto ciò.
Ci sto male, ma mi sfogo.
Sono bastati solo quattro incontri.
Quattro incontri per cambiarmi completamente.
Quattro incontri per farmi diventare più solare, positiva e vivace.
Quattro incontri per creare un’amicizia, un legame forte con le persone che hanno aderito a questo progetto.
Arrivata la settimana nel quale bisognava incontrare Uri mi sentivo pronta.
Sapevo che l’ultimo giorno sarebbe stato aperto al pubblico il lavoro che svolgevamo.
Paura?
Per nulla
Sono pronta a mettermi in gioco.
Sarò ridicola?
Va bene.
Non mi preoccupo.
Sono io.
Sono cosi.
Ringrazio la vita, il destino per avermi dato l’occasione di cambiare la mia percezione della vita.
Ringrazio il “teatro dell’oppresso” che mi ha fatto conoscere nuove persone, splendide.
Per avermi fatto capire che può esistere un mondo senza violenza.
Senza oppressione.
Per avermi fatto capire che la violenza non è solo verso glia altri ma anche verso noi stessi.
I due incontri con Uri gli abbiamo affrontato presso la Caritas dal mattino al pomeriggio gustando a pranzo le ottime delizie preparate dal Tavolo della Pace.
Bisogna ringraziare assolutamente queste due associazione.
Senza chiedere niente a cambio si sono preoccupati di noi.
E’ bello sapere che esistono persone pronte a dare una mano senza aspettarsi nulla a cambio.
Arrivato il momento di salutarci… ognuno di noi deve decidere se tenere la tessera che ha in mano e condividerla con il gruppo o di buttarla.
Questa tessera ci è stata donata da Uri.
Nella mia c’è scritto MESSAGGIO.
Rifletto su cosa potrei dire.
Arrivato il mio turno decido di condividerla con il gruppo pronunciano queste parole che automaticamente escono dalle mie labbra come una leggera brezza mattutina, limpide e piene di emozioni.
“Molto spesso… sin da bambina, mi sono domandata su quale fosse il vero scopo della vita. Perché esiste l’uomo? Perché deve essere lui a governare sulla terra? Qual è la ragione della esistenza di ciascuno di noi in questo mondo? Ora. Qui. In questo momento. Dopo aver condiviso insieme a vuoi tutte le mie paure. Dopo aver deciso di affrontare con più grinta ogni giorno. Ho capito finalmente il senso della vita. La vita è fatta di esperienze che accumuliamo giorno dopo giorno. Esperienze che sono alla base per creare un tesoro. Un tesoro che quando arriverà al suo livello finale ognuno di noi dovrà condividere con il mondo. Lo scopo di ogni essere umano è quello di trasmettere un messaggio. Un messaggio che alcuni di noi non riescono ad individuare. Un messaggio che è il frutto delle nostre esperienze quotidiane. Non solo ognuno di noi ne possiede uno, ma anche un gruppo. Come noi. Come noi che facciamo parte del teatro dell’oppresso. Il nostro messaggio è quello di far capire all’umanità che un mondo senza violenza può esistere, non è solo un’utopia. La violenza non è solo verso gli altri, ma anche verso noi stessi. Per porle fine bisogna innanzitutto amare noi stessi. Penso che questo sia il messaggio di questo progetto poiché se penso a come ero prima di iniziare questi incontri e a come sono adesso. C’è una differenza enorme. Sicurezza ed ottimismo sono le nuove protagoniste delle mie giornate. Ho capito di volermi bene. Non ho più bisogno di farmi del male allontanandomi dal mondo per paura di essere ferita. Condivido questa tessera perché anche voi riusciate a trovare il vostro messaggio sperando che allo stesso modo decidiate di condividerlo. Un mondo senza guerra può esistere. Si può andare oltre la violenza. Bisogna solo che ognuno di noi, iniziando da qui metta al centro di queste quattro mura un granello di sabbia, insieme questi granelli possono formare una spiaggia”
★Belén Apolo★ https://www.facebook.com/Sonoiosenzapensieri

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זאת הייתה הפעם הראשונה – It was the first time – Era la prima volta

זאת הייתה הפעם הראשונה על מונית גדולה עם לוחית ירוקה

It was the first time on a big taxi with green license plates

Era la prima volta su un grande taxi con la targa verde

פעם ראשונה בנסיעה לדרום ההר ולעבר יושבי המערה

first time riding south towards the cave dwellers

La prima volta che viaggiavo verso sud dove abitano nelle caverne

זאת הייתה הפעם הראשונה לישון בבית של פלסטיני בהזמנה

It was the first time to sleep, invited, in a Palestinian home

La prima volta che, invitato, dormivo in una casa palestinese

פעם ראשונה בלי נשק מתחת למיטה

First time without arms under the bed

la prima volta senza armi sotto il letto

זאת הייתה הפעם הראשונה לבנות ביתן אבן על גיבעה

It was the first time to build a dry stone house on a hill

la prima volta che costruivo una casa di pietra su una collina

פעם ראשונה לשחק כדורגל כהסוואה

First time to play football as disguise

la prima volta che giocavo a calcio come un trucco

זאת הייתה הפעם הראשונה ללוות כבשה

It was the first time to escort a sheep

era la prima volta che scortavo una pecora

הפעם הראשונה ליצור פסלי היאחזות לעבר גיבעה שכנה

First time creating statues of resistance towards the next hill

la prima volta che creavo statue di resistenza di fronte a una collina

זאת הייתה הפעם הראשונה לבקש מחיילת להסיר את המסכה

It was the first time asking a soldier to remove her mask

Era la prima volta che chiedevo a una soldata di togliere la sua maschera

פעם ראשונה לבקש שלא יעצרו חבר

First time asking not to arrest a friend

la prima volta che chiedevo di non arrestare un amico

Uri Noy Meir

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foto di Magdalena

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Auto-riflessioni insieme sul TDO – Self-reflecting together on TO

by/di Ilaria Olimpico e Uri Noy Meir

Followed by English translation 

Cos’è il TDO?

Ilaria: Posso dire cosa è il TDO per me. Dire “il TDO di Boal” è tradire Boal stesso che, essendo un uomo intelligente, ha sempre rivisto il suo metodo, a seconda dei contesti in cui si trovava. Dire ““il TDO di Boal” è come dire “marxismo” che ha perso Marx. Dunque, il TDO per me è un metodo pertinente ed efficace per il mio lavoro nel campo dell’educazione e della formazione, così come, nella facilitazione di processi creativi di gruppo. Uso il termine “educazione” nel suo significato etimologico di e-ducere, cioè “tirare fuori”; e uso il termine “formazione” impropriamente perché la formatrice più che “formare, forgiare, fissare, definire” dovrebbe “de-formare, de-costruire, ri-definire” con il gruppo, mettendo in discussione. In questi due campi, quindi, dell’educazione come processo maieutico e della formazione come processo di indagine e critica, il metodo del TDO mi permette di interagire con il gruppo coinvolgendo più dimensioni e più canali di dialogo e apprendimento: mentale, corporeo ed emozionale. In particolare, faccio uso del Teatro Immagine come strumento di indagine per rendere visibile, attraverso “statue corporee”, ciò che di solito è dato per scontato, ciò che il corpo conosce ma la mente dimentica, ciò che si sente ma non si riesce a dire; questo strumento si rivela ricco di scoperte sia con le bambine sia con le adulte e, in entrambi i casi, la facilitatrice dovrebbe avere l’atteggiamento dell’osservatrice e della raccoglitrice prima di tutto, per essere aperta a ciò che viene fuori e accoglierlo, e in seguito dovrebbe avere una grande capacità di analisi e restituzione, per riflettere al gruppo quanto emerso e stimolarlo a nuove osservazioni. Per quanto riguarda l’uso del TDO nella facilitazione di processi creativi di gruppo, intendo l’uso di diverse tecniche che provengono in maggior parte dal teatro tout court, ma che il TDO ha traslato su un piano più giocoso. Facilitare un processo creativo di un gruppo di non-attrici significa per me promuovere la ri-appropriazione dell’arte come momento catartico, rigenerativo, celebrativo delle stagioni della vita e della morte, talvolta come riscatto e denuncia sociale, talvolta come espressione di sé e dei propri bisogni, desideri e paure in linguaggio simbolico e sensibile.

Uri: Condivido che non dovremmo “copiare e incollare” il lavoro di Boal senza impegnarci in una critica attiva e un adattamento continuo al contesto del tempo e del luogo in cui operiamo e in cui siamo. Sì, il TDO ha una base e delle “radici ideologiche” che devono essere riconosciute, studiate e onorate. E’ un Teatro nato durante la dittatura militare e la censura, un teatro che cerca di promuovere la consapevolezza delle ingiustizie nel mondo, che punta ad attivare le persone perché siano impegnate nel “cambiamento del mondo” per renderlo migliore. Un mondo migliore non è inteso in termini assoluti ma relativi, in una battaglia senza fine in itinere verso ideali irrangiungibili di giustizia, verità e amore. La mia esperienza e la mia pratica mi hanno portato a credere che il modo migliore di “cambiare il mondo” (preferirei “riparare il mondo”) è cambiare se stessi e in un effetto di propagazione gli altri. Credo che questo si possa fare tirando fuori (come in e-ducare) il nostro sé essenziale, quello che non è separato dal resto dell’umanità. Così rinforziamo il nostro sé comune e la qualità dell’empatia, sim-patia (essere empatici insieme), tolleranza e solidarietà. In questo viaggio individuale, individuale nel senso di in-divisibile aspetto delle esperienze personali e collettive, ho appreso, sin da quando ho incontrato il Teatro dell’Oppresso di Boal, la sua metodologia e filosofia.

Quali sono le immagini-momenti piu’ significative del tuo lavoro con il teatro?

Ilaria: Prima di tutto ricordo (nel senso latino di avere memoria nel cuore) I laboratori di teatro (non dell’oppresso) nelle scuole che ho seguito con Anita Mosca, perche’ segna “il momento” in cui ho capito cosa mi piaceva fare nella vita. Mi viene in mente il laboratorio di “Lettura animata e drammatizzazione” in una scuola primaria di Miano, zona periferica di Napoli; il laboratorio di teatro e narrazione “Regina di Saba” che e’ poi diventato un seminario che integra teatro, narrazione e studio di testi per esplorare gli intrecci tra questioni di genere e questioni interculturali; il mio primo processo di Arcobaleno del Desiderio condotto in modo assolutamente non “ortodosso” su un caso di violenza domestica; infine, ultimo in ordine di tempo, il laboratorio sull’orientamento scolastico in una scuola del Pigneto di Roma, in cui ho ri-adattato le tecniche di “immagini e storie”.

Uri: Sono riconoscente a queste immagini preziose nella mia mente: Da una stretta aula di una scuola di bambini lavoratori sulle sponde di un fiume orribilmente nquinato vicino Kathmandu, creando e trasformando delle immagini con loro sulle loro oppressioni quotidiane, fino a uno studio bianco di un college di arti nella serenità dei canali di Amsterdam per decostruire I messaggi nascosti nei giornali economici, attraverso il teatro giornale. Dal “giocare” con le testimonianze e le immagini dai Territori Occupati degli ex-soldati israeliani, al giocare a calcio e creare delle immagini teatrali di resistenza creativa con I bambini palestinesi del villaggio di At-tuwani. Dal condurre un laboratorio per più di 40 praticanti di TDO (per la maggior parte più esperti di me) nel 4° Festival Muktadhara di Jana Sankriti, all’organizzare un laboratorio familiare con le tecniche di Immagini e Storie per il 70° compleanno di mia madre. Molte immagini, suoni, odori e parole ancora mi vengono in mente quando penso alla mia vita nel TDO e il TDO nella mia mia vita, per tutti questi momenti devo ringraziare un uomo che non ho mai incontrato, Augusto Boal.

Chi sono gli oppressi?

Ilaria: Anche per questa domanda, rispondo premettendo “per me” (sì, è un atteggiamento post-moderno, lo so). Inoltre, anche richiamandomi a Boal e a ciò che accennavo prima circa il suo continuo ricercare e adattarsi a seconda dei contesti, posso dire che anche per lui le oppresse non erano sempre gli stessi gruppi e in Europa la sua prospettiva sulle oppressioni cambiò totalmente e diede vita alle tecniche di Arcobaleno del Desiderio e Poliziotti nella Testa per affrontare “le oppressioni internalizzate”. Quali criteri scelgo per individuare chi sono le oppresse? Un criterio economico, sociale, psicologico? E all’interno di questi criteri dovrò sempre sceglierne altri e saranno scelti a seconda della mia particolare weltanschauung, ad esempio se le oppresse sono scelte in base a criteri economici, potrò accontentarmi di sceglierle in base al reddito? E se la mia visione del mondo ampliasse la concezione dell’oppressione e mi facesse considerare oppresse tutte le persone che credono che il capitalismo sia l’unico sistema economico? La mia concezione di oppressione, o meglio il tipo di oppressione con cui mi sento di voler (dover) lavorare in questo momento della mia vita, ha a che fare proprio con “l’oppressione dell’immaginario”. Il metodo del TDO mi permette di scalfire i territori della mente colonizzati dai main stream culturali, questo si traduce nella messa in discussione degli stereotipi di genere e dell’ “altro” in senso sociologico, del sistema economico, etc. Da questa concezione è nata anche l’idea di “Altri Mondi Possibili in Praxis”.

Uri: Chi sono gli Oppressi? Nessuno, tutti? Per me è il corpo il più oppresso: il corpo del lavoratore della fabbrica “moderna” che è addestrato a lavorare nella ripetitività di una linea di produzione senza fine, è il mio corpo che ricorda l’esperienza, nell’estate dei miei 16 anni, selezionando lychees per più di 13 ore al giorno per 30 giorni. E’ il corpo degli uomini addestrati a non mostrare debolezza e a dominare, è il mio corpo addestrato a essere un soldato e a uccidere un altro essere umano. E’ l’umanità meccanizzata dalla violenza e dall’avidità. E’ la madre terra e la mente umana che sono umiliate e danneggiate dai prodotti chimici. Questi sono i corpi che hanno bisogno di liberarsi, questi sono gli oppressi che hanno bisogno di riscattarsi. Solo i corpi sono oppressi? Il corpo umano è la manifestazione fisica dell’oppressione della mente e dello spirito che sono diventati oppressi: menti riempite di voci esterne che le forzano in strutture e paradigmi, spiriti che cercano la redenzione sotto le ali delle religioni istituzionali o nella fredda logica del pensiero scientifico. Tutti questi hanno bisogno di essere liberati e agire, esperire, muovere il corpo teatrale è un portale per questo.

Ti definisci una praticante di TDO?

Ilaria: Sento sempre disagio nelle definizioni di me stessa; ci sono persone che si sentono sicure nelle forme fissate, sono soddisfatte quando riescono a dire “chi sono professionalmente” perché dà loro una forma specifica, altre che al contrario si sentono bene solo nella fluidità, forse perché non si definiscono a seconda di quello che fanno oppure perché sanno che fanno cose diverse e continueranno a cambiare le cose che fanno; io sono tra queste ultime. Pratico il TDO ma non mi definirei “una praticante di TDO” perché sottointenderebbe azioni e pratiche che non mi appartengono. Inoltre, utilizzo il metodo del TDO sempre coniugato ad altre pratiche e metodi, collegati inevitabilmente a ciò che sono e ciò che ho fatto, ad esempio la narrazione partecipata, lo storytelling improvvisato, alcune pratiche di gestione nonviolenta dei conflitti e alcune tecniche dell’educazione non formale.

Uri: Come ho detto prima, il TDO è diventato parte della mia vita, e sì, lo pratico, non come ‘e’stato praticato’ ma come ‘potrebbe essere o diventare.’ Non nel modo in cui ‘ero’ ma nel modo in cui ‘sono e posso essere’. Agisco e rifletto, provo e fallisco, sbaglio e celebro i miei sbagli, provando sempre a essere sul cammino e diventare migliore di quanto possa pensare di diventare.

* L’uso del genere grammaticale femminile è una provocazione, non deve far pensare che abbia lavorato con soli gruppi femminili, così come l’uso del genere grammaticale maschile non fa pensare che si tratti di soli maschi.

ENGLISH VERSION

What is TO?

Ilaria: I can only say what is the TO for me. Saying this is “the TO of Boal” is to betray Boal himself , who, being an intelligent man, always has revised an re-invented his method, depending on the context in which he operated in. Saying “the TO of Boal” is like saying “Marxism” who has lost Marx. For me TO is a relevant and effective method for my work in the field of education and training, as well as in facilitation of group creative processes.
I use the term “education” in its etymological meaning of e- ducere, or “pull out”, and I use the term “training” loosely because the trainer (in Italian “formatore/rice”) more than “forming, forging, fix, define” should “re- form, re-build, re-define” with the group through questioning. In these two fields, therefore, the field of education as a Socratic process and the field of training as a process of criticism and of inquiry, the TO method allows me to interact with the group involving multiple dimensions and multiple channels of dialogue and learning: the mental, the body and the emotional one. In particular, I make use of Image Theatre as an investigative tool to make visible, through “bodily statues”, what is usually taken for granted, what the body knows and the mind forgets, what you feel you can not say. This tool proves to be very revealing both with children and with the adults, in both cases, the facilitator should have the attitude of an observer and be open and welcome what comes out of it, and as a result should have a great ability to analyze and reflect the findings to the group and so encourage them to new observations.
Regarding the use of TO in the facilitation of group creative processes, I mean the use of different techniques that appear in most forms of the theater per se, only that TO has a more playful approach. Facilitate a creative process of a group of non-actresses means for me to promote the re-appropriation of art as a cathartic moment, regenerative, celebrating the seasons of life and death, sometimes as an up-rising and social commentary, sometimes as expression of needs, desires and fears in symbolic and sensitive language.

Uri: I agree we shouldn’t just “Copy Paste” Boal’s work without engaging in active criticism and adapting to the context of time and place in which we operate and which we are. Yes, TO has a base and “ideological roots” that must be recognized, studied and honored. It is a Theater born in midst of a military dictatorships and censorship, a theater that seeks to bring consciousness to the injustices of the world, that acts to activate people to engage themselves in “changing the world” and bring about a better world. A better world is not meant in absolute terms but in relative terms, in never-ending on-going struggle towards our unreachable ideals of justice, beauty, truth and love. It is my experience and my practice that leads me to believe that the best way to “change the world” (or I prefer to think on it as “repairing the world”) is to change one-self and in a ripple effect in others. It is my belief that this is done by “pulling/bringing out” (e- ducere) our essential self, the self that is not separated from the whole of humanity. To this we reinforce in our common “selves” the quality of empathy, sym-pathy (being emphatic bi-laterally), tolerance and solidarity. In this individual voyage, individual in the sense of in-divisible aspect of the personal and collective experiences, I gained much since I first encountered Boal’s Theatre of the Oppressed, the book, the methodology and philosophy.

What are for you the most memorable Images/moments from your work with the theater ?

Uri: I am thankful of this precious images in my mind: From a tiny classroom of a school for working children on the banks of the horribly polluted river crossing Kathmandu creating images of their daily oppressions and transforming them, to a white studio of an arts college positioned in the serenity of Amsterdam canals to ‘deconstruct’ the hidden messages in economical news, through newspaper theater. From a “playing with” testimonies and images from the occupied territories with Israeli ex-soldiers, to playing football and creating theater images as creative resistance with children of the Palestinian village At- Tuwani. From leading a workshop to more then 40 Theater of the oppressed practitioners (many of them much more experienced then me) in Jana Sankriti’s 4th Muktadhara festival, to organizing a family workshop of the techniques Images and Stories for my mother’s 70’s birthday. Many more images, sounds, tastes, smells and words come to my mind when I think about my life in the TO and TO in my life, for all of those moments I need to thank a man I never met, Augusto Boal.

Ilaria: First of all I remember (in the Latin sense of “ri-cord-are”: having memory in the heart) the theater workshops (not TO) in the schools that I have assisted in, led by theater director Anita Mosca, because it marked “the moment” when I realized what I liked to do in life. I remind the workshop “Animated reading and dramatization” in a primary school of Miano, a suburb of Naples; the storytelling and theater workshop I led, “Queen of Sheba”, that later became a seminar that integrates theater, storytelling and texts, and that explores the interweaving of gender and intercultural issues; my first try at the Rainbow of Desire, conducted so absolutely not in an “orthodox” way on a story of domestic violence; and finally, the orientation workshops in a school at Pigneto (Rome), in which I re-created the technique of “Images and Stories”.

Who are the oppressed ?

Ilaria: For this question, I answer again on the premise “for me” (yes, it is a post-modern attitude I know). As mentionaed before, re-calling Boal’s continuous search to adapt to different contexts, I can say that also for him the oppressed were not always the same groups, in Europe he totally changed his perspective on oppression and gave birth to Rainbow of Desire and Cops in the Head techinques to deal with “internalized oppression”. Which criteria I choose to identify who are the oppressed? An economic, social, psychological one? And within these criteria, will I not always choose according to my particular weltanschauung?, for example, if the oppressed are chosen on the basis of economic criteria, will I be content to choose them based on income? And if, in my vision of the world, my own concept of oppression and the oppressed, would make me consider all people who believe that capitalism is the only possible economic system?
My conception of oppression, or rather the kind of oppression with which I would want to (have to) work at this time in my life, has to do with the “oppression of the imagination”. And the method of TO allows me to explore the territories of the mind colonized by the main stream culture, this translates into questioning stereotypes about gender and “the other/s” in the sociological sense, the economic system, etc. From this concept is born the idea of “Other Possible Worlds in Praxis”.

Uri: Who are the Oppressed? Nobody, everybody, anybody? For me it is the body that is the most oppressed: It is the body of the “modern” fabric worker that is trained to work in the receptivity of a never-ending production line, it is my body remembering the experience, in a summer job at 16 years old, sorting out Lychees for 13 hours a day for 30 days. It is the body of men trained to show no weakness and dominate , it is my body trained to be a solider and kill my fellow-men. It is humanity mechanized by violence and greed. It is mother earth and human mind humiliated and degraded by chemicals. Those are the bodies that need release, those are the oppressed that need to redeem themselves.
Only the bodies are oppressed? The human body is the physical manifestation of oppression of the minds and souls that have become oppressed: Minds filled with external voices forcing them into structures and paradigms, and souls that seek redemption under the wings of institutional religion or in the cold logic of scientific thought. All of those need to be liberated and moving, acting, experiencing theatrical body is a great portal to do this.

You call yourself a practitioner of TO?

Ilaria: I always feel uncomfortable to define myself, there are people who feel better by saying “who they are professionally” because it gives them a specific form, others, on the contrary, they feel good only in the fluidity, perhaps because they do not define themselves according to what they do, or because they know they do different things and will continue to change the things they do, I am one of the latter.
I practice TO but would not call myself “a practitioner of TO” because maybe it would mean some actions and practices that do not belong to me. In addition, I always use the method of TO combined with other practices and methods, linked inevitably to what I am and what I have done , such as participatory narration,  improvised storytelling, nonviolent conflict management and non-formal education .

Uri:  Like I said before from TO has become an inseparable part of my being and yes, I practice it, but not in the way ‘it always was’ but in the way ‘it could always be or become’. Not in the way ‘I was’ but in the way ‘I am and can become’. I act and reflect, try and fail, make mistakes and celebrates them, trying always to be on the way and become better then I think I could be.

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Speriamo che sia ribelle*

Sei arrivata dalla mia ovaia sinistra, sento le forze della vita a sinistra della mia ioni. “No, Signora, non significa assolutamente nulla quello che sente, l’embrione è posizionato al centro”.

La pancia è tonda, è femmina.

Una fossetta al mento pizzicato: è maschio.

Colorito pallido, è femmina.

Buonumore, è maschio.

Se è vivace e si muove molto nel pancione, è chiaro, è maschio.

Meglio se è maschio. È più facile.

Se è femmina costa di più vestirla. Però è una compagnia in casa, ti dà una mano!

In Lucania, quando nasce un maschio si versa una brocca d’acqua per la strada, a simboleggiare che il bambino è destinato a percorrere il vasto mondo. Quando nasce una femmina, l’acqua viene versata nel focolare, a significare che la sua vita sarà dedicata alla cura della famiglia e della casa.

Speriamo che sia maschio, non lo dicono mai esplicitamente, ma lo sottintendono sempre.

Speriamo che sia femmina, è il sussulto delle donne dei cerchi.

Speriamo che sia maschio, speriamo che sia femmina… io dico, maschio o femmina, speriamo che sia ribelle.

Ribelle ai ruoli stereotipati.

Ribelle alle identità di genere culturalmente costruite e poi “naturalizzate”.

“Nonna, lo so che volevi un maschio, ma io me lo sentivo: è femmina.”

“E va be’ pure è ‘na compagnia, stann nascenn tutt femmen, c’amma’ fa’ vonn nascere!”

Cognome da sposata?

Nome di suo marito?

Dico direttamente il cognome del papà senza perdere tempo oppure rispondo: ho sempre il mio cognome, sono sempre io. E non è la normalità l’essere sposata e non è neanche la normalità che ci sia un cognome del papà del bambino.

Respiro. Speriamo che sia ribelle.

Ribelle al senso comune.

Ribelle a ciò che viene dato per scontato.

Ribelle a tutto ciò che si definisce normale.

Parti precedenti? Menarca? Aborti spontanei? Interruzioni di gravidanza?

Prosegue con la stessa tonalità di voce, uomo, donna, non fa differenza nella sensibilità, domanda se ho perso dei figli, se ho deciso di perdere dei figli, con la stessa tonalità della gelataia che mi chiede cono o coppetta? Con panna o senza signora?

Speriamo che sia ribelle.

Ribelle al lavoro come meccanizzazione, spersonalizzazione, disumanizzazione.

Speriamo che sia ribelle.

Ecografia 1. 9 settimane.

Ti sento per la prima volta con i sensi percettivi, al di là del senso che nn distingue il razionale dall’emotivo, le fantasticherie dalle sensazioni.

Mi sento invasa dal tuo battito vibrante, deciso, veloce.

Posso sentirlo ancora?

È la mia vocina di madre emozionata, ingenua, inconsapevole.

Ecografia 2. 14 settimane.

“L’ecografia è come un martello pneumatico per il bambino” “E’ come un fischio, fastidioso o no dipende da tante cose, l’intensità, la durata, il macchinario…”

“Signora può entrare per l’ecografia” “l’ho fatta meno di un mese fa, non la rifarei se non occorre…” “La mamma non vuole vedere il suo bambino?” melliflua, viscida, affettata, in camice bianco, bianca di emozioni vere.

Ogni attimo di passaggio e pressione dello strumento imbevuto di gelatina fredda sulla mia pancia è un secondo in più di martello pneumatico, di fischio nella mia mente e forse nelle orecchie del mio bambino.

“Eccolo, si è girato a salutarvi” falso, sciocco, mellifluo. Io penso che il mio bambino forse si è girato perché si è spaventato. Il battito non è più l’emozione della prima volta, è il segnale della paura del mio bambino.

Speriamo che sia ribelle.

Speriamo che sia ribelle a tutti i percorsi istituzionalizzati.

Speriamo che sia ribelle alla Nemesi Medica.

Amniocentesi.

Oramai la fanno tutte quante.

Hai fatto l’amniocentesi?

Ah io l’ho fatta con tutti e due i miei figli.

Signora, qui trova tutti i centri dove è possibile fare l’amniocentesi.

Mi parla di amniocentesi, di duotest, di percentuali sulla normalità del bambino… le donne fabbriche di bambini normali sottoposte al controllo qualità con tanto di criteri e percentuali. Mandano in onda la pubblicità progresso sulle persone con sindrome di down e intanto vellutatamente ti dicono di scremarle prima che arrivino. Per altruismo verso di loro, perché la vita è difficile così… per egoismo e paura del diverso tutta nostra perché non siamo pronti…

Speriamo che sia ribelle.

Ribelle alle definizioni di normale.

Ribelle alle omologazioni.

Ribelle ai buonismi di facciata.

Ecografia 3.

Ti chiedo perdono piccolino se sentirai fischi e martelli, ma ho bisogno di sapere come stai.

Lo strumento imbevuto di gelatina fredda ti trova, ti misura, ti ingrandisce, seleziona parti del tuo copro, le misura, le ingrandisce.

E’ tutto misurato, calcolato. E’ tutto nelle misure “giuste”, “calcolate”.

Il mio piccolo sta bene. Sono rasserenata. Sono felice per le procedure?

La ginecologa segna ecografia specifica per il cuore. “Perché c’è qualcosa che non va?” Il mio cuore steso sull’amaca in terrazza tranquillo all’ombra si getta alla ringhiera della terrazza al sole sudato e allarmato. “No tutto a posto ma se dovesse avere dei problemi cardiaci alla nascita sarebbero pronti a intervenire”.

La mia mente corre veloce:

anno 2020 ecografia occhi e orecchie:

controllano che il feto non abbia problemi di vista e udito.

Anno 2030 ecografia permanente 3D:

l’ultimo mese il feto è sotto controllo costante.

Anno 2040 ecografia per il colore degli occhi:

signora, come non vuole sapere il colore degli occhi di suo figlio?

Anno 2050 per le donne incinte in offerta ecografi da casa, per controllare di tanto in tanto come sta e cosa fa il proprio bambino.

Dove finisce la cura e la premura, dove inizia l’ossessione?

Speriamo che sia ribelle.

Ribelle alla volontà di controllo.

Ribelle alla volontà di superpotenza.

Dovresti fare un’ecografia ogni mese per controllare lo stadio di sviluppo.

La mia amica non è andata a fare neanche un controllo ed è andato tutto bene, basta stare tranquille.

Bisogna essere delle incoscienti a non usufruire di tutto il progresso medico scientifico.

E’ tutto over-medicalizzato. Devi ribellarti.

Hai visto il video della donna che partorisce nella foresta da sola?

Fallo un controllo in più, c fai se succede qualcosa al bambino?

I ginecologi sono le persone più sbagliate da vedere in gravidanza.

A me è finito il liquido amniotico, sono dovuti intervenire, menomale avevo fatto il controllo.

Il parto indotto non segue il ritmo naturale.

Sono stata tutta la notte in travaglio da sola poi alle 7, poiché gli conveniva per i turni, mi hanno indotto il parto.

Shhhh.

Speriamo che sia ribelle.

Ribelle a tutti i sistemi ideologici, degli uni e degli altri.

Ribelle a tutti i pensieri unici, a tutte le alternative uniche.

Ribelle a tutti i sistemi di pensiero chiusi, giudicanti, rigidi, escludenti.

Speriamo che sia ribelle agli uni e agli altri.

Ti sogno piccolina con i miei occhi e il sorriso di chi amo.

Ti sogno piccolina e mi risveglio con una sensazione di pace.

Le madri devono diventare un po’ pazze, eccedere nelle visioni oniriche e staccarsi dal mondo materiale…

Ti sogno piccolina e nutrendo te al mio seno, nutro la bambina che sono stata,

la bambina che sento di essere in questa tempesta di voci che mi dicono cosa fare e non fare.

“Puoi uscire un attimo? – La voce del capo, della capa – E questa pancetta?”

“pancetta” la chiama il capo, la capa, l’amministratore, la segretaria.

“Se non ci fa’ un’altra sorpresa…” riecheggia nei corridoi grigi, senz’anima.

Che differenza fa per loro se non ho neanche diritto all’assegno di maternità?

Piccolina, dovevo forse nasconderti ancora per farmi inserire in un ennesimo progetto in cui dovrò elemosinare ciò che mi spetta?

Sii ribelle piccolina, sii ribelle a questo sistema che stritola, macina, spreme, sfrutta,

sii ribelle a questo sistema che vuole solo che le donne partoriscano nuovi consumatori

e che tornino presto a lavoro, e in forma, perché altrimenti se sformate e grasse sono da “rottamare”.

Il parto è un’esperienza estatica, sciamanica.

Non c’è niente di spontaneo nel parto.

Io ho chiesto l’epidurale e non me l’hanno voluta fare.

Il dolore nel parto è fondamentale per il rilascio di endorfine che proteggono la mamma e il bambino.

Parto in casa? E non ci pensi al bambino?

Non c’è niente di romantico nel parto.

Mia madre racconta che il mio parto è stato frettoloso… frettoloso… sarà per questo che ho una particolare premura a custodire la lentezza, a difenderla, a rivendicarla… sarà per questo che ho conservato il bisogno insoddisfatto di dormire, di restare nel grembo dell’inconscio e dei sogni…

… frettoloso… il parto di me è stato frettoloso… e per tutta la vita reclamerò la lentezza.

Ilaria Olimpico

*”Speriamo che sia ribelle” è stato presentato come lettura drammatizzata al Festival Teatro in Comune a Casalbordino e al Female against violence a Roma nel mese di novembre 2013

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Luigi De Norma e Luigi De Imaginis

Così, arrivarono dalla Giudice due uomini:

uno era ben vestito, lavato, profumato, con la barba fatta e le scarpe pulite,

l’altro era come arrivato all’improvviso, direttamente da un cantiere, aveva i pantaloni un po’ consunti sulle ginocchia, la barba lasciata crescere, e, ai piedi, un paio di sandali impastati di terra.

Il primo era un po’ nervoso, batteva ogni tanto la punta della sua scarpa lucida sul pavimento bianco di marmo del Palazzo di Giustizia e guardava l’orologio, lasciandosi sfuggire una smorfia di disappunto,

il secondo era tranquillo, sembrava sognasse a occhi aperti e aveva un bel sorriso sotto la barba incolta.

La Giudice finalmente chiamò: Luigi De Norma.

Il primo uomo si affrettò a entrare lasciando dietro i suoi passi il rumore delle scarpe nere lucide sul pavimento di marmo bianco.

Luigi De Norma, nato in ospedale, nel paese di Picom, trasferitosi in città per gli studi, laureato con quasi il massimo dei voti, lavoratore dipendente, con famiglia, una moglie e due figli, un maschio e una femmina, con casa di proprietà, con mutuo da finire di pagare, con salotto ben arredato, cucina abitabile, bagno padronale e bagno di servizio, camera matrimoniale e cameretta ampia per i bambini con giocattoli e disegni.

Risposte segnalate: “Sì, come tutti i miei paesani, mi sono trasferito in città per avere più opportunità”,”Sì, in campagna o al mare ci andiamo per rilassarci in estate due settimane”, “No, mai pensato di disubbidire”, “Sì ho accettato qualche compromesso, ma non più di quanti ne abbiano accettati tutti quelli che conosco”, “Sì, chiudo sempre la porta di casa con doppia serratura e metto l’antifurto”, “No, non ho mai cambiato lavoro”, “Sì, purtroppo, lavoro molto e non ho molto tempo per i miei figli”, “Sì, i miei figli hanno il cellulare e la televisione in camera, non faccio mancar loro nulla, anche a costo di sacrifici”, “Sì, amo mia moglie, andiamo a cena fuori e al compleanno le ho regalato una borsa firmata”, “Sì, ci rilassiamo la domenica, andiamo a volte al centro commerciale”, “Come?” risposta alla domanda “Ha dei sogni?”, “Sì, mia moglie è iscritta all’associazione di volontariato NoiTiAiutiamo, abbiamo anche per un anno sostenuto una povera bambina pakistana negli studi”, “Non mi occupo di politica” risposta alla domanda “Quale è la sua utopia?”, “In che senso?” risposta alla domanda “Lei vuole cambiare il mondo?”.

Luigi De Norma consegnò infine tutte le bollette pagate, tutte le analisi effettuate, tutti i certificati conseguiti, tutte le dichiarazioni firmate, tutti i bollini di qualità, tutti i bolli di assicurazioni, tutti i progetti e i preventivi con relative relazioni e consuntivi, tutto in ordine, tutto a posto, tutto normale, tutto come doveva andare.

Poi la Giudice chiamò: “Luigi De Imaginis”.

Luigi De Imaginis, nato nel paesino di Marnel, trasferitosi diverse volte, in diverse città, infine nel paesino di Narnil, lavoratore indipendente instabile non precario, laureato, convivente, con una figlia, vive in una casetta di terra e legno.

Risposte segnalate: “Sì, sempre le persone sono stupite di come vivo”, “Sì, sono un artigiano”, “Sì ho studiato all’università con ottimi risultati”, “No, perchè?” risposta alla domanda “Si sente frustrato per il suo lavoro di artigiano dato che ha studiato?”, “Sì certo, è considerato uno stile di vita diverso…”, “Sì amo la mia compagna, ci teniamo per mano nel cammino della vita”, “No, mia figlia non ha quasi nessun giocattolo e non ha il cellulare come gli amici”, “Sì, ho cambiato molte volte lavoro”, “Sì, quasi sempre mi sono ribellato”, “Non esattamente, non sono più un adolescente, ma sono sulla strada del cambiamento del piccolo mondo in cui vivo”, “Sì, molti” risposta alla domanda “Ha dei sogni?”, “Sì, se abbiamo dei soldi in più, viaggiamo”, “No, non abbiamo l’antifurto, neanche le chiavi di casa, nessun ladro entrerebbe perché non c’è granché da prendere”, “Sì abbiamo dei rituali per ricordarci da dove veniamo, per celebrare le stagioni, per risvegliare il futuro”, “Sono d’accordo con chi ha detto: non si tratta di dare di più, ma di prendere di meno”.

Luigi De Imaginis consegnò un oggetto fatto da lui, una statuina di legno di una dea antica con un’ascia doppia e un serpente. Nient’altro. Bollette, non pagate, staccato dalla rete nazionale. Bolli, non conservati. Alla richiesta dei bollini di qualità, presentò delle foglie degli alberi del terreno dove vive. Per la sezione progetti, preventivi, relazioni e consuntivi, presentò uno schizzo a mano della loro casetta, un disegno pasticciato della figlia, un foglio bianco.

La Giudice, restata sola, prese la bilancia dell’intensità della vita e, come sempre, non si sentì di mettere sui piatti le risposte del Signor De Norma e del Signor De Imaginis. Lei era la Giudice non giudicante, a lei, il grande onore, solo di osservare, di guardare, di prendere atto.

Ilaria Olimpico

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